Un assaggio di story-telling irlandese

«C. Booker […] points out that much of our modern lives are still spent reading, listening to or watching stories in novels and on stage, film and television. Even the news is presented in the form of stories.» (Ní Bhrolcháin, 2009:8)

Contesti tradizionali dello story-telling

 

 

Story-teller

 

 

«”Innis scéal, abair amhrán, cum bréag, nó gabh amach” (Tell a tale, sing a song, make up a lie, or leave).» (Briody, 2015: 70)

Nell’Irlanda contemporanea – fino a circa la seconda metà del ‘900 – questa era una della modalità con cui venivano accolte le persone durante le visite notturne, quando la televisione era ancora considerata una rarità e uno dei mezzi di intrattenimento più usati erano le parole, le storie raccontate e tramandate oralmente.
La tradizione dello story-telling risale al periodo medievale e pre-medievale e, sebbene sia cambiato il contesto in cui avviene, passando dall’intrattenimento nella corte regale a quello nelle case dei contadini, ciò che è rimasto invariato fino al secolo scorso è il periodo maggiormente dedicato a questa attività, circa da fine ottobre a inizio maggio. Fin dal periodo pre-medievale, infatti, si trova scritto che gli story-tellers raccontavano le loro storie «O Shamhain go Bealtaine», ovvero da ottobre/novembre ad aprile/maggio. (Ó Duilearga in Dundes [ed.], 1999: 159)

Una breve nota va fatta riguardo la suddivisione dell’anno secondo la tradizione pre-cristiana di questo paese: l’anno era un ciclo che veniva suddiviso in quattro periodi principali, che erano Samain (31 ottobre/1 novembre), associato con la morte della natura, l’inizio dell’inverno e il periodo dell’anno più buio e freddo; Imbolc (31 gennaio/1 febbraio) associato alla nascita e alla preparazione per la nuova coltivazione in attesa della primavera; Bealtaine (30 aprile/1 maggio), periodo di fertilità; Lugnasadh (31 luglio/1 agosto), periodo del raccolto e della preparazione delle provviste invernali. Questi giorni di passaggio avevano ognuno i propri rituali, ed alcuni di essi sono poi stati attribuiti a festività cristiane: il 1° novembre, ad esempio, è la festa di Ognissanti, mentre il 1° febbraio viene celebrata Santa Brigitta (St Brigid), una santa cristiana ma con radici nel passato pagano – goddess Brigid, figlia di Dagda.

Un’altra caratteristica temporale che è rimasta immutata nei secoli è il momento della giornata che si dedicava a questa attività: la notte. Ancora oggi infatti vi è il proverbio secondo cui porta sfortuna il «whistling at night or fianaíocht by day» (Ó Duilearga in Dundes [ed.], 1999: 162), in cui fianaíocht si riferisce generalmente al raccontare storie, derivando letteralmente dal narrare storie dei guerrieri Fianna, dal Fenian Cycle, uno dei cicli eroici irlandesi. Il fatto che lo story-telling avvenisse di notte è legato prettamente a motivi pratici, visto che di giorno si lavorava; questa peculiarità mi era stata riportata anche durante un’intervista fatta ad uno storyteller di Cork, che al riguardo mi disse: «It took place never in daylight! Because it was considered bad luck, maybe also it was a waste of time, you should be working instead of telling stories, right?» (Intervista condotta il 16 luglio 2016 a Cork).

Dunque, nel periodo in cui il buio calava presto, il clima si irrigidiva e quindi non era più possibile lavorare fuori a lungo, cosa facevano le persone per far trascorrere quelle lunghe notti invernali? La televisione in Irlanda è stata introdotta nelle case circa negli anni ’50 del secolo scorso, e la radio poco prima, verso la fine degli anni ’20. Quindi, nel momento in cui ci si ritrovava in una casa per passare il tempo, si giocava a carte, si cantava, si ballava, e il tutto portava poi inevitabilmente alla conversazione. Ci si scambiavano le notizie, si commentavano fatti e poi, in genere, si raccontavano e si ascoltavano storie, e spesso si potevano ospitare rinomati story-tellers, conosciuti per avere un buon repertorio da presentare. In quest’ultimo caso si dice che « “Chruinneochadh aosta agus óg isteach annsin go dtí go mbéadh an teach lán” Young and old would then gather in until the house would be full.» (Briody, 2013: 6)
Lo story-teller viene generalmente indicato con il termine scealaí, dal gaelico scél, storia, che al plurale diventa scéla, notizie, indicando la persona che trasforma le notizie in storie con scélaige (la versione antica di scealaí), lo story-teller.

