Uno scorcio sulle tradizioni orali

Per la mia tesi di triennale avevo analizzato il contesto della trasmissione orale di storia e tradizioni nella cultura irlandese, ma prima di scrivere qualcosa al riguardo, ritengo necessario fornire un breve sguardo sull’oralità in generale, con quello che comporta rispetto alla scrittura (per quanto sia difficile generalizzare in questo ambito, in quanto le situazioni differiscono a seconda dei contesti storici e geografici; tuttavia credo si possano tracciare delle linee generali).
Vorrei creare con questo articolo un giusto equilibrio tra i due metodi e, nelle parole di Jack Goody, «non già ritornare al “selvaggio”, ma modificare le nostre concessioni alla civiltà del libro» (Goody, 1989: 173). Le fonti scritte costituiscono per lo studio di quelle orali un aiuto fondamentale, e così vale per il contrario: l’una fonte può essere il reciproco sostegno dell’altra.
Seppure ritengo che un excursus storico (e geografico, per quanto possibile) sia fondamentale, lo spazio che ho a disposizione non sarebbe sufficiente e comunque non voglio ridurmi ad un mera analisi storica e descrittiva.
Per approfondire tali questioni, rimando alla bibliografia.

 

L’oralità come fonte documentaria

Un problema che si sono sempre trovati ad affrontare storici, antropologi e ricercatori nello studio di alcune società, è stato la mancanza di fonti scritte e la prevalenza di fonti di tipo orale, che causavano il problema della raccolta e archiviazione, e soprattutto dell’affidabilità, per cui le società che non utilizzavano la scrittura venivano considerate come astoriche e congelate in un presente atemporale.
Quali aspetti comporta l’oralità rispetto alla scrittura? Le informazioni che sono state trasmesse per via orale, sono affidabili e possono essere considerate come fonti storiche?
Questo tipo di fonti va certamente trattato con cura, ma non si deve dimenticare che le società che non facevano uso della scrittura, oltre all’oralità, si servivano spesso di altri metodi per conservare e trasmettere il proprio sapere (basti guardare ai pittogrammi e alle costruzioni del Mesoamerica nell’epoca precoloniale). Dunque può essere utile un confronto con altri tipi di fonti quali quelle archeologiche ad esempio, e le une possono fungere da supporto per le altre.

 

 

oralità e scrittura
Logo della Convenzione per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale

La presunta superiorità della scrittura

I grandi imperi coloniali, nel momento in cui si sono incontrati con culture e società differenti da ciò a cui erano abituati, hanno ritenuto che uno degli elementi a prova della loro “superiorità” fosse l’utilizzo della scrittura, che hanno generalmente cercato di imporre sulle proprie colonie.

«Si tratta di uno strumento potentissimo [la scrittura], il cui uso raramente è privo di significati sociali, economici e politici, soprattutto perché introdurlo significa solitamente che il segmento illetterato della popolazione viene dominato da quello alletterato; oppure che i meno alletterati sono soggetti ai più alletterati. Dove c’è la scrittura, non può essere molto lontana la “classe”.» (Ong, 2014: 9)

Oltre ai cambiamenti nella gestione della politica e dell’economia dei paesi colonizzati, in seguito al contatto con le società occidentali e conseguentemente all’introduzione di questo nuovo sistema di registrazione delle informazioni e di tramando della memoria, si ha anche un importante cambiamento nelle strutture mentali e nei processi conoscitivi dell’uomo in rapporto al mondo e a se stesso. Questo cambiamento è determinato da un diverso rapporto che si instaura con la conoscenza e l’elaborazione di informazioni: ad esempio, mentre la scrittura permette un accumulo ingente di materiale, l’oralità deve procedere con una selezione e con modifiche del materiale accumulato, e questo per un’infinità di motivi (che illustrerò tra poco). Ricordiamo che una fonte orale è un qualcosa di estremamente mobile e allo stesso tempo fragile, destinato a cambiare e ad evolversi insieme con le strutture sociali e mentali del popolo a cui appartiene.

«Con il sopraggiungere della documentazione scritta un incessante, fluido mare di parole viene congelato nell’immobilità. Ogni momento autonomo di recitazione – un episodio o un insieme di episodi – viene imprigionato in una sequenza non più acustica, ma visibile; essa cessa di essere una colonna sonora e diventa un oggetto tangibile. La sistemazione di tali oggetti ha luogo quando sono raggruppati e scritti.» (Havelock, 1992: 28)

La scrittura dunque congela la parola nel testo, impedendo in questo modo un dialogo tra il suo produttore con il pubblico, che si è trasformato ora in un pubblico di lettori. La parola scritta infatti non può essere immediatamente e direttamente contraddetta, non permette un confronto diretto. Per questo in alcune delle società in cui la scrittura è stata introdotta come un fatto nuovo e prorompente, «le testimonianze orali godevano di una maggiore credibilità di quelle scritte, poiché potevano essere messe in discussione, e chi le forniva doveva essere pronto a difenderle […]» (Ong, 2014: 149-150).

