Utilizzo di droghe e Techno Music: un’introduzione

La Techno music è un genere appartenente alla EDM (Electronic Dance Music), sviluppatosi a Detroit negli anni ’80. A differenza della sua controparte House, regina invece della scena di Chicago, questo tipo di musica dance affonda le sue radici nelle prime sperimentazioni elettroniche di gruppi di matrice Rock, primi fra tutti i Kraftwerk.

Negli anni il genere conosce vari e profondi mutamenti. Passa di mano in mano, di console in console, fino a sbarcare nel Vecchio Continente, più in particolare nel panorama dance berlinese. Il suo successo come musica da ballo lo rende sempre più appetibile agli occhi dell’industria del divertimento, portandolo, tra la fine dei ’90 e l’inizio dei 2000, a guadagnarsi il titolo di protagonista all’interno di discoteche e night clubs sparsi per Stati Uniti ed Europa.

Come ogni genere musicale di ampia diffusione che si rispetti, dal nucleo originario si sono sviluppati una miriade di sottogeneri. Ognuna di queste “derive Techno” è nata in relazione a specifici contesti ed esigenze culturali, salvo poi perdersi negli oceani della Rave Culture.

La GOA, per esempio, deve il suo nome allo stato omonimo dell’India, dove si formò con connotazioni mistico-trascendentali; la comunità rave locale sentiva infatti il desiderio di un particolare tipo di elettronica in grado di emulare le musiche tradizionali di contesti rituali sciamanici.

La ricerca di stati di trance analoghi a quelli testimoniati in suddetti contesti divenne uno degli obiettivi principali del raver, che Georges Lapassade, riportando Fontaine, definisce di tipo “neo-mistico” [Lapassade, 1997].

Stessi presupposti possono essere riscontrati per quanto riguarda il genere Trance e il suo celebre epigono, la Psytrance.

Da questa breve e generica introduzione, si può intuire quanto tra gli sviluppi collaterali del filone Techno ci sia stata (e ci sia tuttora) la ricerca di una riconnessione con realtà collettive di tipo tradizionale, i cui contenuti si sono dissolti nel caos della frammentarietà individuale tipica della società post-moderna.

Durante il mio periodo di studio ad Amsterdam ho avuto la possibilità di svolgere una piccola ricerca sul campo con finalità di valutazione universitaria. Data la massiccia presenza di locali Techno nella capitale olandese ho deciso di portare la mia attenzione su una dimensione musicale che non avevo mai esplorato prima. O meglio, sarò onesto e poco antropologo, su una dimensione musicale che avevo sempre disprezzato fino ad allora.

Leggendo testi di Lapassade, Thornton, St. John,  Kavanaugh e Anderson in merito alle Rave e Club Cultures ho realizzato quanto gli appartenenti ad esse possano costituire comunità ben più strutturate di quanto appaia a prima vista.

Questo discorso vale in primo luogo per quanto riguarda i Rave. Tuttavia, come riportato da Thornton, molti “clubbers” non sono frequentatori occasionali, ma veri e propri fedeli delle celebrazioni del week-end.

Apparentemente, le reti di rapporti instaurate all’interno di Rave e club si mantengono attive anche al di fuori del mero contesto del party. A tal proposito consiglio la lettura di uno studio di P. Kavanaugh e T. Anderson in merito ai sentimenti di solidarietà sviluppatisi in seno alle scene dance (“Solidarity & Drug Use in the Electronic Dance Music Scene”).

Alla luce di queste nozioni, ho provato un inedito interesse per quanto riguarda i contesti Techno. La mia curiosità era diretta in particolar modo alla speciale relazione, chiamiamola così, “simbiotica” che sembra sussistere tra l’utilizzo di sostanze stupefacenti (quali MDMA, speed e cocaina) e la musica stessa.

E’ possibile apprezzare fino in fondo questo genere senza fare uso di stimolanti o psichedelici? La Techno è solamente una musica di consumo concepita per gli ambienti della night-life?

Avendo conosciuto diversi clubbers che sono soliti ascoltare questa musica a qualsiasi ora del giorno (persino nel momento in cui scrivo questa frase una ragazza qui in aula studio sta ascoltando Techno, a giudicare dal beat proveniente dalle cuffie), ho realizzato che questo tipo di interrogativi derivava da una serie di preconcetti che, inconsciamente, mi ero portato dietro da sempre.

Questa presa di coscienza mi ha portato a riformulare e a inquadrare la domanda che avrebbe costituito la base della mia ricerca: quali significati assume l’utilizzo di sostanze stupefacenti all’interno di club e rave?

A partire dagli anni ’60, la stretta connessione tra musica live e utilizzo di sostanze psicotrope è diventata un dato di fatto. La Summer of Love e il Festival di Woodstock (1969), in particolare, sono state le prime iconiche espressioni di questo nuovo tipo di interdipendenza. Al fine di affrontare interi giorni e notti di “veglie dionisiache”, sia i musicisti sul palco che il pubblico sotto palco iniziarono ad assumere diversi “incentivi”.

Ovviamente le ragioni di questo “boom” dell’utilizzo di droghe non erano solo utilitariste: i nuovi psichedelici sbarcati sul mercato, come la famigerata LSD, si prestarono come perfetti catalizzatori per esperienze estatiche di comunione con la musica suonata nei concerti.

La Rave Culture è considerata da molti l’erede del movimento Hippie, principale gruppo contro-culturale dei Sixties. Tra le varie caratteristiche riprese dal precursore, il rapporto tra droghe e musica è sicuramente uno dei più evidenti.

L’utilizzo di sostanze come Ecstasy  e speed non ha solamente scopi edonistici: diversi individui sembrano ricercare uno stato di connessione con la musica e gli altri partecipanti che va ben oltre il confine dello “sballo”.

Nel prossimo articolo riporterò un frammento della mia ricerca, incentrato in particolare sull’esperienza di trance nel contesto della pista da ballo. Che cos’è questa “trance” di cui diversi clubber e raver parlano? Quale ruolo giocano le sostanze stupefacenti nell’accesso a questo particolarissimo Stato Modificato di Coscienza?

 

BIBLIOGRAFIA

  • Lapassade, G., “Dallo Sciamano al Raver: Saggio sulla Trance”, 1997
  • Kavanaugh, P. – Anderson, T., “Solidarity & Drug Use in the Electronic Dance Music Scene”, 2008
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Matteo Croce

Matteo Croce nasce a Castiglion Fiorentino, frazione di Arezzo, nel 1996. Sviluppa fin dalla tenera età una morbosa attrazione per l'inusuale, le differenze e le peculiarità; impulso che, crescendo, decide di coltivare. Dopo aver terminato gli studi classici si iscrive alla facoltà di Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali a Bologna, considerando l'antropologia l'unica scienza che davvero educhi ad un umile confronto con il non familiare. Parallelamente agli studi, porta avanti la sua adolescenziale passione per la chitarra, il rock e la musica in generale.

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