Yawanawa – Viaggio nel cuore dell’Amazzonia, nel cuore dell’Uomo

Per raggiungere gli Yawanawa si naviga il fiume controcorrente. Questo non è solo un dato, sfumato ma concreto. E’ un’avvertenza. Vado a parlare di un popolo intenso, speciale. Un popolo lontano. E quando si va a parlare di popoli lontani (una distanza che è fisica, sì, ma anche cognitiva, empirica, culturale) è cosa buona assopire un po’ di sé stessi per aprirsi all’inconsueto e a ciò che porta con sé.

E’ cosa buona risalire il fiume controcorrente, anche per poco, anche per un breve tratto.

Ho avuto la preziosa occasione di conoscere questa gente nel quadro di un viaggio in Sudamerica. L’itinerario originale doveva essere circoscritto al Perù, ma, si sa, in un’esperienza di viaggio “l’itinerario originale” è importante quanto il razzismo scientifico per la biologia contemporanea.

E così, a seguito di alcune conoscenze fortuite o fatali, mi sono ritrovato nel verde Estado do Acre, Brasile.

Là, lungo il rio e sotto le solenni fronde amazzoniche, vivono gli antichi Yawanawa.

Si tratta di un ramo brasiliano dell’etnia Yaminawa, appartenente al ceppo linguistico pano. La popolazione è distribuita in piccole comunità sedentarie che in portoghese vengono chiamate “aldeias”, in spagnolo “aldeas” (che altro non vogliono dire che “villaggi”). Tali nuclei coincidono solitamente con la rete di parentela di una famiglia allargata di impianto patrilineare. Sono varie e disseminate nella riserva indigena del Rio Gregorio.

Viaggiavo in compagnia di un piccolo gruppo guidato da Kusi Sonqo (in quechua, “cuore felice”), un appassionato toscano amante della cultura medica sciamanica sudamericana, che aveva già avuto a che fare più volte con una di queste comunità familiari, l’aldea Yawaranì. I suoi interessi, fotografia e medicina tradizionale amazzonica, lo avevano portato anni prima a conoscere i membri della famiglia. Si erano così sviluppati un rapporto di intensa amicizia accanto ad un’intesa di tipo economico.

Da qualche tempo gli Yawanawa hanno adottato una tendenza di semi-apertura verso l’esterno culturale. Essa è inquadrata in un più ampio progetto di sostenibilità che possa condurli ad una più che desiderata condizione di autonomia economica.

Ecco perché l’aldea Yawaranì, una delle più recenti della tribù (6 anni!), su iniziativa del figlio adottivo del capo-famiglia, Shaneihu, ha deciso di aprire i battenti a ciò che chiamo grossolanamente “turismo” e al commercio con le realtà urbane più prossime.

Avremo tempo in un successivo articolo di approfondire il tema dei contatti con la cultura occidentale e i loro effetti direttamente verificabili.

Ovviamente il “turismo” di cui sopra si riferisce ad una forma di selezione piuttosto limitata e accorta di chi entra nell’aldea. La fiducia riposta nel nostro “cicerone” ci permetteva un buon lasciapassare.

Gli incassi degli ingressi e delle esportazioni agro-alimentari e artigianali vanno poi nel piano di rinnovamento del villaggio: ampliamento, servizi, installazione di una connessione internet tramite hotspot, ecc…

Mettendo da parte facili cinismi riguardo questo discorso meramente economico, andiamo al lato puramente umano dell’aldea (che è poi quello che ci interessa di più). L’apertura, l’accoglienza, l’inclusione di cui sono capaci gli Yawanawa sono forti, assolutamente reali e spontanee, retaggio dei millenni di storia di un popolo pacifico cresciuto all’ombra della Selva e in perfetta sinergia con essa, coi suoi ritmi, con i suoi ospiti.

Ci hanno accolto sotto una delle piogge più dure che abbia mai affrontato. Ci hanno sistemato nella grande capanna centrale, shuhu: un’enorme piattaforma circolare sopraelevata in legno, coperta da un imponente tetto conico. Non c’erano pareti a fare da intermediarie tra la struttura e l’esterno.

