Un Pesce Vizioso

L’Uroboro è, in alchimia, il simbolo della ciclicità del tempo. L’immagine ha anche riscontri della mitologia norrena come il serpente del mondo, Jǫrmungand, che abbraccia nelle sue spire la realtà terrena degli uomini. La stessa figura del serpente, icasticamente profonda come ricorda anche la tradizione cristiana, viene ripresa nell’ambito della filosofia nietzschiana accostata all’Eterno Ritorno.1In Così parlò Zarathustra il profeta invita l’uomo, soffocato da un serpente, a staccargli la testa a morsi, superando in tal modo il proprio fato ineluttabile, identificandosi ne l’übermensch, l’oltreuomo.

Tutto questo sembra adattarsi perfettamente all’orizzonte astratto della teoria, ma cosa succede se questa ciclicità vessante viene applicata a un contesto urbano pratico? A un contesto urbano come Venezia, famosa nel mondo come meta turistica irrinunciabile. Oltre ai vari problemi che riguardano la Serenissima (il riscaldamento globale e l’innalzamento degli oceani, il problema del mantenimento e della restaurazione delle case, l’inquinamento dell’aria e delle acque, il progetto del MOSE, etc…) una questione rimane fondamentale a priori: la presenza dei cittadini, in quanto sono essi a definire l’organismo “città”.

Dopo la seconda guerra mondiale e a seguito della nascita del turismo di massa, la popolarità di Venezia è stata esponenzialmente inversa al numero dei suoi abitanti che hanno deciso di restare nel corso degli anni. Se da un lato la componente estetica è inscindibile dalla città, la dimensione sociale e relazionale tra cittadini si presenta come vibrante e dinamica.

Il luogo di nascita di Marco Polo è da parecchi anni associato alla decadenza e alla morte (vedi T. Mann), ma, in maniera provocatoria, aggiungerei che nessuna città come Venezia dimostra nella sua quotidianità l’essere viva. Questo tramite i vari eventi organizzati dagli stessi abitanti come il Festival delle Arti della Giudecca. In questa partecipazione si riscontra la resilienza dei cittadini, la voglia di esserci e affermarsi. Ovviamente non si tratta di un’utopia di Moro o chissà quale città invisibile di Calvino, ma Venezia ha una caratteristica fondamentale che la rende differente dalle altre: la sua incapacità ad espandersi. Questo pone alcune barriere e limiti per quel che riguarda i fenomeni economici e sociali urbani, primo tra tutti la locazione.

 

Isola della Giudecca
Vista di profilo dell’isola della Giudecca

 

Chi non ha mai sognato una casa a Venezia è perché non vi è mai stato, o è stato derubato del pranzo dai gabbiani dopo aver passato una giornata a sudare tra le calli, vivendo così un’ordalia tipica di molti turisti. La situazione per i residenti è tutt’altro che semplice. Il peso della storia è caro, come le case in centro storico (l’intera città in pratica). Durante i miei studi di antropologia, mi sono trovato di fronte alla questione del turismo e dell’utilizzo di piattaforme internet in tale ambito.

Occupandomi di una zona urbana ristretta, la Giudecca (l’isola nell’isola), mi si è presentata una situazione paradossale: i nuovi abitanti della città, quindi coloro che non sono nati con la “laguna nel sangue” ma che l’hanno acquisita tramite le punture di zanzare e la nebbia, spesso si trovano a dover affittare ai turisti perché il proprio lavoro non basta a pagare la mensilità.

Non è una realtà semplice e vi sono una miriade di differenti modalità d’affitto: dalle aziende estere o italiane che gestiscono gli appartamenti e gli affitti direttamente o per terzi, fino alle persone che mettono a disposizione il proprio spazio abitativo. I dati mostrano come nel corso degli anni gli annunci su un sito come AirB&B siano aumentati vertiginosamente.2http://www.veneziatoday.it/attualita/airbnb-venezia-alloggi-raddoppiati-3-anni.html. Nell’articolo citato si mostrano quattro grandi “bugie”. Nel presente articolo si fa riferimento alle realtà di quel 25/30% di residenti, in quanto situazione precaria. Ma trovo che vi sia un’amara ironia nel fatto di dover affittare il proprio ambiente domestico, contribuendo a un fenomeno economico di portata non indifferente e alimentando così un’industria che manca di freni.

