Whaling Songs: canti di baleneria tra ‘700 e ‘800

La baleneria americana: contesto storico

Durante il 1659 un gruppo di quaccheri si stabilì, a causa di attriti di carattere religioso con le comunità puritane, nella frastagliata costa del Massachusetts. Diversi territori videro la nascita di attività di carattere agricolo e artigianale, grazie all’abbondanza di risorse naturali di un New England ancora relativamente poco sfruttato. L’economia di sussistenza si affiancava a un moderato commercio con la popolazione locale. Le società tribali Wampanoag, che seppur occupando un territorio ristretto contavano su di una fiorente attività agricola, inizialmente accolsero amichevolmente i nuovi arrivati, scambiando non solo manufatti, ma anche terreni.

La storia della baleneria americana inizia proprio qui, in seguito a un fortuito incontro: le comunità Wampanoag situate sull’isola di Nantucket avevano sviluppato un sistema di sfruttamento dei cetacei arenati, senza però spingersi in mare aperto per vere e proprie azioni di caccia. Essendo i quaccheri principalmente interessati all’aspetto agricolo delle terre a loro cedute, riservarono ai nativi i diritti di proprietà dei cetacei arenatisi nei loro terreni. Nella costa orientale del continente americano abbondavano branchi di balene franche (Eubalaena australis), ed è naturale pensare che i coloni, dopo i primi anni di sfruttamento delle risorse naturali, spinti dall’utilizzo vantaggioso che i Wampanoag facevano delle carni dei cetacei, tentarono le prime imprese di caccia: verso il 1750, un secolo dopo i primi insediamenti quaccheri, Nantucket vantava una considerevole flotta baleniera, che comprendeva la metà della totalità delle imbarcazioni varate nei porti sorti nel continente.

Tuttavia le primitive tecniche dei nativi, che non contemplavano l’utilizzo di imbarcazioni, erano insufficienti per uno sfruttamento intensivo delle balene franche: ed è a questo punto che entra in gioco la secolare esperienza baleniera di nazioni europee quali Olanda, Inghilterra e Francia, da dove centinaia di ufficiali, ramponieri e semplici marinai partirono per istruire gli equipaggi misti delle baleniere di Nantucket, Martha’s Vineyard e Long Island. Persino la redditizia attività di pesca al merluzzo di Cape Cod si convertì alla novella industria baleniera.

 

 

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Proprio nel Diciottesimo secolo, epoca nella quale americani ed europei iniziarono a condividere non solo i ponti dei mercantili, ma anche quelli delle baleniere, questa attività vide un notevole avanzamento tecnologico. L’abbondanza di risorse nei mari lungo le coste nordamericane portò l’introduzione anche nelle navi del New England di una tecnica sfruttata in Francia fin dal secolo precedente: vennero istallati a bordo dei vascelli americani nuovi equipaggiamenti atti alla lavorazione istantanea del grasso di balena, consistenti in bollitori in mattoni e metallo che ad elevate temperature fondevano i blocchi di tessuto adiposo per trasformarlo nel prezioso e sempre più richiesto olio. In questo modo mentre un cetaceo, assicurato tramite apposito cordame al fianco della nave, veniva lavorato, le vedette poste sugli alberi potevano continuare la loro opera: l’avvistamento di una nuova balena poteva essere seguito da un’ulteriore azione di caccia, mentre una parte dell’equipaggio proseguiva alla lavorazione del cetaceo precedentemente catturato.

Le baleniere americane adottarono quindi una sorta di catena di montaggio che occupava mansioni non presente sulle navi a vele quadre di cui ci siamo già occupati: accanto ai semplici marinai gli equipaggi accolsero macellai, fabbri delegati alla costruzione e alla manutenzione dei forni e degli attrezzi di caccia, bottai che incessantemente fabbricavano sottocoperta recipienti per raccogliere l’olio che veniva prodotto sul ponte della nave. Charles Nordhoff, nella propria autobiografia, riporta un tipico annuncio per il reclutamento di personale, dimostrando come la competenza artigianale fosse altamente apprezzata a bordo:

 «Landsmen Wanted!! One thousand stout young men, Americans, wanted for the fleet of whaleships, now fitting out for the North and South Pacific Fisheries.

Extra chances given to Coopers, Carpenters and Blacksmiths.

 None but industrious young men, with good recommendations, taken. Such will have superior chances for advancement

 Outfits, to the amount of SEVENTY-FIVE DOLLARS furnished to each individual, before proceeding to sea […]»

Accanto all’avanzamento tecnologico la baleneria america spostò il proprio target di caccia su di una specie di mammifero marino precedentemente ignorata dal punto di vista commerciale: il capodoglio (Physeter macrocephalus). Un nuovo prodotto, improvvisamente, invade gli insediamenti balenieri situati negli stati del New England: accanto ai barili d’olio, pronti per essere smistati e spediti, e ai fasci di fanoni destinati all’industria vestiaria per essere trasformati in stecche per corsetti e costose montature di occhiali, prese posto l’ambra grigia, secrezione intestinale del capodoglio, atta a raccogliere gli scarti alimentari per poi facilitarne l’eliminazione.

