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Vieni a ballare in Puglia: i disastri dell’Ilva

Come si legge nell’art. 32 della Costituzione Italiana, la salute è un diritto fondamentale, un aspetto primario della qualità della vita, un bene essenziale per lo sviluppo sociale, economico e personale [1].

Nella Costituzione dell’OMS del 1948, si dichiara che la salute è «uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza di malattia o infermità»[2]. La salute è dunque un qualcosa di necessario che permette di condurre una vita produttiva nell’interesse degli individui stessi (e non solo).

Secondo Domenighetti, economista ed ex consulente dell’OMS, i determinanti della salute che ne influenzano lo stato sono il patrimonio genetico del singolo individuo, la resilienza di fronte a situazioni di stress, lo stile di vita, le condizioni socio-economiche, l’accesso ai servizi e l’ambiente [3].

Dei determinanti elencati, solamente il primo è (per ora) immodificabile. Molte delle diseguaglianze nella salute non sono perciò inevitabili, sono perlopiù il risultato dell’azione umana.

Diversi studi condotti in Inghilterra nelle due ultime decadi del 1900, come il Black Report del 1980, l’Achenson Report del 1998 e il Whitehall Study (studio su individui con malattie cardiovascolari) dimostrarono quanto il tasso di mortalità fosse più elevato negli strati bassi della società.

L’epidemiologo Michael Marmot, direttore dell’ultimo studio citato, utilizzò il termine “Status Syndrome” per definire la condizione di diseguaglianza nella salute dovuta alla subordinazione lavorativa.

A queste condizioni è connesso l’inquinamento ambientale legato all’utilizzo dei combustibili fossili, che ha fatto sorgere sullo scenario politico-sociale nuove preoccupazioni legate non solo alla mortalità, ma anche alla fertilità, allo sviluppo neurale e alle capacità cognitive.

A seguito dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki e del disastro di Černobyl’, che portarono all’avvelenamento da radiazioni e alla contaminazione ambientale, lo studio sulle malattie legate all’inquinamento iniziò a divenire urgente e necessario.

Ultimamente si sta facendo riferimento al nuovo concetto di “sanità pubblica ecologica”, che vede nel buco dell’ozono, nel surriscaldamento globale e nell’inquinamento idrico e atmosferico i nuovi problemi a cui dover far fronte [4].

Come attestato dall’ Istituto Superiore di Sanità (ISS), l’aria che respiriamo è una miscela di cancerogeni in continua trasformazione, al variare delle reazioni chimiche delle particelle che costituiscono il particolato atmosferico [5].

Per quanto riguarda l’Italia, i rischi ambientali che la connotano sono molti. I SIN, ossia i siti di interesse nazionale [6], aree contaminate che necessitano di interventi di bonifica, si trovano sparsi per tutta la penisola.

Basti solo pensare al termine coniato da Legambiente per identificare la zona che va da Napoli a Caserta, “Terra dei fuochi”, al continuo interramento di rifiuti tossici e l’innesco di numerosi roghi che hanno causato seri rischi alle minoranze che vivono in zona, nonché agli abitanti di Napoli e provincia.

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A rientrare nella categoria SIN vi sono anche molte zone limitrofe di Roma, nel Lazio, inquinate da PM2, PM10 e PM2,5, quindi diossine, amianto e metalli pesanti, come la Valle del Sacco di Frosinone.

Una delle zone più inquinate d’Italia è Taranto, in Puglia, dove è situato lo stabilimento Ilva, il maggior complesso industriale per la lavorazione dell’acciaio in Europa, presso il quartiere Tamburi.

Molti abitanti della zona continuano a protestare per le condizioni di vita, non vedendo prese di posizione e cambiamenti radicali sul proprio futuro. Le case, le strade, i parchi, gran parte del quartiere Tamburi è coperto da particolato di polveri sottili, di colore rosso, che diffonde veicolanti di gas nocivi, come diossido di azoto, anidride solforosa, benzene, monossido di carbonio, piombo e cromo [7].

 

 

Taranto, vista dell’Ilva e dei parchi minerali dalla terrazza del cimitero.

 

 

A seguito della perizia epidemiologica, sono stati considerati, dal 2004 al 2010, un totale di 11 550 morti in tutta Taranto, la metà per cause cardiovascolari e respiratorie. Considerando solo i quartieri di Tamburi e Borgo, è stato calcolato un totale di 637 morti a causa dei superamenti dei limiti di PM10. [8]

La storia dei disastri ambientali causati dall’Ilva la raccontò Travaglio durante un intervento presso il concerto del primo maggio di Taranto. Questa è una storia di uno stabilimento di dodicimila dipendenti, di proprietà del gruppo Riva, su cui la città basa la propria economia.

Allo stesso tempo, si tratta di un racconto caratterizzato da corruzione, denunce, lotte, preoccupazioni circa lo stato di salute degli abitanti della zona.

Ricorda Travaglio che i Riva, negli anni, non hanno rispettato le leggi circa la diminuzione di emissioni di gas nocivi, e che perciò adesso si è arrivati a un punto di non ritorno, in cui la città deve necessariamente essere bonificata affinché l’area possa essere definita salubre.