Si potrebbe muovere una domanda inquisitoria a queste persone: perché rimani? Già, come se il problema fosse così semplice. Credo che sia la stessa domanda che gli antropologi abbiano fatto agli eschimesi (termine che racchiude due etnie: inuit e yupik) dell’America del nord: perché rimani tra ghiaccio e pinguini? Perché rimani in una situazione che apparentemente presenta più svantaggi che vantaggi? Forse perché sentire l’appartenenza a un luogo è ciò che ci definisce come esseri umani. Non voglio ingenuamente insinuare che ciò che lega gli uomini allo spazio è prettamente un sentimento romantico. Tuttavia, gli spazi non esistono se non sotto forma di relazioni e ricordi tra persone.

Non si tratta solo di uno scontro tra egemonie e poteri subalterni di gramsciana memoria,3Gramsci espone nei Quaderni del carcere di come a un potere centrale, nel quale è al potere un’egemonia centrale, si alternerà sempre una serie di poteri subalterni. Questi due elementi dialogano, anche con forza, all’interno dello Stato e del contesto politico. e nemmeno di un duello di acume tra “tattiche” e “strategie”, riprendendo De Certeau.4Ne L’invenzione del quotidiano M. De Certeau, sottolinea come all’interno di un discorso di potere, le istituzioni operino secondo una logica dettata da “strategie”, mentre coloro all’interno di questo sistema possono esercitare una certa libertà muovendosi negli spazi “vuoti” lasciati da queste. Tale tendenza prende il nome di “tattica”. Sarebbe facile citare Settis nel suo Se Venezia Muore, ma non si tratta solo di oblio e memoria, si tratta di definizione dell’io. Ecco quindi che Venezia si trova all’interno di un ciclo: in città diminuiscono i residenti, i pochi che rimangono affittano ai turisti o si trasferiscono in una città vicina sempre affittando la casa a Venezia, soddisfacendo così una domanda che cresce di giorno in giorno a scapito della stessa vita urbana.

 

Teatro La Vida
Teatro La Vida. Foto precedente allo sgombero del 6 marzo 2018.

 

Quanto a lungo può un serpente mangiarsi la coda prima che si esaurisca e scompaia nel nulla? Nonostante queste informazioni, non ritengo che si tratti di un dramma irreversibile ma un momento di cambiamento, una singolarità piuttosto. Al fulcro di questo movimento si trovano i cittadini, i giovani studenti e le associazioni culturali come il teatro “La Vida” in campo S.Giacomo o “Poveglia per tutti”.

Si sta arrivando così a una convergenza dove gli attori sociali saranno chiamati a decidere quale percorso seguire: Venezialand o un nuovo modello di città, unico nel suo tipo? Ovviamente la stessa amministrazione comunale deve allinearsi con questi intenti, cosa che ora come ora fa fatica a fare.5Si pensi che qualche giorno fa, sia stato fatto notare dal comune come non sia vero che i residenti stiano fuggendo: basta guardare ai consumi d’acqua della città. Sottolineando così l’inadeguatezza dell’amministrazione nel prendere seriamente la questione degli AirB&B. Qualcuno su Facebook ha fatto ironicamente notare che se volessimo fare lo stesso conteggio con lo Spritz, Venezia apparirebbe come una metropoli.Articolo: http://www.dire.it/12-03-2019/307646-venezia-studio-consumo-acqua-rivela-numero-abitanti/ Ritengo e sono certo che in una situazione tesa come questa, la stessa disciplina antropologica possa rivelarsi fondamentale per trovare un punto di contatto, per sottolineare l’importanza della cittadinanza attiva.

Qualcuno una volta disse che se guardata dall’alto Venezia è come un pesce che si morde la coda. Bisogna fare in modo che diventi un’espressione valida solo su un piano cartografico.

 

Isola di Poveglia
Isola di Poveglia, ex-manicomio. Uno degli striscioni affissi a seguito dei vari eventi.

 

 

 

Bibliografia:

  • De Certeau M., 2009, L’invenzione del quotidiano, Edizioni Lavoro, Roma.
  • Gramsci A., 2014, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino.
  • Settis S., 2014, Se Venezia Muore, Einaudi, Torino.

 

Sitografia:

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