Questo prodotto era già conosciuto in quanto, espulso naturalmente dal capodoglio alla fine del processo di digestione, rimaneva liberamente natante, ma il suo sfruttamento commerciale coincise con le grandi battute di caccia a questo animale. Non era infatti l’ambra grigia ma lo spermaceti il principale prodotto per il quale gli armatori spedivano intere flotte nel Pacifico alla ricerca del pericoloso odontoceto: la testa del capodoglio contiene infatti una grande quantità di questa sostanza cerosa, ricca di grassi, che permette al cetaceo di mantenere un naturale equilibrio idrostatico durante le profonde e prolungate immersioni.

Accanto all’olio di balena le città americane iniziarono a sfruttare lo spermaceti per l’illuminazione stradale e domestica. La crescente domanda di prodotti balenieri andava di pari passo con il decimarsi delle flotte: alla fine del XVIII secolo non vi erano nativi superstiti negli equipaggi, i pericoli della caccia alla balena provocavano decessi pressoché quotidiani e in ultimo una manovra troppo azzardata poteva impattare la preda provocando danni irreparabili allo scafo.

 

 

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Come sottolinea Giancarlo Costa, alle soglie del XIX secolo gli equipaggi che regolarmente si imbarcavano dai porti americani contavano un numero sempre crescente di marinai di colore: afroamericani liberi degli stati del nord che si imbarcavano con la semplice prospettiva di guadagno che li accomunava ai compagni bianchi, affiancavano schiavi fuggitivi, che come giovani criminali, ladri e debitori, si imbarcavano per sfuggire alle leggi dell’epoca, se non addirittura al capestro. A bordo del microcosmo della nave baleniera, isolata dalla terraferma in media per più di un anno, la discriminazione razziale non era pressante come poteva essere a terra: ai marinai di colore spesso era concessa la stessa possibilità dei bianchi di scalare le gerarchie sociali all’interno dell’equipaggio. Nel 1815, la baleniera Traveller, contavano un equipaggio esclusivamente di marinai di colore, sotto gli ordini del comandante bianco Paul Coffee. Uno di questi marinai, Absalon Boston, divenne a sua volta capitano della baleniera Industry, anch’essa operante grazie a un equipaggio di soli afroamericani.

Ancora una volta, quindi, la nave rappresenta il luogo in cui, a parte gli ovvi limiti imposti dalla gerarchia di bordo, la pari dignità tra gli uomini era data per scontata. Gli armatori di grandi centri come Boston e Salem, pesso di origine quacchera, non erano solamente spinti da sentimenti filantropici: la composizione dell’equipaggio non era determinante, purché lavorasse secondo le direttive imposte dalla compagnia, cercando di accumulare e spedire alle postazioni costiere il maggior numero di barili d’olio e prodotti ricavati dai cetacei catturati. Eventuali pregiudizi razziali avrebbero limitato le possibilità di guadagno, in quanto la manodopera di colore abbondava e spesso si qualificava come altamente efficiente.

Alle soglie del diciannovesimo secolo l’industria baleniera di dimostrava quindi fiorente. Il primo declino seguì i fatti del Boston Tea Party: il 16 novembre 1773 un gruppo di coloni travestiti da indiani, rappresentanti una comunità esasperata dagli inasprimenti fiscali imposti dalla Gran Bretagna, gettò in mare il carico di tè presente nelle stive della Dartmouth, della Eleanor e della Beaver. La prima e l’ultima di queste navi facevano parte dell’impresa dei fratelli Rotch, regolarmente attivi nello smercio di prodotti balenieri da Nantucket a Londra. Possiamo dire che, simbolicamente, questo fu il primo colpo incassato dall’industria baleniera che, nel giro di poco tempo, si vide frenata da una serie di leggi limitanti riguardanti la pesca emanate dalla madrepatria. Sebbene gli equipaggi a bordo delle baleniere di Nantucket tentarono di rimanere neutrali, continuando il loro lavoro nonostante a terra si attuavano le premesse per la Guerra d’Indipendenza, molte navi caddero preda dei vascelli inglesi, battenti bandiera della Royal Navy. Gli equipaggi catturati venivano stivati in apposite navi-prigione dirette in Inghilterra; ad alcuni era concessa la possibilità di arruolarsi tra le fila della marina militare di Sua Maestà Britannica.

Dopo il raggiungimento dell’indipendenza, l’industria baleniera ebbe la possibilità di rialzarsi, rientrando in quel regime di concorrenza che, a causa delle barriere commerciali, aveva perduto fino ad arrivare alla rovina. Metà della flotta baleniera di Nantucket, comprendente un totale 46 navi, venne distrutta durante la guerra. Solo nel 1818 la cittadina ne iniziò la ricostituzione. Nel giro di un anno vennero varate 60 navi, fino ad arrivare a 88 baleniere nel 1843. Nel 1846 gli Stati Uniti possedevano una flotta di 735 baleniere, operanti dal Pacifico alla Groenlandia. Era iniziata l’età dell’oro della baleneria americana, quella che ispirò il mito romantico della caccia al grande cetaceo, l’impresa eroica che portava giovani ma coraggiosi marinai lontani dalle loro case per anni, senza la sicurezza di tornare ma con la certezza di un ricordo glorioso. Tutto questo non era poi così distante dalla realtà, se si considera che  Hermann Melville, che con Moby Dick ha contribuito a plasmare la figura del baleniere nell’immaginario collettivo, passò gli anni di gioventù a bordo di questi vascelli.