 

L’oralità come momento creativo

Un aspetto fondamentale che spesso si rischia di sottovalutare nell’analisi della funzionalità delle tradizioni orali, è che utilità e intrattenimento sono strettamente collegati tra loro, e relegandone la funzione solo al diletto, se ne elimina la parte più importante, in quanto ogni informazione trasmessa, ogni storia raccontata «non soltanto intratteneva la sua società, ma la sosteneva» (Havelock, 1992: 118):

«Il linguaggio mitico dell’oralità combinava in una sola arte la modalità didattica e quella estetica. Il suo era un contenuto augusto, che metteva soggezione, ma nello stesso tempo ammaliava. Ciascun effetto rafforzava l’altro. L’incanto acquistava serietà grazie al peso che portava: il peso didattico acquistava un fascino conferitogli dall’incanto.» (Havelock, 1992: 151)

Nella trasmissione orale c’è una continua evoluzione di informazioni e di materiale, per cui ciò che viene tralasciato e fatto morire a sua volta, lo fa per dare vita ad un qualcosa di nuovo e utile al momento presente di creazione; creazione e trasmissione sono inestricabilmente connesse.

Senza ricorrere a facili idealizzazioni però, non si può smentire il fatto che l’oralità implichi di per sé la perdita di ingenti quantità di materiale. Ci sono parti che vengono mantenute integre e identiche (come formule o epiteti) per il fatto che aiutano il narratore a ricordarle. La persona o le persone che erano addette alla trasmissione della storia e delle tradizioni, si basavano sostanzialmente sulla loro memoria, in grado di contenere dunque un numero limitato, per quanto spesso elevato, di informazioni. Spesso, per aiutare la memoria, si cerca un ritmo, una melodia e una sonorità che aiutino a ricordare determinati passaggi: per questo ci sono testi scritti pervenuti a noi oggi, i quali si pensa che anticamente venissero tramandati oralmente, per il fatto ad esempio che ancora mantengono una struttura formulaica che a tratti può suonare ridondante, ma che fa pensare siano rimasti più o meno inalterati proprio per una comodità mnemonica. Milman Parry aveva definito la formula come «un gruppo di parole che viene regolarmente impiegato nelle medesime condizioni metriche per esprimere una data idea essenziale» (Goody, 1989: 100): nell’Iliade e nell’Odissea, per esempio, il ripetuto utilizzo di epiteti ed espressioni formulaiche, fa pensare ad un’origine orale (pensiamo alla frequenza di espressioni quali “l’aurora dalle dita rosate” per descrivere l’alba, o gli epiteti e gli aggettivi associati ai diversi personaggi).

 

 

oralità e scrittura
Rappresentazione di un aedo

 

 

D’altra parte, le fonti orali possono facilmente essere soggette a modifiche nel corso del tempo, per cambiamenti che possono occorrere nell’ordine politico, sociale, culturale o religioso ad esempio. Oltre alle modifiche sostanziali dovute al cambiamento delle strutture sociali e mentali, ci possono essere anche variazioni tra una performance e l’altra, a seconda del pubblico che si ha di fronte, della circostanza e della creatività del singolo narratore. Si tratta dunque di una creazione necessaria, che oltre ad adattarsi alle mutazioni avvenute nella società, serve anche al narratore per riempire quei buchi di memoria che è normale avvengano. «[…] The singer cannot, and does not, remember enough to sing a song; he must, and does, learn to create phrases» (Lord, 1974: 43).

«Imparare a leggere e a scrivere, come scoprì Lord, è di ostacolo al cantore, perché introduce nella sua mente il concetto di testo scritto come controllo della narrazione, e di conseguenza interferisce con i processi che governano la composizione orale, i quali non hanno niente a che fare con i testi scritti ma sono “il ricordo delle canzoni cantate”.» (Ong, 2014: 106)

 

 

Intervista ad uno storyteller in County Mayo, Irlanda.
In search of the Trojan war – The singer of tales (3/6). Intervista ad uno storyteller in County Mayo, Irlanda.

 

 

Inoltre bisogna fare un’ulteriore importante osservazione di cui bisogna tenere in conto quando si studiano culture orali che ad un certo punto hanno incontrato la scrittura: questo passaggio non è stato così immediato, l’una non ha totalmente cancellato l’altra, ma si sono trovate a convivere in un continuo influenzarsi a vicenda.
Un esempio che può sembrare scontato riguardo a questo argomento, e oggetto di ricerca per innumerevoli studiosi, può essere la Grecia: «La Musa dell’oralità, che usa cantare, recitare, mandare a memoria, sta imparando a scrivere pur continuando a cantare. […] Imparò a leggere e a scrivere pur continuando a cantare» (Havelock, 1995: 29).
Se prendiamo di nuovo ad esempio l’Iliade e l’Odissea, i poemi attribuiti ad Omero, un mondo si apre per tutti gli studi e le ipotesi che hanno avviato. Se consideriamo in particolare gli studi fatti da Parry e Lord, essi si concentrano sullo stile formulaico di questi poemi per dimostrare che in origine appartenevano ad una tradizione di tipo orale. Supponendo che l’Iliade e l’Odissea, come d’altronde viene dimostrato da molti studiosi, non siano state inizialmente il frutto di un singolo autore che le ha composte in forma scritta, ma che abbiano continuato per molto tempo ad essere state trasmesse oralmente, è possibile pensare che quello che leggiamo ora abbia rilevanti differenze rispetto alle forme orali delle composizioni precedenti.
Avendoli messi per iscritto, ne abbiamo decretato la “morte”, li abbiamo relegati ad un passato che sentiamo incredibilmente distante da noi, ma nello stesso tempo li abbiamo, unici e bellissimi, davanti ai nostri occhi:

«[…] rappresentano un’arte intermedia, di transizione, che mantiene le energie particolari latenti nell’incanto della recitazione orale, sottoponendosi al tempo stesso al controllo meditato esercitato da un nascente intellettualismo.» (Havelock, 1992: 31)

 

Oralità e scrittura si implicano a vicenda

«È necessario morire per continuare a vivere» (Ong, 2014: 55). Abbiamo parlato di morte della parola, sia nel caso che questa venga messa per iscritto, sia nel momento in cui viene pronunciata. Le tradizioni orali sarebbero difficilmente studiabili senza un supporto di testimonianze scritte volte alla loro conferma, e viceversa la scrittura deriva inevitabilmente dall’oralità, grazie allo sviluppo della quale è riuscita a formarsi e ad evolversi a sua volta.
Per quanto la scrittura sia una tecnologia, quindi una creazione artificiale dell’uomo, essa ha provocato un mutamento interiore della coscienza umana.

«[…] senza scrittura la coscienza umana non può sfruttare appieno le sue potenzialità, non può produrre altre creazioni, anch’esse potenti e bellissime. Sotto questo aspetto, l’oralità ha bisogno di produrre, ed è destinata a produrre, la scrittura.» (Ong, 2014: 55)

Sono le due facce della stessa medaglia, che si implicano a vicenda: dal momento in cui si pende eccessivamente verso una delle due, si rischia di raggiungere degli estremi che non sono utili, ma dannosi, visto che da un lato si sottovaluterebbe l’oralità con le culture che ne hanno usufruito, eliminando in questo modo una larga fetta di storia dell’umanità, mentre dall’altra, si negherebbero le conquiste fatte dall’umanità fino ad ora. «Oralità e scrittura sono entrambe necessarie all’evoluzione della coscienza» (Ong, 2014: 238).
L’espressione orale può esistere ed è di fatto esistita senza scrittura, mentre il contrario non può accadere. Non possiamo dimenticare il passato in virtù di quello che oggi diamo per scontato. Un passato ricco di immensi mutamenti ha dato vita al presente quale lo conosciamo oggi, e non siamo autorizzati a dimenticare il processo che ha portato alla nostra possibilità di leggere e scrivere, come allo stesso tempo non possiamo nemmeno scordarci di quella di ascoltare.

Il campo su cui in qualche modo la scrittura sembra vincere contro l’oralità è quello del tempo: il suono è tanto fragile quanto affascinante e, diversamente da tutte le altre sensazioni che, come ci ricorda Ong, hanno luogo nel tempo, il suono con esso ha un rapporto diverso e particolare in quanto

«esiste solo nel momento in cui sta morendo; deperibile ed essenzialmente evanescente, come tale viene percepito. […] Non è possibile fermare il suono e averlo al tempo stesso. Posso fermare una cinepresa e trattenere un’inquadratura sullo schermo, ma se si ferma il movimento del suono non si avrà nulla: solo silenzio.» (Ong, 2014: 77-78)

Dall’altra parte abbiamo la scrittura, che sembra riuscire a dominare e controllare il tempo, fissandolo sulla carta:

«Il fiore secco, che un tempo era vivo, è l’equivalente psichico del testo verbale. Il paradosso consiste nel fatto che lo stato di morte del libro, la sua rimozione dal mondo umano vivente, la sua rigida fissità visiva, ne assicurano la durata nel tempo e la possibilità di risorgere in illimitati contesti viventi, grazie a un numero potenzialmente infinito di lettori.» (Ong, 2014: 134)

Questa vittoria però si può rivelare infine come solo un’illusione: «ridotto a una visione spaziale, il tempo sembra essere maggiormente controllabile: ma si tratta solo di apparenza, poiché il tempo reale, indivisibile, ci porta alla morte reale» (Ong, 2014: 123).

 

 

Bibliografia:

  • Goody J., Il suono e i segni. L’interfaccia tra scrittura e oralità, Milano, Saggiatore.
  • Havelock E. A., 1992, “L’alfabetizzazione di Omero”, in: E. A. Havelock e J. P. Hershbell (a cura di), Arte e comunicazione nel mondo antico. Guida storica e critica, Bari, Laterza.
  • Havelock E. A., 1995, La Musa impara a scrivere. Riflessioni sull’oralità e l’alfabetismo, Roma, Laterza.
  • Lord Albert B., 1974, The Singer of Tales, New York, Atheneum.
  • Ong W., 2014, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Bologna, Mulino.
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