Tutto il mondo (o quasi) in un genoma: intervista ai ragazzi del progetto “Identità Sconfinate”

Accenni al concetto di identità

Francesco Remotti parla di identità come una costruzione irrinunciabile per l’uomo (Remotti, 1996), un rassicurante appiglio psicologico di fronte al fluire degli avvenimenti e delle circostanze sociali. Uniforme, definita, coerente, si configura come un meccanismo di difesa contro la pluralità del mondo.

La complessità di connessioni e relazioni è percepita come potenziale minaccia. La costruzione identitaria, votata ad una cieca idolatria di un “io” o di un “noi”, genera dunque un impoverimento delle relazioni umane – i cosiddetti “altri” sono la macro categoria su cui riversare insicurezze e paure sociali – trovandosi occupata a erigere muri difensivi intorno a sé.

 

I paradossi attuali

L’immobilità che per definizione fa parte del concetto di identità, o meglio di una sua maldestra applicazione, trova nel contesto contemporaneo limiti e contraddizioni. La complessa rete di scambi culturali, religiosi ed economici, mantenuta aperta dai flussi migratori, fa svanire (quantomeno in un ragionamento astratto) l’ossessione di una chiusura entro categorizzazioni nette e definite. Prerogativa e motore dell’essere umano (Bacci, 2010), le migrazioni sono ormai il fondamento della società globalizzata.

Ciononostante vediamo come, nel contesto politico italiano, il baluardo difensivo dell’identità rappresenti un valido strumento per veicolare specifici messaggi, tradotti e diffusi da buona parte dell’opinione pubblica. Ritorna l’àncora sicura delle categorie noi/altri in un celato timore che questo continuo movimento di apertura del mondo al mondo possa costituire un pericolo per la stabilità sociale.

 

Confini da definire

Ma chi siamo noi? E chi sono gli altri? Possiamo davvero parlare in questi termini dicotomici di identità contrapposte e tradurli sul piano delle differenze nazionali? È su questa riflessione che nasce il progetto Identità Sconfinate, ideato da un gruppo di studenti universitari, membri dell’Agenzia di Stampa Giovanile di Bologna.

Con l’obiettivo di sensibilizzare la società riguardo ai temi legati a migrazioni e identità, il progetto si basa su una raccolta fondi volta all’acquisto di alcuni test del DNA etnici, distribuiti da National Geographic US, e sulla proposta ai membri del Governo italiano di sottoporvisi. In occasione del Festival dell’Antropologia di Bologna che si terrà domani ne ho parlato con Rosa Maria Currò, studentessa UniBo che insieme a Chiara Taiariol e a Luca Pecile ha dato vita a Identità Sconfinate.

 

 

identità

L’intervista

-Inizierei con una domanda un po’ generale: come ti è venuta l’idea per questo progetto?

Allora… la mia personale fissa con i test del DNA etnici parte dal fatto che ne ho fatto uno di National Geographic e un altro di Living DNA, perché sono diversi gap temporali… quindi volevo confrontarli e li ho fatti entrambi. Ho fatto alle superiori la tesina su questo tema e poi niente, mi ha molto appassionata e ne ho parlato tantissimo con i miei amici [Breve digressione sul coinvolgimento di amici e famiglia nel fare i test]. Un giorno mentre stavamo parlando del concetto di migrazione che, nella società italiana, è come se fosse una cosa nata oggi per interessi economici beceri tipo “andare a rubare il lavoro agli altri” e cose del genere, stavamo dicendo che effettivamente sarebbe interessante far fare questo tipo di test alle persone che stanno al governo e alimentano questo tipo di modo di pensare delle persone, per convenienza politica sostanzialmente, per far rendere conto alle persone il fatto che siamo tutti stati migranti e, se siamo nel posto in cui ci troviamo adesso, è una casualità bella e buona, non è un merito… e parlando con i due ragazzi che ti ho detto [si riferisce a Chiara Taiariol e a Luca Pecile], era un dialogo così, molto normale, ma poi effettivamente abbiamo deciso di renderla una cosa concreta. In realtà era ottobre e semplicemente abbiam[o] detto perché fermarci all’idea, alla battuta, proviamo a scrivere un volantino, un manifesto, un po’ per capire cosa avevamo in mente di fare noi, un po’ per capire se era una cosa che si poteva proporre all’esterno. È una cosa che è stata modificata tantissime volte, c’è la versione di ottobre, novembre, dicembre… tantissime versioni diverse. Abbiamo chiesto varie opinioni in giro, e alla fine abbiamo deciso di renderla una cosa concreta.