Nella metà del XIX secolo la caccia divenne indiscriminata: una flotta di tali dimensioni, rinforzata anche dalle centinaia di marinai americani che tornavano in patria liberati dalla prigionia inglesa, non poteva che attuare strategie di caccia intensive. Nel 1853, riconosciuto come l’anno più produttivo dopo il tracollo provocato dalla Guerra d’Indipendenza, furono catturati 8000 cetacei tra balene franche e capodogli: il ricavato ammontava a circa 11 milioni di dollari, provenienti dalla vendita di 103.000 barili di spermaceti e 260.000 barili d’olio.

È questo il periodo su cui ci sarà utile soffermarci: la metà del diciannovesimo secolo vede l’affermarsi del repertorio canoro degli shanty sui vascelli a vele quadre delle imprese commerciali; è lecito pensare che sulle baleniere americane, dove ovviamente non vigeva la disciplina ferrea della marina militare, le manovre fondamentali per la navigazione fossero accompagnate dai canti. Tuttavia, non essendoci differenza sostanziali, non è su questo repertorio che intendiamo di nuovo soffermarci, ma sui canti direttamente legati alla baleneria.

 

Musica e baleneria

Una tipica nave baleniera attiva verso la metà del diciannovesimo secolo necessitava di personale adibito per svolgere tutte le mansioni durante le quali era possibile intonare shanty: nel periodo di massima attività e fino all’avvento del vapore la baleneria si era avvalsa di vascelli a tre alberi a vele quadre, governabili con lo stesso sistema dei bastimenti mercantili o postali che contemporaneamente solcavano gli stessi oceani e frequentavano gli stessi porti. Fabbri e macellai, imbarcati per supplire al problema di un accumulo troppo lento di prodotti da spedire a terra, non svilupparano un repertorio di canti autonomo rispetto a quello che era già in uso tra i marinai; hauling e heaving shanty, in virtù del loro legame principalmente ritmico con le quotidiane mansioni di bordo, non vennero adottati dai rappresentanti di queste nuove professioni assenti in altri tipi di imbarcazioni.

Tuttavia è lecito pensare che il canto venisse utilizzato anche in situazioni esclusivamente legate alla baleneria. In questo senso possono risultare utili i resoconti di viaggi, siano essi diari di bordo o memorie, intrapresi verso la metà del diciannovesimo secolo. Le rotte che lambivano le coste della Groenlandia e che generalmente volgevano verso nord, frequentate esclusivamente da baleniere o pescherecci, presentavano il costante pericolo dei banchi di ghiaccio. Spesso era necessario che imbarcazioni ausiliarie trainassero la nave, il cui percorso era ostacolato dalla banchisa, da ice-berg, isole naturali o insenature; tale operazione, delicata e da compiere con estrema precisione, non vietava agli uomini al lavoro o a bordo della nave trainata di cantare, verosimilmente per esorcizzare un ovvio stato di tensione. Di questo dà conto il capitano William Barron:

«Two days after, came a calm, and the ice began to open in all directions. Boats were speedely manned in order to tow the ships through the intricate passages of   the islands to the northward. It is a slow and dreary process, but when a  few ships are together it becomes lively and amusing.

One ship tows against  another, and the crews strike up some song or chorus, which has a very fine  effect amongst the numerous islands and icebergs, the echoes coming from every direction.»

Spesso la carena della nave, se non in movimento, correva il rischio di essere compressa dall’acqua trasformatasi in ghiaccio, che aumentando di volume poteva provocare falle allo scafo o alla meno peggio costringerla in una morsa tenace. Barron riporta la cronaca di un incagliamento avvenuto tra i ghiacci del mar glaciale artico durante una spedizione partita da Hull, nella contea di Plymouth, il 12 marzo 1851, descrivendo poi le manovre per liberare la nave:

«Sawing a dock is a difficult task, and grat care must be taken to get the lines  straight, otherwise there is a probability of having nearly as much to cut over  again […] Ice saws are from twelve to sixteen feet long, worked with triangles and bell-ropes, and manned by about sixteen men. The work is usually enlivened with songs to cheer the gang. I have seen blasts of powder put into the middle piece of ice, which saves much time and labour.»

Barron non specifica quali canti accompagnassero queste azioni, se effettivamente shanty o brani appartenenti ad altri repertori. È verosimile, tuttavia, che gli stessi brani utilizzati durante le mansioni di bordo potevano temporaneamente trasferirsi ad attività straordinarie. Tenendo conto di questo e supponendo che il movimento adatto per segare gli spessi blocchi di ghiaccio rimandi ad un ritmo binario, un capstan shanty poteva essere preferibile ad un qualsiasi hauling shanty.