Così dichiara Anna Maria Moschetti,  presidente della Commissione Ambiente dell’Ordine dei Medici di Taranto:

«Questa situazione rappresenta plasticamente il fallimento della politica industriale del nostro Paese, e, ancora oggi, l’ultimo decreto del presidente del Consiglio non offre garanzie sufficienti per la tutela della vita della popolazione e degli operai, così come su tutta la questione Ilva non esiste una riflessione eticamente fondata da parte dello Stato» [9]

Nel corso della storia sono stati fatti nove decreti “Salva Ilva”[10]. La fabbrica è stata sequestrata nel 2012 per l’eccesso di morti e malattie, ma è stato permesso di continuare a produrre. Ma produrre significa uccidere, e a essere colpiti sono principalmente i bambini.

I fondi governativi per bonificare la zona non ci sono, così come non ci sono per distribuire altrove gli abitanti dell’area. Nel frattempo, tra tumori allo stomaco, patologie cardiache e neurologiche, la percezione dei tarantini sulla malattia, sulla morte e sul concetto di casa come luogo sicuro e protetto in cui vivere cambia forma, si costruisce attraverso l’esperienza diretta dei disastri dovuti all’inquinamento ambientale.

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Nonostante ciò, il referendum del 2013 per la chiusura dell’Ilva non raggiunse il quorum [11]. Nel quartiere Tamburi si registrò l’affluenza più bassa. In molti scelsero di continuare a lavorare – nello stabilimento o altrove – per sostenere le proprie famiglie, “preferendo” una vita in un ambiente insalubre che una morte – immediata – del singolo come dell’intera città industriale di Taranto.

A venire meno è l’agentività che questi individui manifestano nel corso della propria vita. Scegliere tra ritornare in salute in futuro o avere un lavoro e una casa nel presente non determinerebbe affatto l’attuazione dei diritti che molti richiedono da anni, così come non rappresenterebbe una situazione in cui gli abitanti di Taranto abbiano possibilità migliori circa le proprie esistenze.

O ci si trasferisce altrove o si è “costretti” a vivere in un luogo – luogo sentito come la propria terra –  in cui si è destinati a morire per cause dovute all’inquinamento e alla passata incapacità politica che, inevitabilmente, si ripercuote nel presente e procede verso una situazione stagnante in cui i danni collaterali aumentano di giorno in giorno.

La questione bioetica di sottofondo rimane alquanto complessa: chiudere l’Ilva significa innanzitutto sia sacrificare gli attuali abitanti di una città il cui PIL si basa sul più grande polo siderurgico europeo, sia fare dei piani di bonifica (che, data la situazione, non si realizzeranno presto) per mettere in salvo la vita dell’area futura.

Allo stesso tempo, non chiuderla e non bonificare la zona è come emettere una condanna a morte a nome della salubrità dell’ambiente come di chi lo abita.

Nel frattempo, Taranto rimane invasa dalla polvere rossa che si sparge di quartiere in quartiere. Il vento che soffia porta via con sé le vite, le identità e le possibilità di agire sul futuro di coloro che sono spettatori della propria città, destinata a morire.

Come se le persone, a Taranto, e più in specifico presso i quartieri Tamburi e Borgo, debbano inevitabilmente «accettare la loro condizione di “oggetti di violenza”, dando per scontato che essere oggetto di violenza sia l’unica realtà loro concessa, al di là delle diverse modalità di adattamento che potranno adottare» [12], laddove la violenza si ripercuote dalle istituzioni fino alle loro condizioni di esistere.

 

Note:

[1] https://www.senato.it/1025?sezione=121&articolo_numero_articolo=32
[2]http://www.salute.gov.it/portale/rapportiInternazionali/dettaglioContenutiRapportiInternazionali.jsp?lingua=italiano&id=1784&area=rapporti&menu=mondiale
[3] https://www4.ti.ch/fileadmin/DSS/DSP/SPVS/PDF/Pubblicazioni/Rapp_Determinanti_2000.pdf
[4] http://www.dors.it/documentazione/testo/201303/OMS_Glossario%201998_Italiano.pdf
[5] https://www.issalute.it/index.php/la-salute-dalla-a-alla-z-menu/p/pm10-particolato-atmosferico-o-polveri-sottili
[6] http://www.salute.gov.it/rssp/paginaParagrafoRssp.jsp?sezione=determinanti&capitolo=ambiente&id=2714
[7] https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/03/ilva-report-della-regione-puglia-piu-24-e-26-per-cento-di-bambini-malati-in-due-quartieri-vicini-allimpianto/3072147/
[8] http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_1833_allegato.pdf
[9] https://www.osservatoriodiritti.it/2018/01/09/ilva-taranto-salute-cittadini/
[10]https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/13/ilva-per-salvarla-9-decreti-in-5-anni-senza-successo-fino-al-buco-nellacqua-svizzero-di-renzi/2366512/
[11] https://www.ilpost.it/2013/04/14/il-referendum-sullilva-di-taranto/
[12]F. Basaglia (a cura di), 2014 [1968], L’istituzione negata, Milano, Baldini&Castoldi, p.116

 

Sitografia:

Achenson Report: http://adc.bmj.com/content/80/6/576
Black Report: http://journals.sagepub.com/doi/abs/10.2190/XXMM-JMQU-2A7Y-HX1E?journalCode=joha
Whitehall Study: https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PII0140-6736(91)93068-K/abstract

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Valentina Sbocchia

Laureata in Antropologia, Religioni, Civiltà Orientali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna, frequento un Master in Antropologia Medica e Salute Globale presso la Rovira i Virgili (Tarragona, Cataluña).