Vorrei soffermarmi brevemente su alcuni termini che utilizzerò in questo articolo per indicare il poeta o lo story-teller, tenendo conto del fatto che i nomi con i quali ci si riferisce a questa categoria, soprattutto per quanto riguarda il periodo pre-medievale e medievale, sono molto vari e meriterebbero un articolo a parte: mi limiterò dunque a spiegare i tre da me utilizzati. Il fili, il poeta, dicitura che si ritrova principalmente in ambito medievale, letteralmente “sëer”, richiama la seconda vista, generalmente attribuita ai druidi. Lo senchaid, corrispondente all’odierno seanchaí«a repository of folklore, a teller of tales and singer of songs. It was this mandarin class of poets and pedants who were largely responsible for the cultural unity of the country.» (Byrne, 2001: 14) Anche lo seanchaí odierno si occupa di trasmettere il sapere locale, le leggende, i miti e i racconti popolari (seanchas: sapere storico, genealogico; conoscenza del, appartenente al popolo). Infine c’è lo story-teller vero e proprio, lo scélaige (odierno scealaí), che se in epoca passata doveva prevalentemente elogiare il re della corte presso cui era ospitato, quindi aveva una funzione politica ben precisa, fino al secolo scorso aveva come unico fine quello di intrattenere, raccontando storie, quali le “fairy legends”, le classiche fiabe, e le saghe eroiche, appartenenti ad un passato molto lontano, a carattere storico ma comunque a forte contenuto immaginativo, in cui lo story-teller metteva alla prova le proprie abilità mnemoniche, restando fedele alla tradizione, e utilizzando allo stesso tempo la propria creatività in modo da supplire ad eventuali dimenticanze.

Questo scambio notturno era comunque un processo naturale che procedeva da un ritrovo comune, da una condivisione di spazi e di cibo che poi diventava uno scambio di parole e, conseguentemente, di storie, e spesso poteva durare una notte intera. Campbell ci racconta di un uomo che si era addormentato durante la narrazione di una story-teller, svegliandosi soltanto il mattino dopo con la storia che stava ancora andando avanti: si può dire che ci succede ancora così, ci si addormenta spesso davanti alla televisione, si è ancora alla costante ricerca di storie, soltanto in una forma diversa. Prima le persone dipendevano l’una dall’altra per far passare le lunghe notti invernali, e in questo le storie aiutavano, «so that you would not notice the night passing. Often the cock would crow before they would think of going home.» (Harvey, 1992: 7)
Come accennato prima, i tre contesti che si sono mantenuti invariati rispetto al passato medievale e pre-medievale e che fanno da sfondo a questa tradizione, sono: il momento – di notte – , il luogo – in una casa – , e infine l’occasione, ossia quando vi è un gruppo di persone riunito.

«Certainly they were to pass long, dark nights when electricity was either not there or a novelty, and they did so admirably. And in the process they provided something else, too – a sense of continuity with an immemorial past, as well as giving due respect to those present who could contibute something venerable, exciting, interesting to the occasion.» (Lenihan, 2003:3)

A cosa ci riferiamo quando si parla di questo immemorial past? Possiamo andare indietro nel tempo per vedere dove trovare le radici di questo story-telling?

 

Lo story-telling nella società irlandese pre-medievale e cristiana

 

 

Irish provinces
Le province d’Irlanda. Southern Uí Néill corrisponde circa alla mitica provincia di Mide (Meath).

