Yawanawa – La Medicina delle Piante Sacre

Introduzione al viaggio e alla cultura Yawanawa

Qui per la cultura quotidiana Yawanawa

L’aspetto probabilmente più avvincente legato alla cultura Yawanawa è la profonda conoscenza ed esperienza delle piante amazzoniche e del loro utilizzo in ambito terapeutico rituale. L’apparato nozionistico della Medicina Sagrada è uno dei tesori più preziosi per questo popolo, i cui sforzi recenti sono concepiti nell’ottica della sua salvaguardia e trasmissione generazionale. E’ inoltre una delle attrazioni più forti al turismo spirituale che le aldee Yawanawa stanno conoscendo negli ultimi anni.

Primo aspetto da specificare: cura del corpo, della mente e dello spirito sono dimensioni inscindibili tra loro. Ogni percorso di guarigione, ogni Dieta, ogni quotidiano utilizzo di una planta è in aperta comunicazione con questi tre piani, fondamentalmente interconnessi.

Cosa implica questo? Che il più piccolo disturbo fisico, anche il più blando e innocuo mal di testa, è valutato sulla base di un sistema di interpretazione simbolica che lo connota di signficati ben più profondi e complessi di quelli che assumerebbe nel cuneo della nostra cultura. Lo spirito e la mente lanciano messaggi, il corpo li veicola all’esterno sottoforma di disagio/dolore.

Se la testa duole vuol dire che anche qualcosa di collateralmente legato all’idea culturale di “testa” è danneggiato, è sbilanciato. Sta poi all’individuo, coadiuvato dalla saggezza della Medicina e dalle esperte interpretazioni del pajé, la Guida Spirituale, riconoscere il nodo del problema.

Sono in accordo con me stesso, col mio essere? Cosa sta bloccando l’energia del Grande Spirito dal fluire liberamente in me? Sto avendo pensieri nocivi per me e per gli altri? Cosa posso fare praticamente per risolvere questo stallo?

Credere fermamente che ogni fenomeno sia intimamente simbolico, “semaforico” (chiaramente nell’accezione greca di “portatore di segni”), eleva la vita quotidiana amazzonica a un limite impercettibile e sfumato dell’opposizione Sacro/Profano. Viene da pensare che tale dicotomia non sussista affatto. Ogni cosa è ambivalentemente “profana” e “sacra”, “terrena” e “spirituale”.

Già Lévi-Strauss aveva rilevato come tra i Bororo del Mato Grosso la dimensione religiosa fosse perfettamente calata nel tessuto della quotidianità [Lévi-Strauss C, Tristi Tropici, Milano, Ed. Il Saggiatore, 2008, pp. 192-193]. Tra gli Yawanawa ho avvertito la stessa “leggerezza” nell’adempimento dei riti volti a preservare i rapporti con l’ultraterreno. Il rispetto è forte, ma slegato da rigidità normative.

E ogni pianta porta in sé la Forza del Grande Spirito. Quando si consuma, si entra in contatto con la realtà più profonda e intima dell’universo.

Ecco perché ogni applicazione e assunzione di una pianta è ritualmente strutturata. Alcune costituiscono elementi base di quei percorsi di catarsi fisico-spirituale che gli Yawanawa chiamano “diete”. Andiamo a conoscere gli attori/induttori della Medicina Sagrada Yawanawa.

 

Romé-Potò (Rapé)

Secondo uno dei miti fondanti dell’orizzonte Yawanawa, il tabacco (nawé) è una delle miracolose piante che, insieme a uniuchì (peperoncino), germinarono spontaneamente dal corpo del “patriarca” spirituale Shaneiho. Esso costituisce l’ingrediente principale della più utilizzata delle medicinas sagradas amazzoniche.

Conosciuta in Europa col termine di derivazione francese rapè (“macinato”, “grattuggiato”), il nome indigeno di questa finissima polvere è romé-potò.

Viene comunemente definita come un tabacco da fiuto. In realtà si tratta di un composto di foglie di tabacco macinate e altre ceneri di origine vegetale (solitamente provenienti dalla corteccia di alberi sacri).

La meticolosa cura nella macinatura e setacciatura del tabacco (processo che può impiegare anche tre o quattro giorni) porta alla produzione di una finissima polvere, il cui colore varia a seconda degli ingredienti e della varietà di tabacco utilizzati.

Possiamo quindi imbatterci in rapé grigio chiari, marrone o persino neri, ognuno con la sua esclusivissima fragranza.

L’assunzione della polvere avviene tramite un’inalazione rituale piuttosto interessante. Essa si avvale di specifici strumenti cavi, simili a grosse cannucce, ricavati da legni sacri o ossa di uccelli: i tipì. E’ estremamente raro trovare due tipì identici, dato che ogni fabbricatore applica decorazioni variegate a seconda dei suoi gusti e degli intenti spirituali che desidera infondere nell’utensile.

 

 

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Un modello di tipì

 

 

Il rito prevede il coinvolgimento di almeno due soggetti: uno, solitamente un pajé esperto della medicina, si fa col suo soffio intermediario della trasmissione del rapé; l’altro, il ricevente, inala la polvere soffiata nel tipì dal primo. Il tutto è accompagnato da preghiere allo spirito del Tabacco e canti.

