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Un’estate da ricordare per la Paleoantropologia

Negli ultimi mesi abbiamo assistito alla scoperta di un impressionante numero di reperti fossili di uomini preistorici, dall’annuncio dei nove individui neandertaliani di Grotta Guattari fino alle recenti pubblicazioni dai siti di Nesher Ramla (Israele) e Harbin (Cina).
È sicuramente un’annata fortunata per la Paleoantropologia.

Dei Neanderthal di Guattari possiamo dire ancora poco, in attesa delle pubblicazioni. Sappiamo che otto di questi individui sono databili all’incirca tra i 50 e i 70mila anni da oggi, e uno tra i 90 e i 100mila. Sappiamo anche che tutti i crani ritrovati riportano dei segni evidenti di apertura alla base dell’encefalo, simili a quelli presenti sul primo cranio rinvenuto nel 1939.
L’ipotesi più probabile per spiegare queste tracce rimane comunque il consumo delle carcasse da parte delle iene, data la presenza di fossili di questi animali nel sito, ma con questi nuovi ritrovamenti il dibattito su un’agenza umana nell’apertura dei crani, rituale o di altra natura, come ipotizzato da Blanc nel secolo scorso, si potrebbe riaprire. 

Alcuni dei nuovi rinvenimenti di Neanderthal da Grotta Guattari. Foto da sito web Ministero della Cultura

Questa scoperta sarebbe potuta essere la regina incontrastata dell’estate per la Paleoantropologia, se non fosse per la pubblicazione, la scorsa settimana, di due articoli su Science riguardanti dei resti craniali rinvenuti nel sito israeliano di Nesher Ramla e di uno, pubblicato invece sulla giovane rivista accademica The Innovation, in cui viene descritto un cranio rinvenuto da un operaio 90 anni fa ad Harbin, nel nord-est della Cina, che lo aveva poi nascosto.

La pubblicazione sul cranio di Harbin ha avuto un’enorme risonanza mediatica, poiché nell’articolo viene proposta per esso una nuova specie, Homo longi. I resti di Nesher Ramla, una mandibola e una calotta cranica parziali, sono stati invece descritti semplicemente come Homo sp., adottando un approccio più conservativo. Le datazioni attribuiscono tutti i resti al Paleolitico medio, circa 146mila anni da oggi per il reperto cinese e 140-120mila per quelli israeliani.

Mandibola e calotta cranica parziali da Nesher Ramla, Israele. Foto da Tel Aviv University.

Nonostante la notevole distanza geografica, i due crani hanno molto in comune.
Entrambi presentano caratteristiche arcaiche, che li potrebbero far accostare a Homo heidelbergensis (per approfondire “Da dove veniamo? Difficoltà sul percorso“), e mentre nel cranio di Harbin possiamo osservare alcuni caratteri derivati che hanno spinto i ricercatori a descriverlo come una nuova specie, più vicina ad Homo sapiens, i resti di Nesher Ramla, in cui la mandibola e i denti sono più vicini a Homo neanderthalensis, sono stati rinvenuti in associazione a strumenti litici simili a quelli dei Sapiens di siti vicini.
Due collegamenti diversi con i Sapiens, uno morfologico e uno culturale.

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Per capire la situazione dobbiamo prendere in considerazione un fattore: in Paleoantropologia si tende spesso a descrivere nuove specie piuttosto che a inserirle all’interno della variabilità di specie già esistenti. Questo facilita la discussione, ma è necessario tenere a mente che parliamo di specie paleontologiche, non di specie biologiche.
Non conosciamo totalmente la variabilità morfologica presente all’interno delle varie specie del genere Homo.

I due crani hanno una morfologia molto simile a quella di altre specie che potremmo definire “di transizione”, collocabili morfologicamente e cronologicamente tra Homo erectus/ergaster e i più “moderni” neanderthalensis e sapiens, cioè Homo rhodesiensis, heidelbergensis, daliensis e steinheimensis. Per questo motivo è stato proposto, in un articolo del 2011 al quale hanno partecipato degli studiosi italiani, di inserire queste specie all’interno della variabilità di Homo heidelbergensis, suddividendo la specie in varie sottospecie.

Molti tratti anatomici di queste specie sono condivisi anche dai Sapiens arcaici di Jebel Irhoud, il che ci spinge a ripensare il modello Out of Africa più semplice, che prevedeva l’uscita di Homo sapiens in un momento conciso (60/70mila anni fa circa), per adottarne uno nuovo e più complesso, fatto di continui scambi genetici e culturali tra le popolazioni umane del Paleolitico medio di Africa, Europa ed Asia.

In ordine, Homo rhodesiensis (Kabwe 1, Etiopia), heidelbergensis (Petralona 1, Spagna), daliensis (Dali, Cina), longi (Harbin, Cina) e sapiens arcaico (Jebel Irhoud 1, Marocco). Foto di J.A. Thomson, R. Somma,  T. Evanson, G. Todd, K. Geng

Con questo non voglio assolutamente negare i tratti distintivi di tutti questi reperti, provenienti da siti distanti tra loro nel tempo e nello spazio. Anzi, è proprio grazie a queste differenze che possiamo sperare di districare, per quanto possibile, questa matassa.
Credo però che le loro somiglianze rendano evidente come sia impossibile applicare un modello lineare, una narrazione semplice, al nostro ramo evolutivo.

I dati genetici, come già detto ne “L’ibrido Denisoviano-Neandertaliano“, suggeriscono che siano avvenute, a più riprese, ibridazioni tra i Sapiens, i Neanderthal e i Denisoviani (dei quali ancora ignoriamo la morfologia scheletrica, ma inizia a diffondersi l’idea che  i resti di Harbin e di Dali rappresentino proprio esponenti di questo gruppo).

Per questo motivo potremmo immaginare le popolazioni umane del Paleolitico medio all’interno di una rete pulsante ed interconnessa, nella quale si sono creati dei lignaggi con caratteristiche distintive, ma mai del tutto separati e statici.

 

Vocabolario di approfondimento:
Homo sp.: Questa nomenclatura indica che si è riconosciuto il genere, in questo caso Homo, ma non la specie (sp.). Data la natura frammentaria dei reperti, è una scelta oculata.

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Carattere derivato: un carattere morfologico nuovo, peculiare di una specie, evolutosi da un carattere ancestrale. Nel caso del cranio di Harbin, sono stati riconosciuti dei caratteri derivati vicini a quelli dei Sapiens nella morfologia facciale, in modo simile a quanto avvenuto per i crani di Jebel Irhoud.

Specie paleontologica: in paleontologia può descrivere una specie solo su base morfologica, e solo a partire da reperti singoli spesso isolati tra loro. Questo non avviene in biologia, dove è possibile osservare le popolazioni di animali e il loro comportamento, e si ha accesso al loro genoma completo.

Lignaggio: in antropologia, gruppo di individui che, attraverso rapporti genealogici ricostruibili e ritenuti noti, discendono da un antenato comune (da Treccani). È forse più accurato parlare di diversi lignaggi, più che di specie, all’interno del genere Homo?

 

Bibliografia: