Yawanawa – Vivere nell’aldea Yawarani

La vita nell’aldea Yawarani scorre lenta come il fiume accanto. Nessuna tabella oraria, nessun impegno, niente fretta, niente stress. Il tempo è scandito dai ritmi del sole e della notte. Di giorno si lavora, si medita, si chiacchiera, ci si riposa. Di notte si celebrano il Grande Spirito e i suoi elementi.

Per la prima parte di questo racconto seriale sulla cultura Yawanawa, vai qui.

La mattina dopo il nostro arrivo fummo invitati nella casa del capo-famiglia per il café da manhã (“colazione” in portoghese). Già da questo primo pasto avvertii il peso di taluni compromessi culturali probabilmente dettati dalle esigenze relazionali tra ospiti e visitatori: accanto ad alimenti tipici della dieta amazzonica, si accostavano altri, come uova di gallina o farofa (impasto a base di milho, “miglio”), che non erano propriamente ciò che si può etichettare “presidio slow-food”.

Nei pasti successivi la linea di demarcazione simbolica tra il rango degli autoctoni e quello dei “forestieri” mi si sarebbe manifestata sempre più evidente. Sedevamo a una tavolata in legno imbandita di insalate e verdure, pomodori, riso e persino spaghetti, cibi assolutamente estranei in un mondo dove manioca, banane, carne e pesce costituiscono la fetta più importante dell’alimentazione. E perché mai le donne Yawanawa si sedevano in cerchio sul pavimento a consumare le loro zuppe di carne e banana verde?

Uno dei ricordi più belli di quell’esperienza che conservo con orgoglio è lo stupore dipinto sui volti delle donne quando esprimemmo l’intenzione di mangiare insieme a loro, con le loro modalità.

Fu poi un’israeliana ospite dell’aldea a spiegarmi che tale trattamento di prestigiosa discriminazione era la triste conseguenza delle lamentele di diversi turisti, per i quali andava benissimo l’esperienza autentica nel villaggio di nativi amazzonici… purché fosse confortevole.

In ogni caso, l’alterigia di certi visitatori non sembra aver intaccato l’apertura all’ospitalità degli Yawanawa. Il capo-famiglia, Pae Nani,  era ben felice di averci a colazione con lui. Sicuramente la presenza di Kusi, ormai considerato amico della famiglia, ci conferiva il carisma di un gruppo di ospiti privilegiati.

Non ricordo per bocca di chi, ma venne fuori che venivo da studi di antropologia. Questo dato lievitò nella convinzione da parte di Nani che fossi un etnologo venuto a studiare la sua cultura. Niente di più lontano dalla verità, ma dato che la cosa lo divertiva e incuriosiva non tentai nemmeno di ritrattare, forse per timore di deluderlo. Del resto, mi considerava il primo antropologo mai giunto nella sua aldea.

Il piccolo malinteso è stato sicuramente un tassello importante della mia esperienza tra gli Yawanawa. Bastarono poche ore nel villaggio e già avevo preso gusto a provare a trascrivere ogni più piccolo dettaglio nel mio diario rosso, promosso da semplice quaderno di viaggio a forziere di un improvvisato ed impacciato etnografo. Quel libricino e io divenimmo inseparabili, anche perché Nani desiderava che lo portassi con me in ogni cerimonia o narrazione cui mi invitava.

La comunicazione col capo-famiglia è stata certo difficoltosa, data la mia ignoranza della lingua portoghese. Fortunatamente, Kusi e altri ospiti dell’aldea sono stati felici di fare da ponte tra la mia inesausta curiosità e la sua infinita pazienza.

Pae Nanì rimane uno dei personaggi più interessanti che mi sia mai capitato di conoscere. E’ stato chiaro fin da subito che Nanì ama parlare della sua gente e della sua storia. Passione certo corroborata da un talento invidiabile per la narrazione. Una figura complessa, sfaccettata: un po’ tranquillo padre di famiglia, un po’ ieratico cerimoniere degli antichi rituali, con un occhio sempre puntato (forse apprensivamente) verso ciò che “sta fuori” e con cui il suo popolo deve per forza di cose avere a che fare.

C’è che quando era nei suoi vent’anni, Nanì aveva lasciato la vita tra gli Yawanawa per andare all’avventura lontano nella cultura occidentale, persino in Europa. Era tornato da questo viaggio antitetico con una risoluzione: avrebbe coltivato l’essenza e lo spirito di una nuova aldea, una nuova famiglia, ora che era maturata la consapevolezza della forza della cultura Yawanawa. Una forza che non era riuscito a riscontrare nel mondo moderno e nei suoi protagonisti, a suo dire “gente vuota, povera di spirito”.

E così nacque l’aldea Yawarani, “pelo di cinghiale”. Lo Yawa, un maiale selvatico amazzonico, è considerato l’animale guida degli Yawanawa, che altro non sono che “il popolo dello Yawa”.

Una postilla riflessiva, forse un po’ pretenziosa: una tendenza linguistica apparentemente dominante in seno a varie popolazioni è stata spesso quella di conferirsi appellativi tali da rimarcare una contrapposizione con altri gruppi etnici considerati “diversi” o addirittura non-umani. Pensiamo ad esempio al termine “Inuit”, che significa “umano”, o a “maori”, che sta per “normali”.