 

 

Se torniamo indietro alla società irlandese pre-cristiana e medievale – consideriamo i secoli tra il V e il XII – troviamo una società divisa per classi, in cui ogni uomo libero era o un signore (flaith), o un cliente (céle) di un signore, ed essere al di fuori di questo rapporto equivaleva ad essere un fuorilegge. L’Irlanda era già all’epoca suddivisa in quattro province, che corrispondono alla geografia contemporanea (il nome che indico tra parentesi corrisponde a quello odierno): Laigin (Leinster), Mumu (Munster), Connachta (Connacht) e Ulaid (Ulster). Si parla anche di una quinta provincia, Mide (“di mezzo”), in cui sarebbe presente il sito di Tara, creduto l’accesso per l’altro mondo e la sede degli “high-kings”, il grado regale più alto, i re d’Irlanda, probabilmente una figura mai esistita ed unicamente frutto letterario.

Per quanto affascinanti fossero la figura del re (dei re anzi, visto che ogni provincia, ogni regno ne avevano uno, con varie distinzioni a seconda del grado di importanza), i taboo a cui era vincolato e i compiti che gli spettavano, e le storie in cui questi vari aspetti vengono narrati, vorrei focalizzarmi su un’altra classe che veniva considerata di pari importanza a quella del re: veniva chiamata aés dána, traducendo con aés un gruppo di persone accomunate da un interesse specifico (in questo caso, la cultura), mentre dán assume il doppio significato di dono, “gift”, e componimento, “poem”, o creazione, “craft”. Era, in poche parole, la classe dei portatori del sapere e della cultura, la classe colta, che si occupava della trasmissione del sapere nella società gaelica. La maggior parte delle prime composizioni era di natura propagandistico-celebrativa, motivo per cui il poema poteva essere considerato un dono (dána dal latino donum) del poeta al re o alla famiglia dominante. Una differenza importante rispetto alla figura dello story-teller contemporaneo dei secoli XIX e XX, è che lo story-teller del periodo medievale aveva importanza praticamente pari a quella del re, era un membro dell’aristocrazia, quindi portatore del sapere e della parola delle classi più alte; nel caso contemporaneo abbiamo invece un detentore del sapere popolare (pensiamo che ora rientra nell’ambito di studio del folklore: folk-lore, “lore of the folk”, il sapere del popolo).

La presenza del poeta, dello story-teller, era talmente tanto influente che si diceva che durante la do gairim ríg, la proclamazione del re, quest’ultimo fosse annunciato e proclamato ad alta voce dal poeta stesso: «[…] the poet, as master of the power of the Word, was the true king-maker» (Byrne, 2001: 21)
Il fatto che avesse potere assoluto sulla parola, e quindi sul pensiero delle persone e pure del re stesso, tenendo conto dell’importanza del suo giudizio, possiamo dire che

«[…] the filid wielded more power than did the kings. They moulded public opinion, which is the ultimate arbiter of accetable forms of polity and policy. The opinion which they represented, however, could hardly be termed popular: in an aristocratic century, they were the voice of the old Gaelic order which refused to adapt itself to changing conditions and paid a heavy penalty.» (Byrne, 2001: 14)

Se si legge una qualsiasi storia, tramandata e trascritta, di questo periodo, si può notare l’importanza data alla parola, che può essere in grado di ingannare, salvare, e persino di uccidere, se non usata propriamente. Basti pensare ad una delle caratteristiche fondamentali per poter considerare un re degno di essere tale: il concetto di fír flathemon, “the king’s truth”, secondo cui il re, per poter essere considerato tale, in armonia con il proprio regno e con gli elementi naturali, doveva dimostrarsi come in grado di giudicare e distinguere il vero dal falso, il giusto all’ingiusto. Un re che commettesse un falso giudizio sarebbe stato al contrario gó flathemon, in quanto “guilty of injustice”, e la sua uccisione veniva considerata legittima. Fír può essere tradotto sia con “giustizia” che con “verità”; flathemon invece deriva da flaith che ha il doppio significato di “re” e di “generosità”, e ciò implica il fatto che per essere re bisogna essere generosi con i propri sudditi; gó invece viene tradotto con “bugia”, “falsità”. Al concetto della giustizia o ingiustizia del re, della sua parola vera o falsa, dipende la prosperità non solo del suo regno, ma di tutto l’universo e di tutti gli elementi naturali, e nello stesso tempo «is related to the equally archaic concept of the power of the word […].» (Byrne, 2001: 24)