Evento alquanto sentito a bordo di una baleniera era il passaggio della linea dell’Equatore, durante il quale avveniva una particolare cerimonia. Costa ne riporta lo svolgimento tipico: al cospetto del marinaio più anziano travestito da Nettuno, dio del mare, venivano condotti i giovani che per la prima volta si trovavano a varcare questo confine simbolico; si procedeva con una farsa in cui il marinaio in veste di Nettuno processava le matricole, chiedendo per quale motivo avessero osato invadere il suo reame; il tutto si concludeva con la rasatura dei giovani marinai, che dopo essere stati unti di catrame venivano immersi in bacili d’acqua. Nello specifico abbiamo la descrizione di una di queste cerimonie da parte di Barron, con la differenza che a essere iniziati sono i marinai che per la prima volta si trovano a navigare nelle acque dell’artico:

«All preparations had been made to welcome Neptune and his friends on board, similar to what is practised when crossing the line. Troubles were for the time forgotten. The between decks were cleared, play bills posted, judge and jury boxes erected, and the barber’s shop made ready for greenhorns, i.e., young men who had not been to the Arctic regions before. At midnight eight bells were struck. A gruff voice hailed the ship through a speaking trumpet, demanding the name of the vessel, the captain’s name, the luck that had, etc. He concluded by asking if we had any of  his children on board, meaning green hands, who were at the time stowed in the fore peak amongst the coals, with a watchman guarding them.

When Neptune’s questions were answered satisfactorily, he was politely request to come on board. The scene was most amusing. His carriage was a main hatch, and his majesty was accompained by Mrs. Neptune, both in dresses made from rush mats, shavings for curls, and a potatoe net for a veil. Their faces were coloured red to make them look fresh.

They were followed by their retinue, comprising the barber, similarly dressed, but with a huge paper collar, stiffened with white paint. Next came the barber’s clerk, policemen, and jurymen. These carried the music, consisting of tin pots, pan lids, and other noisy gear. The procession went round the deck, halted at the cabin door, sung a song waiting for an invitation to go down, or orders from the captain for the steward to give each a dram […] The policemen wore oil jackets, with lage buttons painted white. Seats were taken, and the poor fellows brought out singly. Neptune enquired his name and occupation. He was then placed on a block of wood, and the barber commenced to operate upon him. […] The poor innocent was then lathered  with coal tar, and his hair powdered with crushed chalk and resin, well rubbed in. […] When the shaving was over, and a few song sung, things were restored to their former places and I am happy to say throughout this formal custom everything passed off without any disagreement.»

Anche il canto, quindi, era parte integrante di questa cerimonia, una sorta di mascherata durante la quale, nonostante i novizi venissero scherzosamente maltrattati, si annullavano anche le naturali gerarchie di bordo e i problemi concreti venivano messi momentaneamente da parte.  Anche Francis Allyn Olmsted, nel suo Incidents of a Whaling Voyage, sottolinea l’importanza che un tale rito rappresentava a bordo; non solo tale cerimonia era infatti considerata propiziatoria per la futura carriera dei giovani marinai, ma in un certo senso era anche manifestazione di sottomissione allo spirito imprevedibile dell’oceano, rappresentato dall’anziano marinanio in veste di Nettuno:

«The crossing of the line, is considered an important event in a ‟greenhorn’sˮ life. It was formerly customary to compel him to pass through many disagreeable ceremonies in order to initiate him into the mysteries of Neptune, and to propitiate   the favor of his godship upon his future career over the ocean.»

Il resoconto prosegue con la descrizione dello svolgersi abituale di tale cerimonia, senza però, in questo caso, accennare alla presenza di musica. Proprio grazie alle memorie di Olmsted disponiamo di una testimonianza diretta del canto a bordo di una baleniera. In data martedì 11 febbraio 1840 l’autore esplicita il proprio interesse per questa attività:

«I have often been very much amused by the cries and songs of the men, when  engaged in hauling away upon the rigging of the ship. The usual cry is ‟Ho! Ho! Hoi!ˮ or  ‟Ho! Ho! Heavo!ˮ which is sung by some one of them, while the rest keep  time. It has a rather dolorous cadence, and a wildness that sounds like a note of  distress when rising above the roar of the gale at dead of night. […] Mr. Freeman  usually officiates as chorister, and with numerous demisemiquavers, strikes up the song, while all the rest join in the chorus. […] The song of sailors, when sung with spirit and to the full extent of their fine sonorous voices, add new vigor to their    exertions, as the heavy yards and sails are mounting upwards.»

Secondo i versi da lui riportati, uno dei brani uditi da Olmsted è The Drunken Sailor, celebre shanty presente nel repertorio di ogni buon shantyman, ammesso anche a bordo delle navi della marina. Questo passo testimonia la presenza degli shanty a bordo delle baleniere già nella prima metà del diciannovesimo secolo; questo non deve stupire, a maggior ragione nel caso di uno shanty come quello in questione, che raggiunse una popolarità tale da propagarsi di nave in nave, di equipaggio in equipaggio, a prescindere dalla tipologia di questi ultimi.