-Perché il nome “Identità Sconfinate”?
Il nome in realtà è una cosa divertente, perché il volantino è stato modificato tantissime volte, ma al titolo non c’avevamo mai veramente pensato, nel senso che avevamo messo un titolo provvisorio che però era bruttino, mi pare “Sorvegliare i confini”, ma non si capiva molto bene. Era stato messo così a caso, anche perché il nome originario del progetto era solo “Progetto DNA”. Quando abbiamo fatto la prima riunione del gruppo che attualmente gestisce l’Agenzia di Stampa Giovanile di Bologna, effettivamente ci siam[o] trovati a dire “eh il volantino è pronto, la pagina web è pronta… ma come si chiama il progetto?” Quindi ci siamo messi a pensare, e a un certo punto ci è venuta l’idea di dare un nome che avesse come acronimo DNA; solo che non era facile trovare un nome del genere. A un certo punto, leggendo e rileggendo il volantino per capire quali fossero esattamente le cose su cui puntare, uno dei ragazzi (Enrico, il mio coinquilino) fa: “ma comunque nella parola identità c’è dentro DNA in ordine no?” E quindi identità è diventato tipo fisso nel nome, e poi abbiamo cercato un aggettivo che spiegasse l’idea, il progetto, in maniera sintetica: abbiamo messo “S” con la barra11) La barra fa riferimento al logo del progetto., che all’inizio erano due parentesi ma ci sembrava troppo… boh “post Instagram”. Quindi, “S” con la barra e “confinate” per dare il contrasto; cioè, sconfinate per noi, per come realmente sono le identità, ma effettivamente a causa della struttura degli stati nazione tendono a essere confinate.

-Come funziona un test del DNA etnico?
Scientificamente parlando, un test del DNA etnico funziona in maniera abbastanza intuitiva in un certo senso. Allora, in verità è una tecnologia abbastanza recente; nel senso che, quando si è scoperta la possibilità di sequenziare il genoma umano col Progetto Genoma degli anni Novanta21) Il Progetto Genoma Umano (HGP) è stato un progetto di ricerca scientifica internazionale il cui obiettivo era quello di determinare la sequenza delle coppie di basi azotate che formano il DNA, e di identificare e mappare i geni del genoma umano dal punto di vista sia fisico che funzionale. Iniziato nel 1990, è stato completato nel 2003., i ricercatori hanno capito che con la possibilità di sequenziare il genoma – sequenziare significa sostanzialmente far fare una corsa elettroforetica al DNA aprendolo e rivelando l’ordine delle basi azotate – e quindi tu puoi ricostruire effettivamente l’ordine delle basi azotate del tuo genoma. E’ stato un progetto difficile ovviamente, ed è molto recente; attraverso questa ricostruzione, con una serie di ricerche si è riuscito a capire che determinate zone codificanti del DNA non solo potevano essere connesse a malattie per esempio, ma anche a zone del mondo. Per cui tu semplicemente mandi al laboratorio un campione di cellule epiteliali, normalmente di saliva – dipende dal laboratorio -, loro sequenziano il tuo DNA e ormai in maniera abbastanza automatica hanno delle zone codificanti, dei marker genetici che in base all’ordine delle basi azotate codifica per una determinata zona [del mondo].
[Seguono esempi pratici delle analisi di vari laboratori che sequenziano il DNA].

-I test del progetto, mi hai detto, verranno analizzati da National Geographic…
Dal progetto Genographic Project31) The Genographic Project è stato lanciato nel 2005, con l’obiettivo di mappare le migrazioni umane nella storia., che è il progetto di National Geographic.