 

 

Hill of Tara, leggendaria sede degli high-kings
Hill of Tara, leggendaria sede degli high-kings -http://www.discoverboynevalley.ie/boyne-valley-drive/heritage-sites/hill-tara

Il passaggio delle storie sulla carta

«[…] and the stories were going from mouth to mouth, from generation to generation until the present day.» (Briody, 2015: 85)

Le storie venivano trasmesse oralmente, e le prime testimonianze di testi scritti le abbiamo risalenti all’arrivo del cristianesimo, circa attorno al V secolo, in cui i saperi locali vennero trascritti dai monaci: purtroppo, pochi dei testi così antichi sono giunti fino a noi, le vere testimonianze manoscritte sono risalenti attorno al XII secolo. Molto presto, i testi in latino con tematiche a sfondo cristiano vennero affiancati dalle versioni in gaelico, e si può dire che nessuna delle due lingue prevalse totalmente sull’altra, come pure i nuovi elementi cristiani che si trovarono aggiunti allo scheletro di mitologia celtica, in una sorta di commistione e convivenza, non predominarono mai totalmente. «Old Irish literature derives its richness and originality from its fruitful collaboration of monk and fili […]» (Byrne, 2001: 14), indice del fatto che la nuova classe monastica che iniziò ad avere a che fare con la cultura, non sentenziò la fine della classe istruita precedente, e diede inoltre alle tradizioni irlandesi “nuova vita” trasferendole sulla carta. Si tratta di un paradosso, poiché nel momento in cui si pone una storia per iscritto in modo da garantirle l’eternità, per quanto vi siano i fattori positivi quali la conservazione e conseguente trasmissione del materiale orale, le si toglie allo stesso tempo la vita che vi è nell’oralità.

«The tale that is not told dies; the story-teller without an audience remains passive, and his tales die with him. For the art of the folk-tale is in its telling; it was never meant to be written nor to be read. It draws the breath of life from the lips of men and from the applause of the appreciative fireside audience. […] The days of the folk-tale are numbered even in Ireland» (Ó Duilearga, 1945: 13)

Spero di riuscire a dedicare qualche altro articolo a queste tematiche, in modo da andare più nello specifico sia per quanto riguarda il contesto dello story-telling più antico che di quello contemporaneo. Si tratta di un’arte spesso dimenticata, che non viene considerata in tutta la sua bellezza e importanza, per questo credo sia importante riuscire a capirla, a ricordarla.
«The process of narrating is a universal form of human behavior; indeed, it has been argued that the organization of experience into narrative form is a basic function of human cognition.» (Harvey, 1992: 78) In un mondo difficile, in un universo stravolto, le storie si proponevano di restaurare l’ordine, un ordine mentale e narrativo. Per questo ci sono sempre state, in qualsiasi forma.

 

 

Bibliografia:

  • Briody, M., 2015, “The Socialisation of Storytellers and the Role of Women in the Irish Storytelling Tradition”, in: Béascna 9: journal of folklore and ethnology, Cork, Folklore and Ethnology Department.
  • Briody, M., 2013, “The Gaelic Story-Teller and Séamus Ó Duilearga’s Views on the Role and Antiquity of Airneán“, in: Béascna 9: journal of folklore and ethnology, Cork, Folklore and Ethnology Department.
  • Byrne, F. J., 2001, Irish Kings and High-Kings, Dublin, Four Courts Press.
  • Harvey, C. B., 1992, Contemporary Irish Traditional Narrative. The English Language Tradition, Berkeley, University of California Press.
  • Lenihan, E. [with C. V. Green), Meeting the Other Crowd, Dublin, Gill and Macmillan.
  • Ní Bhrolcháin, M., 2009, An introduction to early Irish literature, Dublin, Four Courts Press.
  • Ó Duilearga, S., 1999, “Irish Tales and Story-Tellers, in: Alan Dundes [ed.], International Folkloristics. Classic Contributions by the Founders of Folklore, United States of America, Rowman & Littlefield.
  • Ó Duilearga, S., 1945, The Gaelic Story-Teller. With some notes on Gaelic folk-tales, London, British Academy.
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