Abbiamo infatti sottolineato come non vi sia una tipologia di shanty specificatamente legata alla caccia alla balena. Tuttavia, in una piccola parte di essi, potrebbe essere possibile trovare riferimenti a questa attività. Questo elemento non sarebbe comunque indicativo del fatto che lo shanty venisse utilizzato a bordo di navi baleniere, in virtù del fatto che la parte testuale di uno shanty, così come quella melodica, era relativamente meno importante di quella ritmica. Possiamo affermare che, ad esempio, un ipotetico capstan shanty dimostratosi particolarmente efficace, poteva essere adottato a bordo di un mercantile nonostante al suo interno vi erano riferimenti alla baleneria.

 

 

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È invece vasto il repertorio di quelle che potremmo definire whaling songs: si tratta di brani in forma di ballata che possiamo includere nella più ampia categoria dei forebitter, in quanto slegati dall’attività manuale. Spesso si focalizzano sulle sensazioni dell’equipaggio, stremato, assetato, arso o reso inefficiente a causa delle temperature bassissime, in costante allarme per i pericoli in cui ogni baleniera poteva incorrere. Principalmente, però, una whaling song presenta la narrazione, basata su eventi reali o fittizi, di una scena di caccia o, in maniera più ampia, il resoconto di un’intera spedizione. A.L. Lloyd, prendendo come esempio il brano generalmente conosciuto come The Greenland Whale Fishery o Sperm Whale Fishery, traccia quella che può essere considerata una trama tipica di questo repertorio (corsivi nostri):

«[…] English seamen sang the most famous of all whaling songs which, in some  versions begins: ʻWe may no longer stay ashore Since we’re so deep in debt, So off  to Greenland we must steer, Some money for to get.ʼ Modest enough. But the ballad gets under way with the spirited description of the sighting of the whale, the chase, the fatal accident (ʻthe harpoon struck, the line run out, The whale give a flurry withhis tail, And he upset the boat; we lost half-a-dozen men. No more, no more Greenland for you, brave boys; And we never caught the whale.) […]»

E ancora:

«This is the oldest – and many think the best – of surviving songs of the whaling  trade. It had already appeared on a broadside around 1725, very shortly after the South Sea Company decided to resuscitate the then moribund whaling industry, and sent a dozen fine large ships around Spitsbergen and the Greenland Sea. The song   went on being sung with small changes all the time to bring it up to date. Our present version mentions the year 1834, the ship Lion, its captain Randolph. Other versions give other years, and name other ships and skippers (there was a whaler the Lion, out of Liverpool, but her captain’s name was Hawkins, and she was lost off Greenland in 1817). We may take it that the incident described in the song is not historical but imaginary, a stylisation like those thrilling engravings of whaling scenes that were once so popular. But the song’s pattern of departure, chase, and   return home, was imitated in a large number of whaling ballads made subsequently. It is the ace and deuce of whale songs.»

L’elemento narrativo è quindi profondamente radicato nel pattern che Lloyd così riassume: partenza – caccia – viaggio di ritorno. Possiamo notare come questi elementi ricorrano mettendo a confronto i versi di alcune delle più conosciute whaling songs: The Greenland Whale Fishery, The Twenty-Third of March, The Coast of Peru e The Balaena:

Partenza:

The Greenland Whale Fishery

“It was eighteen hundred and thirty-four,
on March the seventeenth day,
that we hoist our colours to the top of the tree
and for Greenland bore away, brave boys,
for Greenland bore away”

The Twenty-Third of March

“On the twenty-third of March, my boys,
we hoisted our topsail,
crying, ʻHeaven above protect us
from the fierce and the icy galeʼ”

The Coast of Peru

“We’ve weathered the Horn and we’re now off Peru,
we are all of one mind to endeavour to do.
Our boats they’re all ready, our mastheads all manned,
our riggin’ rove light, me boys, aod our signals are planned”

The Balaena

“The noble fleet of whalers went sailing from Dundee,
well-manned by British sailors to work upon the sea.
on the Western Ocean passage none with them can compare,
but the smartest ship to make the trip is Balaena, I declare”

Caccia:

The Greenland Whale Fishery

“Well, our boats got down, and the men all in
and the whale was full in view.
Resolved, resolved, was them whalermen so bold
to strike when the whale-fish blew, brave boys,
to strike when the whale-fish blew”

The Twenty-Third of March

“And when we come in the Davis Street
where the mountains flowed with snow,
we tacked about all in the north,
till we heard the whalefish blow,
and when we catch this whale, brave boys,
homeward we will steer”

The Coast of Peru

“It was early one mornin’ we heard the brave shout,
as the man on the look-out cried out: ʻThere she spout!ʼ
ʻWhere away?ʼ says our captain, ʻand where do she lay?ʼ
ʻTwo points to our lee bow, scarce a mile away.ʼ

Then it’s, ʻCall up all hands, my lads, and be of good cheer.
Put your tubs in your boats, boys, have your bow-lines all clear.
Sway up on them boats now, jump in, my brave crew,
lower away now, and after her, try the best you can doʼ”

Viaggio di ritorno:

The Greenland Whale Fishery

“The winter star did now appear,
and it’s time our anchor for to weigh,
to stow below our running gear,
and from Greenland bear away, brave boys,
from Greenland bear away”

