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Riflessioni vagabonde: un bosco per ogni bambina

Frammenti eroici di ribellione di fronte al mistero delle donne mancanti

Quando avevo dieci anni sognavo di diventare stilista: passavo gli intervalli con i pastelli in mano e stravolgevo con spavalderia ogni regola riguardante le proporzioni umane.
La mia specialità erano i vestiti da sposa, o meglio, un vestito da sposa in particolare: il mio.
Una volta diventata grande, una volta innamoratami di una persona speciale, mi sarei sposata indossando un abito bianco in stile impero, con lo scollo a cuore, il corpetto delicatamente impreziosito da un pizzo elegante e qualche brillantino, una gonna vaporosa e morbida, uno strascico infinito. Margherite e fiori di campo tra i capelli.
“Una volta diventata grande”, pensavo, “perché prima devo fare tante altre cose”.
Non immaginavo che, nel mondo, molte mie coetanee avessero già smesso di essere bambine e fossero già mogli, e forse, addirittura, mamme.

Il rapporto dal titolo “Stolen Childhoods”, lanciato nel maggio 2017 da Save the Children, fa emergere che ogni anno circa 15 milioni di ragazze si sposano prima di aver compiuto 18 anni [1]; 4 milioni di queste non hanno ancora 15 anni [2].

Il matrimonio infantile è sicuramente una questione complessa e, in quanto tale, non è riconducibile a una singola causa dai confini netti: nella fitta trama di azioni, situazioni e credenze che alimentano e perpetuano questa pratica, si intrecciano indistricabilmente svariate ragioni storiche, sociali, economiche, “culturali”, se vogliamo.

L’usanza sembra essere nata nel sedicesimo secolo per contrastare i rapimenti delle ragazze nubili indiane ad opera degli invasori.
Ancora oggi alcuni genitori pensano, o pensano di pensare, che far sposare le loro figlie da giovanissime sia nei migliori interessi delle figlie stesse: il matrimonio sarebbe una sorta di salvaguardia, un modo per ridurre il rischio di molestie e abusi ai danni della bambina.

Il ruolo ricoperto della tradizione è senz’altro rilevante: qui e ora, come ovunque e spesso, le pratiche tradizionali vengono perpetuate perché sono considerate parte della vita della comunità e contribuiscono, in qualche modo, a costruire l’identità di quest’ultima.
Penso alle parole di P. Cirino con un sorriso amaro: “le tradizioni (…), anche se fanno ricorso al passato, sono legate al presente, alla vita delle persone (…), non sono semplici “sopravvivenze”, non sono mai date e soprattutto non sono in grado di autoperpetuarsi” [3].
Le convinzioni, le “finzioni” che ognuno sceglie di fare proprie posso essere potentissime: l’India, per esempio, è tra i primi posti nella classifica dei Paesi con il più alto numero di spose bambine, nonostante i divieti imposti dal Dowry Prohibition Act del 1961 e dal Child Marriage Act del 2006.

Tornando a noi: accanto a quella che si presenta come “tutela” della figlia, troviamo la “tutela” economica della famiglia, che spesso si trova in condizioni di estrema povertà: far sposare una figlia in giovane età può essere considerato un modo per alleviare le difficoltà economiche della famiglia alla quale appartiene [4]; inoltre, nelle società in cui la famiglia della futura moglie deve pagare una dote a quella del marito, spesso la dote ammonta a una somma minore se la promessa sposa è giovane e non educata.

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Non penso di operare una forzatura affermando che un ruolo rilevante sia ricoperto anche dall’ineguaglianza di genere, reale o percepita che sia.
Il rapporto del 2012 di Terre des Hommes, “La condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo”, mostra come questa discriminazione, che ha radici profonde, possa condurre ad un altro esito drammatico: l’aborto selettivo.
“Di fronte all’esito dell’ecografia, milioni di mamme sono costrette ad abortire per non mettere al mondo una figlia femmina o la lasciano morire appena nata, spinte dalla necessità. (…) Siamo di fronte a quella che l’economista indiano Amartya Sen ha definito il “mistero delle donne mancanti”.
Il “mistero”, forse non poi così misterioso, di tutte quelle donne che oggi sarebbero al mondo se non fosse per l’aborto selettivo, l’infanticidio e la discriminazione socio-economica.
In Cina e in India, i Paesi maggiormente colpiti dal fenomeno, mancano all’appello più di 100 milioni di bambine [5].