-Quindi qual è l’obiettivo primario del vostro progetto?
Allora, il nostro obiettivo è quello di sensibilizzare la popolazione più che altro, nel senso che noi ci rendiamo conto che le teorie razziste, tutto questo modo di porsi rispetto all’incontro fra culture diverse, faccia parte del nostro heritage culturale. Non così tanto tempo fa, nel ’40 ancora si scrivevano teorie razziste [ancora negli anni Sessanta negli Stati Uniti]… e il cambiamento accelerato che c’è stato nella società, è normale che abbia creato una reazione di chiusura a questo tipo di nuovi approcci, di nuove conoscenze che abbiamo. E probabilmente è il primo momento della storia dell’uomo in cui abbiamo delle prove scientifiche del fatto che le teorie razziste non abbiano basi scientifiche, che sono concetti culturalmente creati, e che non ci sia nulla che giustifichi a priori l’idea di dire noi siamo italiani. Cosa significa essere italiani? Non è che detto che io, perché appartengo alla cittadinanza italiana secondo le regole dello stato, allora fisicamente e geneticamente abbia una somiglianza, un tipo di appartenenza. Bisogna, secondo noi, sfatare queste concezioni ora che ne abbiamo la possibilità pratica, non basata su discorsi e ideologie ma proprio sulla scienza, perché ci sono problemi globali talmente gravi tipo il riscaldamento globale ecc – soprattutto il riscaldamento globale – che vanno affrontati come specie. Guardarsi in faccia e dire ok, forse ci sono delle distinzioni che possiamo mettere da parte per un fine più grande.

-Il fatto di regalare questi test ai ministri del Governo italiano assume quindi un significato particolare.
Sì, esatto. Cioè è molto simbolico innanzitutto, perché il Governo rappresenta uno Stato e appunto, come scriviamo nel volantino, per noi l’Italia non è questo, non è chiudersi. Anche storicamente insomma, sono 150 anni che lo stato nazione Italia esiste ed è basato su molta diversità; si cercava di trovare le somiglianze – come nel libro di Remotti, “Somiglianze”4 – 1) F. Remotti (2019), Somiglianze. Una via per la convivenza. Roma, Laterza. ) per andare avanti, cercando di costruire una comunità partendo da enormi differenze storiche. E quindi, primo perché loro [i ministri italiani] sono la rappresentanza del paese e non è giusto che questa [si riferisce alla politica di “chiusura” culturale] sia la deriva del nostro paese, non ci rappresenta, e secondo ovviamente per l’orientamento che stanno avendo, che non è assolutamente di apertura.

-E se i ministri del Governo dovessero rifiutare, se snobbassero completamente l’idea, cosa ne farete dei test?
Il punto è che… chiaramente la raccolta fondi è molto importante, ma il nostro obiettivo è farci conoscere per far riflettere le persone, perché alla fine i soldi necessari a comprare quel numero di test, o anche uno solo – centocinquanta euro – li raccogli, ne dai anche uno così simbolicamente. Ma il punto è, se noi raccogliamo tremila euro [budget prefissato per l’acquisto dei test] su un bacino d’utenza di trecento persone che danno dieci euro a testa, che non è tantissimo per una persona media, non ci vale per noi, come ideatori quanto avere un bacino d’utenza di centomila persone e non raccogliere tutti soldi. Perché quello che vogliamo è far riflettere le persone; infatti tutti i messaggi che ci sono arrivati anche da haters, insomma, e cose così… noi abbiamo sempre risposto in maniera educata cercando di costruire un dialogo, perché secondo noi questo tipo di approccio manca. C’è molto fomento, molto scazzo, molta rabbia però non c’è [un dialogo] tipo ok, sei arrabbiato, adesso calma e discutiamo un secondo. Quindi se loro rifiutassero, abbiamo appunto ideato degli escamotages per evitare che i test vadano buttati; comunque se la gente ci mette i soldi è giusto che sappiano dove vanno. Se loro dovessero rifiutare i test abbiamo già deciso che selezioneremo fra i nostri sostenitori, sia quelli che hanno donato soldi che quelli che semplicemente ci hanno sostenuto con una firma o una condivisione ecc (stiamo tenendo le liste), e con una selezione casuale faremo i test a loro. Quindi per noi è più importante che la gente ci pensi [al progetto].