The Twenty-Third of March

“We’ll make them valleys ring, my boys,
a-drinking of strong beer,
we’ll make them lofty ale-houses
in London town to roar.
And when our money is all gone
to Greenland go for more, brave boys,
to Greenland go for more”

The Coast of Peru

“Now we’re bound into Tumbez in our manly power,
where a man buys a whorehouse for a barrel of flour.
We’ll spend all our money on them Spanish gals ashore,
and when it’s all gone, me boys, we’ll go whaling for more”

The Balaena

“And now the season’s over and the ship half-full of oil,
our flying jib boom points for home towards our native soil.
And when that we have landed, boys, where the rum is very cheap,
we’ll drink success to the skippers’s health for getting us over the deep”

Se da una parte, quindi, questo repertorio si fonda su di un solido elemento narrativo, dall’altra può assumere un carattere decisamente più introspettivo: la cronaca viene messa da parte per la descrizione, spesso dettagliata, degli stati d’animo dei marinai, dalle senzazioni di stanchezza, malinconia e nostalgia fino alle dichiarazioni di pentimento con conseguente giuramento di non imbarcarsi per il resto della vita, pena la dannazione. In questo ambito si inserisce il tema ricorrente della carenza di prede e di lavoro, frustrante situazione che costringe la nave a cambiare zona di caccia e l’equipaggio a passare lunghe giornate improduttive. Questa condizione tutt’altro che infrequente è testimoniata in The Weary Whaling Grounds, brano catalogato con il numero 2000 all’interno del Roud Folk Song Index. Riportiamo il testo come cantato da A.L. Lloyd nell’album Leviathan! Ballads and Songs of the Whaling Trade, registrato per la Topic Records nel 1967 e ristampato nel 1998:

   If I had the wings of a gull, me boys,
I would spread ’em and fly home.
I’d leave old Greenland’s icy grounds,
for of right whales there is none.

 And the weather’s rough and the winds do blow,
and there’s little comfort her.
I’d sooner be snug in a Deptford pub,
a-drinkin’ of strong beer.

 Oh, a man must be mad or want money bad
to venture catchin’ whales.
For we may be drowned when the fish turns around,
or our head be smashed by his tail.

 Though the work seems grand to the young green hand,
and his heart is high when he goes,
in a very short burst he’d as soon hear a curse
as the cry of: “There she blows!”

 “All hands on deck now, for God’s sake,
move briskly if you can.”
and he stumbles on deck, so dizzy and sick;
for his life he don’t give a damn.

 And high overhead the great flukes spread,
and the mate gives the whale the iron,
and soon the blood in a purple flood
from the spout-hole comes a-flying!

 Well, these trials we bear for night four year,
till the flying jib points for home.
We’re supposed for our toil to get a bonus of the oil,
and an equal share of the bone.

 But we go to the agent to settle for the trip,
and we’ve find we’ve cause to repent.
For we’ve slaved away four years of our life
and earned about three pound ten.

La prima stanza fornisce già due informazioni precise: innanzitutto il riferimento alla Groenlandia; la seconda, meno evidente, è il fatto che la preda venga identificata come right whale, ovvero la balena franca, così chiamata perché considerata la ‟balena giustaˮ da cacciare. La scarsezza di questi cetacei a cui si allude non è solo elemento drammatico del brano, ma bensì un dato di fatto, conseguenza di una caccia indiscriminata verso questa specie, relativamente più facile da catturare rispetto alle altre. Questa condizione di forzata inattività, oltre che causa di possibile risoluzione in negativo dell’intera stagione di caccia, era motivo di profondo disagio da parte dell’equipaggio:

«Three emotions dominated the oldtime whalerman: exultion in the chase, a longing for home, and disgust at the conditions of his trade. This latter mood descended heaviest upon him when the fishing was poor and he became “whalesick” (like homesick, only sick for whales). The man who made the complaint for The Weary Whaling Grounds must have been very whalesick.»

La quarta stanza, al contrario, mostra l’entusiasmo dei green-horns, coloro che, come già visto, si avventuravano per la prima volta in simili imprese: tuttavia questo sentimento poteva vacillare non appena, al grido della vedetta, le lance venivano ammainate e ogni componente dell’equipaggio si concentrava nella propria mansione per riuscire, in un articolato lavoro di squadra, ad avvicinare e catturare l’animale nel minor tempo possibile. Come descritto nella sesta stanza, nel momento in cui una lancia si avvicinava sufficientemente al cetaceo, spesso esausto, il ramponiere ne colpiva il dorso, agganciando di conseguenza l’imbarcazione alla preda.

Questa necessaria operazione poteva risultare altresì fatale nel caso la balena tentasse di inabissarsi per sfuggire all’attacco: così facendo, se il ramponiere non era pronto a tranciare di netto la corda che collegava la lancia all’estremità dell’arpione, la leggera imbarcazione poteva essere trascinata fino a scomparire sotto la superficie dell’oceano. Segnale di buona riuscita del colpo d’arpione, come riportato al verso 23, era la presenza di sangue nel getto dello sfiatatoio del cetaceo; si poteva procedere ad un ulteriore avvicinamento per l’eventuale colpo di grazia, dopodiché l’animale veniva assicurato al fianco della nave e i macellai poteva iniziare a distaccarne gli strati adiposi e i fanoni, per poi issare il tutto sul ponte e procedere nella lavorazione.