Lo shuhu viene normalmente utilizzato per le cerimonie e le feste del villaggio. Va da sé che il nostro “alloggio” coincidesse con il centro pulsante della vita della comunità. E, vi assicuro, quando non hanno qualche rito importante da osservare, i solari Yawanawa trovano sempre un motivo per festeggiare.

Si da’ poi il caso che eravamo arrivati alla vigilia del compleanno del capo villaggio, Pae Nani, primo di una serie consecutiva di genetliaci dei membri della famiglia. Il periodo dell’anno più intenso dal punto di vista celebrativo.

Solo successivamente ho scoperto che la “capanna cerimoniale” non faceva parte della cultura locale, ma si trattava di un’importazione dalla cultura medico-spirituale di Rio Branco, capitale di Acre.

Lo shuhu, capanna cerimoniale

A cominciare dalla mattina seguente al nostro arrivo, ho avuto modo di vivere a stretto contatto con gli abitanti dell’aldea per circa una settimana. Un frammento di tempo certo irrisorio per chiunque sappia cosa diavolo voglia dire “capire” una cultura altra. Non mi concedo dunque il lusso di parlare di “etnografia”, “studio sul campo” o in generale di “raccontarvi” il mondo Yawanawa.

Ho scritto, molto. Però sono qui, con questo quaderno rosso in mano, e penso a quanto poco abbia immortalato di quella ricchezza umana cui ho avuto la fortuna di accedere.

C’è qualche frammento fonetico e linguistico, ma dov’è la lingua Yawanawa? C’è qualche racconto, qualche leggenda, ma dov’è la mitologia Yawanawa? La cosmogonia? La spiritualità Yawanawa? Ci sono i nomi, le descrizioni caratteriali, le parole, i fatti, ma… dove sono gli Yawanawa?

Risposta semplicissima: sono là, ad Acre, Brasile. E non gli può interessare di meno delle mie problematiche nel riportare il loro universo in forma scritta.

Risposta idealistica: sono anche qua, nella mia esperienza di giovane uomo. In quelle amate briciole che mi sono rimaste addosso.

Il mio desiderio, e spero di esaudirlo nei prossimi articoli, è quindi quello di riportare la mia personalissima e umanissima esperienza nel contesto dell’aldea. Dove, tra pasti comuni, rituali, preparazione e utilizzo delle medicine sacre, fitte interazioni con la famiglia e la foresta e, ultimi ma fondamentali, ostacoli culturali vari, ho avuto modo di cucire sulla pelle, incastonare nella mente, irrorare nel cuore una mole di memorie e informazioni che tuttora mi pare trascenda abbondantemente il limite temporale sancito dai canonici “sette giorni”.

Per comprendere intimamente certi aspetti di mondi lontani dal nostro, la mentalità logico-razionale da soggetto eurocentrico cresciuto all’ombra sempre invadente del lògos greco rischia di essere spesso un ostacolo, una chiusura, più che un privilegio.

Come ha espresso uno dei miei compagni di viaggio su uno scomodissimo colèctivo peruviano, certe cose si apprezzano realmente se ci si approccia ad esse con gli occhi e l’apertura di un niño, un bambino. Di chi ha ancora molto da imparare, da capire. Si evita perlomeno di cadere in comode liquidazioni di irrazionalità e illogicità.

E allora, ancora vi chiedo, se possibile, di prendere mente e cuore e di “navigare controcorrente”. E scusate se insisto. 

Cover Photo by Kusi Sonqo, 2019

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Matteo Croce

Matteo Croce nasce a Castiglion Fiorentino, frazione di Arezzo, nel 1996. Sviluppa fin dalla tenera età una morbosa attrazione per l'inusuale, le differenze e le peculiarità; impulso che, crescendo, decide di coltivare. Dopo aver terminato gli studi classici si iscrive alla facoltà di Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali a Bologna, considerando l'antropologia l'unica scienza che davvero educhi ad un umile confronto con il non familiare. Parallelamente agli studi, porta avanti la sua adolescenziale passione per la chitarra, il rock e la musica in generale.

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