-Infatti il progetto verrà presentato sia al Festival dell’Antropologia di Bologna sia al Festival Culture Sconfinate di Torino. Dunque il coinvolgimento della società è il vero obiettivo, più che presentarlo ai ministri.
Sì, esatto, poi è ovvio che se arriveremo al livello di farlo sapere a loro, vuol dire che la cosa deve aver preso piede insomma.

Se la cosa dovesse andar bene, se i risultati dei test venissero pubblicati, secondo te che impatto potrebbe avere sulla società, come una sorta di risonanza nazionale di questo progetto e dei suoi risultati sulla stampa, la televisione… che riscontro potrebbe avere sull’opinione pubblica?
Eh, è difficile da dire perché tutto è strumentalizzabile; il fatto è che l’argomentazione maggiore che, mi rendo conto e faccio anche io, le tracce genetiche effettivamente dicono questo ma le regole dello stato nazione sono queste. Il punto è che se ci si ferma a questo tipo di cosa qui… cioè noi non vogliamo assolutamente dire che viviamo nel mondo di utopia, abbattiamo i confini ecc., perché comunque è difficile, il sistema economico si basa su determinate regole… siamo in un momento in cui la complessità delle regole va oltre la cognizione umana, nel senso che nessuno sa bene e ci stiamo un po’ barcamenando in un ignoto. Per cui l’impatto che spero, semplicemente, è anche soltanto che la gente si senta un attimo più a contatto con la dimensione globale. Nel senso, è quello che serve perché comunque ormai parlare di Italia o di Spagna o di… cioè basta vedere quello che sta succedendo con la Brexit5Processo di uscita del Regno Unito dall’UE.; nel senso, più tu ti disunisci e più alla fine diventi anacronistico e isolato. Ormai non è più possibile essere uno stato nazione “ottocentesco”.

-E i test del DNA servono proprio per mostrare che è inutile parlare di “Spagna” isolata completamente da “Italia” o da “Grecia”…
Esatto è quello, tutte concezioni che nell’Ottocento potevano funzionare e avevano un motivo storico di esistere ecc… Adesso ok, può funzionare l’idea di avere degli stati ma i confini, secondo me, devono sempre diventare più permeabili ma proprio a livello mentale. [Rosa racconta della sua personale esperienza del test del DNA etnico].

-Prima mi parlavi degli haters su Internet: quindi ci sono stati anche commenti negativi oltre ai sostenitori.
Sì, ultimamente si sono un po’ acquietati anche perché dopo la prima settimana [in cui il progetto è stato presentato sul web] che è stato un po’ il boom, adesso ci stiamo un attimo calmando; abbiamo mandato i comunicati stampa, stiamo cercando di creare vie un po’ più canoniche di sponsorizzarci. Ma la prima settimana è stata un delirio, per un periodo soprattutto ci sono state persone che hanno usato il metodo un po’ più classico di attacco tipo “pagliacci”, “andate a sotterrarvi” e queste cose qua, e a loro abbiamo risposto tendenzialmente con frasi brevi. Mentre, ci sono state persone che hanno avviato delle argomentazioni di dimensioni… proprio voli pindarici incredibili. C’è stato uno che ha detto che sosteneva l’esistenza delle razze e il fatto che le razze esistono, ma non è connesso al razzismo, e continuava ad auto – contraddirsi, e lì si è avviata una discussione fra noi, lui e terzi che poi si sono inseriti a nostro sostegno. Un’altra che ha detto tipo “sì ok, questa cosa va bene ma non c’entra niente con la storia del popolo italico perché i nostri antenati hanno combattuto su questa terra per i diritti che abbiamo” e noi gli abbiamo risposto “sì i nostri antenati bella lì, però se vai un attimo più indietro con la storia le cose sono in maniera diversa, cioè le persone che hanno combattuto, se vogliamo basare su questo il discorso, in luoghi per ideali sono infinite” [Segue il racconto di una storia di famiglia raccontatale da un suo amico]. Quindi non vale la pena di posarsi su queste cose qua, gli ideali e le guerre sono appartenenti al loro tempo storico.