Le ultime due stanze interrompono bruscamente la descrizione della caccia per sottolineare un altro aspetto drammatico della vita di un marinaio imbarcatosi in una baleniera, la ricompensa. Giancarlo Costa riporta i seguenti dati, relativi ad un normale equipaggio attivo attorno al 1850: al comandante spettava 1/15 del valore della merce venduta, tra barili d’olio, spermaceti, fanoni e quant’altro; ad un green-horn veniva consegnata una somma in denaro corrispondete al valore di 1/180 del ricavato; così via fino al cabin boy, il mozzo, che riceveva una quota irrisoria, pari a 1/240. Dal ricavato della vendita gli armatori, poi, detraevano il costo della nave e del suo equipaggiamento oltre che il vitto, le eventuali spese mediche e gli anticipi versati ai marinai prima dell’imbarco. La situazione descritta nel brano, sebbene non riferibile ad un evento preciso, non è quindi poi così distante dalla realtà.

 

 

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Il marinaio che si imbarca per la caccia alla balena è quindi, economicamente, in equilibrio precario. Da una parte non è possibile prevedere l’esito della stagione e quindi il valore del ricavato; dall’altra, imbarcandosi a spese dell’armatore, comincia la propria carriera già in debito. Avendo visto che spesso i guadagni non erano equilibrati rispetto alla mole di lavoro a cui l’equipaggio era costretto per svariati mesi, è naturale pensare che la ritrosia ad un nuovo imbarco di cui parlano diverse whaling song non sia solo finzione poetica. Alan Lomax riporta un noto forebitter che, pur non avendo come tema centrale la caccia, può considerarsi in parte una whaling song.

La vicenda narrata in Jack Wrack è significativa per quanto riguarda la problematica di cui sopra: il marinaio, dopo aver sperperato il misero guadagno nei postriboli di San Francisco (in una variante la città è Liverpool), è costretto, mosso dal bisogno di denaro, ad imbarcarsi di nuovo sebbene avesse precedentemente giurato di non mettere mai più piede su di una nave; troverà sistemazione proprio in una baleniera diretta verso i mari artici, rientrando così nel circolo vizioso delle spedizioni di caccia. Stan Hugill riporta quattro versioni della ballata: una prima dal titolo We’ll Go to Sea no More, consistente in un unica strofa raccolta dall’autore a bordo del veliero Monongahela; la seconda, che possiamo considerare la più nota, dal titolo Go to Sea no More o Off to Sea No More; la versione ambientata a Liverpool, Go to Sea Once More; infine la versione riportata da Robert Frothingham in un articolo apparso nella rivista americana Adventure in data 30 gennaio 1923, con titolo Off to Sea Once More.

Riportiamo il testo della seconda versione del brano raccolta da Hugill:

   When first I went to Frisco, I went upon a spree,

 my hard-earned cash i spent it fast, got drunk as drunk could be.

 Before me money was  all gone, or spent wi’ some ol’ whore,

 i wuz fully inclined, made up me mind, to go to sea no more.

 No more, no more,

 no more, no more, no more!

 There goes Jack Rack, poor sailor boy,

 Who’s goin’ to sea no more!

 That night I slept with Mary Ann, too drunk to turn in bed,

 me clothes wuz new, me money wuz too, next morn wid the she’d fled.

 A-feelin’ sick i left the house an’ went down by the shore,

 Oh, an’ then as i went, me head all bent, the crimps they all did roar,

 The first chap I ran foul of wuz Mister Shanghai Brown.

 I axed him neat, for to stand treat he looked me up an’ down.

 Sez he, ʻLast time yiz wuz paid off, wi’ me yiz chalked no score,

 but I’ll give ye a chance, an’ I’ll take yer advance, for to go to sea once more!ʼ.

 Oh, he shipped me aboard of a whalin’-ship, bound for the Arctic Seas,

 where the cold wind blows an’ the frost an’ the snow makes even hot rum freeze.

 I had no clothes, I had no gear, me cash spent on a whore,

 oh, ’twas then that I swore when once on shore I’d go to sea no more.

 Some days we caught our sparm whales, boys, some days we did catch none.

 Wid a twenty-foot oar stuck in yer paw we pulled the whole day long,

 and when the night it came along an’ ye nod upon yer oar.

 Oh, a man must be blind fer ter make up his mind fer ter go ter sea once more.

 Come, all ye bully sailormen, an’ listen to me song.

 O, I hope ye just will listen I tell yiz what went wrong,

 take my advice don’t drink strong rum, nor go sleepin’ wid a whore,

 but just git spliced, that’s my advice, and go ter sea no more!