Un tratto fondamentale e onnipresente nella medicina sagrada: colui che riceve la medicina lo fa solo dopo aver sviluppato un chiaro intento, una direzione verso la quale rivolgere l’esperienza di cura; inoltre, ringraziando la pianta e affidandosi senza riserve alla sua “saggezza”, alle sue qualità terapeutiche, si pone in una predisposizione d’animo positiva, aperta. Un ground sicuramente propedeutico alla massima espressione di quel meraviglioso fenomeno di “self healing” dell’organismo che va sotto il nome di effetto placebo.

Le piante hanno senz’ombra di dubbio i loro effetti biochimici attivi. Il rapé, per esempio, è riconosciuto come un incredibile ansiolitico, tra le altre cose. E’ tuttavia tassativo riconoscere l’enorme portata del ruolo giocato dalla psicologia dell’individuo, dalle sue convinzioni e disposizioni d’animo, insomma, dal setting, nel plasmare la qualità dell’esperienza di cura.

Ecco perché si può dire che ogni rito di cura Yawanawa è volto a ricercare un approccio (pro)positivo all’interazione con la planta, tale da massimizzare gli effetti benefici di quest’ultima.

I “soffi di rapé” costituiscono un elemento del tutto quotidiano nella vita dell’aldea. Il composto calma il corpo e la mente (grazie alle sue riconosciute proprietà ansiolitiche), sbroglia le matasse dei pensieri, libera e purifica le vie aeree della teste, e molto altro. Può altresì essere “auto-trasmesso” utilizzando una piccola forcella detta kuripi.

 

 

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Il mio kuripi in legno, argilla e perline

 

 

Uni (Ayahuasca)

Su Homologos abbiamo già parlato più volte di Ayahuasca e di sue differenti declinazioni contestuali. Mi limiterò qui a evidenziare le peculiarità dell’approccio Yawanawa, senza scendere nell’esperienza soggettiva.

La variante amazzonica Yawanawa, in lingua “uni”, presenta caratteri meno intensi del suo analogo andino, probabilmente per una minore concentrazione del principio attivo (DMT) nel composto.

La troviamo protagonista di rituali notturni e diete. Una in particolare, la dieta di Mukà (un tubero amazzonico simile alla patata), è legata a doppio filo alla medicina dell’ayahuasca: una volta completata la dieta, si è riconosciuti a tutti gli effetti pajé di uni ed è possibile amministrare relative cerimonie.

Durante i miei vagabondaggi nell’aldea ho avuto modo di imbattermi in uno degli ingredienti base della “tisana degli spiriti”, la chacruna. Avendo avuto esperienza dell’arbusto solo da fonti scritte o comunque virtuali, il fatto di trovare diversi esemplari di esso nel “giardino di casa Yawanawa” mi ha quantomeno entusiasmato.

 

 

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Arbusto di chacruna

 

 

In preparazione al rito, le donne dell’aldea applicano una persistente pittura nera (simile all’henné) su volto, torso e braccia dei partecipanti, tracciando complicati motivi simbolici che possano garantire protezione dagli spiriti maligni durante il viaggio ultraterreno della notte.

Una cerimonia Yawanawa segue un profilo di intensa compartecipazione collettiva. A differenza di altre modalità rituali, che potremmo definire più “individualistiche” o “self-focused”, la colonna portante dell’esperienza è rappresentata dal gruppo tutto.

Gli attori danzano intorno al fuoco, cantano, suonano violãos, jambé  e charangos (avremo modo di parlare approfonditamente dell’ibridazione che contraddistingue la musica Yawanawa), pregano, si abbracciano… e anche se qualcuno opta per un’esperienza più “solitaria”, più introspettiva, il risultato generale è un’intensa, pulsante, armoniosa coreografia.

I volti dipinti, le espressioni solenni, gli imponenti copricapi di piume, le ombre danzanti del fuoco e le ritmiche tribali plasmano un’atmosfera trionfale, estremamente suggestiva, ma mai barocca o eccessivamente pomposa.

Si ha la sensazione che abbandonare quell’incredibile “multidividuo”  corrisponda a un delitto, sebbene ognuno sia fondamentalmente libero di lasciare la cerimonia a sua discrezione.

La celebrazione termina con le prime luci dell’alba, estinguendosi lentamente in sintonia con le braci del falò.

 

Kambò

E’ recentemente emerso un notevole interesse da parte di alcune ale della comunità medico-scientifica occidentale più “audaci” per quanto riguarda alcune sostanze utilizzate dalle medicine tradizionali. Sotto i riflettori è finito anche il kambò amazzonico.

Di cosa stiamo parlando? Di un veleno. O meglio, di una tossina secreta da una piccolissima rana (phillomedusa bicolor). Gli indigeni utilizzano un metodo collaudato ormai da secoli per raccogliere la sostanza gelatinosa dal dorso dell’anfibio.