-Non vale la pena di essenzializzare la propria vita in base a una cultura e racchiuderla nei confini di un paese…
Esatto, e poi è proprio il fatto che tantissime argomentazioni si basano su idee tirate a casaccio, nel senso che io capisco che tu ti senta molto emotivamente lanciato da certe cose, la guerra… sì però è tirato a casaccio, non vuol dire niente e soprattutto non bisogna far sì che questa cosa porti alla litificazione di quello che è un paese o un’identità, perché è lì l’errore. Tu puoi sentirti legato a una certa terra perché ci sei vissuto ecc., ma non puoi pensare che questa cosa si protrarrà da qui all’infinito, che l’Italia resterà così all’infinito. Soprattutto devi renderti conto di tutte le variabili che ci sono, e se stereotipizzi la tua stessa cultura con “Italia = pasta asciutta” e non fai il passettino avanti che ti fa dire la pasta asciutta viene dagli arabi, i pomodori dalle Americhe, quindi… Cioè, è una stereotipizzazione che deriva dal capitalismo il fatto che noi siamo connessi con la pasta col pomodoro, non è una cosa che ha grandissime radici storiche proprio infinite, di dieci milioni di anni. Secondo me la roba più ridicola è l’autostereotipo, cioè tipo Italia uguale pizza – pasta – mandolino, ok non hai capito una sega però! [Breve digressione sul ruolo dei social network nell’espressione della propria opinione]

-Il fatto di diffondere l’idea del semplice test del DNA, che dà una sorta di impostazione scientifica e quindi pratica al tutto, potrebbe dare una “svegliata”, proprio perché non è un discorso sospeso e campato in aria ma è una prova pratica.
Sì, ad esempio c’è stato uno fra gli haters che diceva “sì ma se voi negate le razze allora…”, aspetta com’era…”se voi negate le razze allora i suprematisti bianchi potrebbero usare questa cosa per dire che loro non sono razzisti”. Cioè, quello che vogliamo dare noi è un attimo di ordine, un attimo di logica, perché queste scoperte le abbiamo fatte l’altro ieri a livello di tempi storici, ma proprio l’altro ieri! Quindi fino a due giorni fa [esagerazione sul fatto che sono conquiste scientifiche molto recenti] si pensava che queste cose, le razze, esistessero e si adducevano un sacco di prove circostanziali a questa cosa; indi per cui si è creato un modo di pensare che è entrato, permeato nella cultura che tutt’ora esiste e influenza il nostro modo di agire. Ora abbiamo delle prove che questo dibattito può anche smettere di esistere, nel senso che da ora in poi bisognerebbe iniziare a educare le nuove generazioni al fatto che sappiamo queste cose. [Le prove scientifiche che confutano l’esistenza di razze separate]

-Come dici, proprio per le nuove generazioni potrebbe essere un incentivo a superare questa visione e vedere che dentro di noi c’è un po’ di tutto il mondo!
Sì, e tra l’altro il costo di questo tipo di test sta diminuendo a vista d’occhio. Fino a tre, quattro anni fa la maggior parte dei test costava su un migliaio di euro; adesso va dai centocinquanta ai cinquanta euro.

-Diventerà sempre più accessibile alla gente comune…
Sì sì, chiaramente, alla fine adesso che hai i meccanismi, hai una serie di cose il costo scende ovviamente.