Nonostante il brano sia con tutta probabilità un forebitter, alcuni colleghi di Hugill, come egli stesso afferma, ne riportano l’utilizzo come shanty per argani e pompe. La struttura infatti, comprendendo una parte corale, può ricalcare il modulo “call-and-response” degli shanty; tuttavia, per l’estensione di quest’ultimo e per la forte coerenza narrativa, è più probabile che Off to Sea Once More fosse un forebitter a tutti gli effetti, occasionalmente utilizzato durante il lavoro. Questo può dar conto, come già sottolineato, dell’effettivo interscambio tra due repertori paralleli ma distinti.

Le ultime quattro strofe sono significative dal nostro punto di vista: l’imbarco semi-forzato del marinaio avviene per intercessione di un certo Mister Shanghai Brown (Rapper Brown, nella terza versione di Hugill; Lomax riporta un generico «son-of-a-gun called Brown») che lo arruola in una nave diretta nei mari artici, dove  “the cold wind blows an’ the frost an’ the snow makes even hot rum freezeˮ. Le condizioni non ottimali sono peggiorate dal fatto che non vi sono prede sufficienti e  interi giorni trascorrono nella completa inattività. La narrazione si interrompe solamente nell’ultima strofa: la funzione di questa stanza, infatti, è quella di portare l’ascoltatore a riflettere su quello che ha sentito e, eventualmente, a seguire i consigli in essa contenuti. Questo aspetto moraleggiante è presente nella chiusa di diverse ballate anglosassoni e si manifesta con la formula «Come all-ye […]» più il soggetto a cui l’ammonimento è diretto. Tuttavia questo pattern ricorre più spesso nell’apertura della ballata in altra veste: perde infatti valenza morale per fungere da chiamata a raccolta, da segnale che la narrazione sta per avere inizio. Nel nostro caso il narratore si rivolge ai marinai, consigliando loro di adottare uno stile di vita più moderato, in modo da non essere costretti a imbarcarsi di nuovo per mancanza di risorse.

 

 

baleneria

 

 

Possiamo ipotizzare un effetto apotropaico delle whaling songs: cantare di naufragi, di spedizione economicamente fallite, di scarsità di prede era per il marinaio non solo momento di intensa drammaticità, ma anche gesto atto a scongiurare tutte queste eventualità. Intonare un brano come The Weary Whaling Grounds durante le serate passate nel castello di prua era, per il marinaio, non solo momento di svago ma anche di affermazione della propria identità sociale, di riflessione sul proprio lavoro e sul proprio ruolo al bordo della nave, sui pericoli che imbarcandosi aveva acconsentito ad affrontare. Se di giorno la navigazione era incessantemente accompagnata dagli shanty, che non ponevano distinzione tra baleniere e marinaio mercantile, la sera, o generalmente nei momenti ricreativi, questa linea di confine si ripristinava, evocando situazioni ideali o realmente accadute, sempre colme di grande consapevolezza del proprio mestiere e dei limiti derivati da esso. La distinzione di un generico forebitter narrativo rispetto a una canzone di baleneria risiede proprio nella doppia natura di quest’ultima; da una parte atta ad esorcizzare le paure ricorrenti del baleniere, dall’altra ad affermare, spesso con una punta d’orgoglio mista a rassegnazione, la propria identità, il proprio ruolo sociale.

 

 

Bibliografia:

  • Ezekiel I. Barra, 1893, A Tale of Two Oceans. New Story by an Old Californian. An Account of a Voyage from Philadelphia to San Francisco, Around Cape Horn, Years 1849-1850, calling at Rio de Janeiro, Brazil, and at Juan Fernandez, In the South Pacific, San Francisco
  • William E. Barron, 1895, Old Whaling Days, Londra, Simpkin, Marshall, Hamilton Kent & Co.
  • Giancarlo Costa, 2012, Storia della baleneria, Milano, Mursia
  • George E. Clark, 1867, Seven Years of a Sailor’s Life, Boston, Adams & Co.
  • Richard H. Dana, 1899, Two Years Before the Mast, New York, D. Appleton & Co.
  • Stan Hugill, 1961, Shanties from the Seven Seas, London, Routledge & Keegan Paul
  • Charles Nordhoff, 1856, Whaling and Fishing, Cincinnati, Moore, Wilstach, Keys & Co.
  • Francis A. Olmsted, 1841, Incidents of a Whaling Voyage, New York, D. Appleton & Co.
  • Richard Tangye, 1883, Reminescences of Travel in Australia, America and Egypt, Londra, Sampson Low, Marston, Searle & Rivington
  • Hendrik W. Van Loon, 2007, Storia della navigazione. Dal 5000 a.C. ai giorni nostri, Milano, Magenes Editoriale
Discografia:
  • Albert L. Lloyd, 1967, Leviathan! Ballads and Songs of the Whaling Trade, Topic 12T164
  • Albert L. Lloyd & Ewan MacColl, 1957, Thar She Blows! Whaling Ballads and Songs, Riverside RLP 12-635
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Amedeo Santolini

Classe 1990. Musicista. Ho ottenuta la laurea magistrale in Musicologia all’Università di Bologna e sono laureando in Antropologia, Religioni e Civilità Orientali. Mi interesso di: etnomusicologia, folklore, antropologia delle religioni, Islam, metal estremo e storia naturale. Ho una passione smodata per i lati oscuri dell'esistenza umana. Colleziono dischi e libri.

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