E’ interessante evidenziare come gli Yawanawa si riferiscono alle genti esterne col termine “nawa”, “popolo”, “gente”, “uomini”, riconoscendo implicitamente ad esse una dignità culturale che altre popolazioni (alzo la mano) hanno stentato a riconoscere. La linguistica non è certo tutto, ma può dire molto sulle disposizioni culturali caratteristiche di un gruppo etnico.

 

 

aldea
Pae Nani con uno dei tipici copricapi di piume (ph by Kusi Sonqo)

 

 

L’aldea si presenta come un gruppo di capanne più o meno ravvicinate, incastonato in un ampio spiazzo disboscato circondato dal fiume da una parte, dalla foresta dall’altra. Al centro troneggia lo Shuhu, la già menzionata struttura cerimoniale “eteroctona”. Non si tratta dell’unico elemento architettonico importato dall’esterno: le docce, i bagni, i lavabi e la capanna dedicata alla cucina, di recentissima costruzione, sono ancora testimoni di un parziale adattamento alle esigenze del turista.

L’ampia distesa erbosa è punteggiata da banani e altre piante. Tra queste spiccano gli alberi del pashinte (N.B: il suono vocalico “e” è appena accennato nella lingua Yawanawa, molto simile al francese /ə/), un frutto verde o rosso che ricorda molto la nostra castagna, ma dalla consistenza soffice. Esso rappresenta un elemento fondamentale della spiritualità Yawanawa, in quanto i pigmenti scarlatti contenuti al suo interno vengono utilizzati nelle pitture corporali per evocare semanticamente il “fuoco” del guerriero o cacciatore.

Già, perché gli Yawanawa, oltre ad essere raccoglitori e curanderi, sono popolo di cacciatori. Non passava giorno senza che le barche a motore tornassero dalle battute di caccia cariche di quello che il Grande Spirito teneva in serbo per la giornata: paca (roditori simili ai capibara), piccoli coccodrilli o cervi, tartarughe o maiali selvatici.

Sfortunatamente non ho avuto modo di assistere alle modalità di abbattimento della cacciagione, sebbene abbia personalmente testimoniato la cattura “a mani nude” di un piccolo cerbiatto. Durante una traversata del Rio, guardai con un misto di repulsione e ammirazione due figli di Nani saltare ridendo nell’acqua per affogare l’animale e trascinarne la carcassa sulla barca. Costituì la nostra cena, e mangiai con gusto, ma è stato probabilmente uno degli episodi più forti nel soggiorno nell’aldea, foriero di interessanti riflessioni di natura etica.

Quando la fauna selvatica non basta, si ricorre a quella “domestica”. Come nelle nostre fattorie, galline e anatre deambulano liberamente per il villaggio.

Questo contatto diretto e costante tra persone, animali e piante sembra seguire una pulsione ritmica armoniosa che gli Yawanawa imputano all’energia del Yushè Shané, il “Grande Spirito”. Il flusso energetico lega i vari esseri viventi in una miriade di sinergie, equilibri che si alimentano di rispetto reciproco e benevolenza, allo stesso modo del wakan nordamericano o del mana melanesiano.

Il Grande Spirito costituisce un’entità ultra-naturale immanente e pervasiva, principale referente per le varie preghiere e cerimonie rituali. Il principale collegamento tra gli uomini e lo Spirito è rappresentato fisicamente dallo Shunuà, l’Albero Sacro. La pianta, alta fino a 70 metri, è venerata in varie culture nelle zone tropicali di tutto il globo, ed è conosciuta con vari nomi. I più diffusi sono kapok o samauma.

Uno di questi enormi ministri dell’acqua pluviale amazzonica si erge a pochi metri dall’aldea Yawarani, in un luogo ovviamente connotato di intensi significati sacrali. Ho ancora i brividi a pensare che la pianta fosse presente allorché le sorti di due antichi mondi separati da un oceano iniziarono a intrecciarsi inestricabilmente. Le fronde del samauma da ben sei secoli sono silenti testimoni di tutti i tumulti che le genti Yawanawa hanno conosciuto. Soprattutto di quelli che attualmente stanno conoscendo, forse i più trasformativi.

Ma lo sono anche di un ampio corredo di diete spirituali, cerimonie di piante sacre, meditazioni, preghiere. Una sapienza, una dottrina, una scientia, chiamatela come volete, che è stata costruita nell’osservazione e nell’esperienza di un numero enorme di anni. E proprio di questo andrò a raccontare nel prossimo frammento.

 

Photo Credits by Kusi Sonqo

 

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Matteo Croce

Matteo Croce nasce a Castiglion Fiorentino, frazione di Arezzo, nel 1996. Sviluppa fin dalla tenera età una morbosa attrazione per l'inusuale, le differenze e le peculiarità; impulso che, crescendo, decide di coltivare. Dopo aver terminato gli studi classici si iscrive alla facoltà di Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali a Bologna, considerando l'antropologia l'unica scienza che davvero educhi ad un umile confronto con il non familiare. Parallelamente agli studi, porta avanti la sua adolescenziale passione per la chitarra, il rock e la musica in generale.

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