Di fronte ai dati, alle statistiche, alle testimonianze, è facile e comprensibile farsi prendere dallo sconforto.
C’è spazio per questo: c’è spazio per sentirsi abbattuti, impotenti, impauriti o disillusi.
Il mio invito, però, è quello di non fermarsi qui: scaviamo un po’, andiamo a vedere se, in quello che può presentarcisi come uno scenario catastrofico, c’è qualche frammento eroico che brilla e si ribella.
Nel Rajasthan, lo Stato più grande dell’India, a circa 70 km a nord della città di Udaipur, la “Venezia d’Oriente”, c’è un villaggio chiamato Piplantri.

La principale fonte di reddito per le famiglie della zona sono le miniere di marmo, che nel tempo hanno degradato il suolo rendendolo più povero e più vulnerabile alle tempeste dei monsoni. Fino a pochi anni fa, per trovare l’acqua occorreva scavare fino a 200 metri; oggi la si trova a 3,5 metri di profondità.
Dal 2007, infatti, è stato messo in moto un progetto che unisce la riforestazione dei terreni comuni, il miglioramento delle condizioni economiche dei residenti e quello del futuro delle bambine [6].
L’iniziativa è stata lanciata da Shyam Sundar Paliwal, dopo la morte precoce di sua figlia.

A Piplantri, quando nasce una bambina vengono piantati 111 alberi.
Secondo “The Hindi”, nei sei anni trascorsi tra l’inizio del progetto e il 2013, ne sono stati piantati più di 250.000, tra alberi da frutto, neem, sheesham, amla. Le piante sono circondate da aloe vera: questa, oltre a svolgere una funzione protettiva contro le termiti, è utilizzata per la realizzazione di prodotti commerciabili come succhi e gel [7].

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Ma non finisce qui: per ogni neonata viene istituito un conto di deposito fisso vincolato a suo nome; 21.000 rupie sono versate come offerte da parte degli abitanti del villaggio, 10.000 provengono dal padre della bambina. La condizione è la seguente: i genitori devono firmare un affidavit, una dichiarazione scritta con valore legale in cui si impegnano a non far sposare la figlia prima che diventi maggiorenne, a garantirle un’educazione e ad aver cure degli alberi piantati in suo nome.
L’accesso al deposito monetario sarà possibile una volta che la giovane donna avrà compiuto vent’anni.

I 111 alberi commemorano e proteggono una ragazza e la ragazza e la sua famiglia proteggeranno e si prenderanno cura dei loro alberi. Molti degli alberi del villaggio sono decorati con piccole stringhe colorate. In un’allegoria del festival indù del Raksha Bandhan – in cui le ragazze legano un filo al polso dei ragazzi come simbolo di fratellanza – anche le ragazze di Piplantri adornano i loro alberi con nastri colorati come segno di rispetto, protezione e gemellaggio” [8].

C’è una citazione di Calvino, tratta da “Le città invisibili“, che mi viene in mente quando incontro o inciampo in realtà come quella di Piplantri, e che mi tiene su quando rischio di essere risucchiata da un vortice di scetticismo:
“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Non credo si tratti di scappare, di non voler vedere, di essere ingenui, di attaccarsi disperatamente ad un’illusione confortante.
Al contrario, credo sia una questione di attenzione, di coscienza, entusiasmo, forza di volontà e capacità di immaginazione.
Non lasciamoci inaridire, ecco.
Ci sono schegge di meraviglia da trovare, guardate bene.

Fonti:
http://piplantri.com/default.html
[1] UNICEF. Ending Child Marriage: Progress and Prospects (2014)
[2] Ibidem e SDG Indicators Global Database
[3] P. Cirino, Il patrimonio culturale immateriale, in “Costruzione di patrimoni” di D. Parbuono e F. Sbardella
[4] Save the Children UK, Rights of Passage, 2003
[5] dati Unfpa (United Nations Population Fund)
[6] https://lunanuvola.wordpress.com, “Un verde futuro”, 28 aprile 2015
[7] Singh, “A Village That Plants 111 Trees for Every Girl
[8] http://podemoshacercambiospositivos.blogspot.it/2015/09/una-nina-un-bosque.html

-S. Rossi