La sostanza viene regolarmente assunta in fase preparatoria a importanti battute di caccia o altri eventi cerimoniali. Si crede che il processo di purificazione del kambò sia in grado di aumentare considerevolmente le energie e le forze del cacciatore/guerriero.

Alcuni si riferiscono al kambò con l’epiteto di “vaccino amazzonico”. Recenti analisi hanno identificato nella secrezione una serie impressionante ed estremamente variegata di peptidi bioattivi. Queste molecole, una volta introdotte nel nostro organismo, adempiono a diverse funzioni: alcuni si comportano come ormoni, altri danno supporto a processi fondamentali delle cellule, altri ancora esercitano un potente effetto sulla circolazione sanguigna, possiedono proprietà analgesiche, inibiscono la proliferazione di cellule tumorali o hanno qualità antivirali, antibatteriche, ecc…

Insomma, è ormai pressoché appurato che questo “cocktail chimico” [Vittorio Ersparmer] dia un’intensa scossa al sistema immunitario e ai processi metabolici del corpo umano, fenomeno che si è accaparrato le simpatie di diversi ricercatori in tutto il mondo.

Una scossa molto intensa. In tutti i sensi.

Per la mia prima applicazione di kambò mi sono svegliato alle sei di mattina, a stomaco vuoto da più di 9 ore, come da prescrizione di Shaneihù. Il pajé mi ha detto di bere almeno un litro di mamà, una bevanda leggermente alcolica prodotta dalla fermentazione della manioca. Il sapore del liquido pastoso, e me lo ricordo bene, è molto acido e sgradevole.

Tuttora non saprei bene spiegare come abbia fatto a consumarne un litro. In più, ancora non avevo idea del motivo di tale operazione e sul momento mi pareva del tutto insensata.

Mi hanno fatto sedere in riva al fiume. Tramite un bastoncino in legno dalla punta arroventata, Shaneihù mi ha inciso tre punti sulla spalla destra, di modo da rimuovere lo strato superficiale dell’epidermide. Ha poi posto su ogni micro-ustione un piccolo quantitativo di veleno, una gelatina grigio-verde.

Dopo pochi secondi ho sentito il battito cardiaco aumentare vertiginosamente, tanto che tutto quello che riuscivo a sentire per diversi secondi era solo il pulsare del sangue nelle orecchie. Avevo la percezione (illusoria, suppongo) di una temperatura corporea molto elevata. E dopo pochi minuti mi è stato finalmente chiaro il motivo di quell’esagerato ingerimento di estratto di manioca.

Lo stomaco dev’essere sufficientemente pieno di liquidi, per evitare problemi durante l’azione purgante del kambò. L’intensa sollecitazione dei muscoli dell’apparato digerente provoca forti contrazioni, e il rigetto è pressoché inevitabile. Una reazione che può spaventare, sì, ma è fondamentale riportare costantemente alla mente la fiducia verso il proprio corpo e la sua “saggezza”.

In ogni processo di cura, opporsi ai fenomeni fisici e psicologici è quanto di più nocivo si possa pensare di fare. 

Dopo l’espulsione di liquidi, copiosa ma non eccessivamente violenta, ho percepito un forte sollievo diffondersi in tutto l’organismo e il recupero è  stato abbastanza rapido. Ho sentito il bisogno di stendermi per recuperare le forze. Al mio risveglio ero piacevolmente sorpreso dal senso di pulizia e rilassamento che mi pervadeva.

A seguito di tre applicazioni di Kambò in altrettante giornate diverse, Nanì mi ha assicurato che sarei stato al sicuro da malattie, allergie e infezioni per l’anno a venire. Una promessa che mi risuona in testa ancora dopo quattro mesi, emanatrice di una solida fiducia verso il mio sistema immunitario.

 

Conclusione

Quelle appena descritte sono solo una parte del corredo medico Yawanawa. Di altre medicine, come la sananga (un potente collirio estratto da una radice), non ho avuto esperienza diretta e possiedo davvero poche informazioni.

Prima di salutarvi e rimandarvi a un prossimo racconto su questa incredibile cultura amazzonica, ci tengo a ribadire un aspetto fondamentale della Medicina Sagrada: il suo apparato rituale pone estrema attenzione al coltivare un set e un setting in grado di dialogare efficacemente sulla costruzione del percorso di cura. Un disegno culturale che, purtroppo, sembra davvero poco presente nella medicina moderna, tanto impegnata a conoscere il corpo umano nella sua più microscopica parte da dimenticarsi di chi si trova di fronte: un individuo con peculiarità fisiche, psicologiche e culturali che non possono essere ignorate se si intende garantire l’esperienza di cura più efficace.

 

 

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Matteo Croce

Matteo Croce nasce a Castiglion Fiorentino, frazione di Arezzo, nel 1996. Sviluppa fin dalla tenera età una morbosa attrazione per l'inusuale, le differenze e le peculiarità; impulso che, crescendo, decide di coltivare. Dopo aver terminato gli studi classici si iscrive alla facoltà di Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali a Bologna, considerando l'antropologia l'unica scienza che davvero educhi ad un umile confronto con il non familiare. Parallelamente agli studi, porta avanti la sua adolescenziale passione per la chitarra, il rock e la musica in generale.

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