-E i tempi quali sono?
Per il tempo di spedizione dipende dov’è il laboratorio ma in realtà ci mettono anche poco, e poi dalle due alle sei settimane per avere il risultato. Poi continua ad essere analizzato, perché una volta che ti fanno le analisi i tuoi dati base, non elaborati, rimangono nel database e questa cosa fa sì che se le tecnologie di analisi aumentano nel senso, se le possibilità di analisi aumentano, i tuoi dati continuano a essere rianalizzati sostanzialmente. Perché alla fine il sequenziamento è uno e quello è, ma se si scoprono altre cose puoi essere rianalizzato; e in più puoi spostare questi dati su altri database. [Rosa fa un esempio relativo al suo test del DNA etnico e alla parentela genetica rilevabile da queste analisi]

-È interessante il fatto che proprio l’impostazione scientifica che avete dato al progetto sembra finalmente dare uno scacco matto alle teorie di fine Ottocento che cercavano di dimostrare l’esistenza della razza e la dipendenza della cultura di un popolo dal suo patrimonio genetico.
Sì cioè, la biologia senza dubbio influenza delle tendenze psicologiche… il fatto è che non è possibile dare un rapporto causa – effetto alle cose; è una coevoluzione, una reciproca influenza che la cultura, il genoma e la psiche hanno l’uno sull’altro, perché ovviamente la cultura determina il modo in cui ti approcci all’ambiente, e questo cambierà le tue fattezze, il tuo genotipo. E il tipo di genoma che ti viene passato, è stato dimostrato che ha un’ influenza su determinate attitudini e tendenze diciamo “istintive”; ma queste attitudini e tendenze vengono mutate dalla cultura nel momento dell’educazione del bambino; però allo stesso tempo mutano la cultura… anche banalmente, è dimostrato che la gestualità si passa in maniera genetica, nel senso che tu apprendi una certa gamma di gesti dai tuoi genitori vedendoglieli fare, ma vi è anche una percentuale di gesti che salta le generazioni. Semplicemente, tu non hai mai conosciuto quel parente, eppure hai lo stesso modo di passarti la mano tra i capelli; e non si capisce esattamente quale sia il confine tra quanto è imparato, quanto mi è stato passato in una maniera così, genetica, è impossibile determinarlo. Il fatto è che secondo me l’approccio migliore sarebbe dire ok tranquilli, le cose cambiano, è normale che faccia paura che le cose cambino, però è così.

-Ed è proprio la paura sociale di aprirsi al mondo che fa interiorizzare queste visioni contrapposte noi / loro, e automaticamente questa paura genera il fatto che quel “loro” è pericoloso per “noi”.
Esatto, banalmente c’è da imparare dagli antichi: per esempio, se si vede Protagora6Protagora (Abdera, 486 a.C. – mar Ionio, 411 a.C.) è stato un retore e filosofo greco antico, considerato il padre della sofistica.… in una misconoscenza enorme vista l’epoca, però lui aveva questo modo di pensare che era “questi sono gli usi di questi…” e non è che li metteva in un ordine gerarchico! Non è necessario mettere le cose in un ordine gerarchico; poi capisco che indubbiamente, se tu ritieni che questo sia più giusto, ti verrà naturale batterti, però bisogna trovare una flessibilità maggiore, perché il mutamento va accettato punto e basta, secondo me. Non c’è alternativa, perché questa paura del mutamento tra l’altro è paradossalmente figlia di una cultura moderna, perché nel momento in cui tu smetti di essere un cacciatore – raccoglitore e diventi un agricoltore stanziale, con il concetto di proprietà si sviluppa poi il concetto di monogamia come relazione giusta, soprattutto nell’Occidente. Sono duecento anni che a noi ci raccontano la storia, e ce la passano probabilmente anche attraverso i geni, che la stabilità è la prima cosa; ma è normale, è un’attitudine psicologica. Il cervello ha paura dell’ignoto perché l’ignoto è la più grande minaccia; quando non sai da cosa proteggerti sei minacciato costantemente da tutto, e per questo si tende a ripetere e perpetrare delle dinamiche malsane ma solo per il fatto che sono quelle che sappiamo (la teoria freudiana della ricerca del padre nel moroso, per esempio). Ma adesso che abbiamo un bagaglio di conoscenze che ci permette di razionalizzare queste nostre tendenze ci fa dire ok, abbiamo queste tendenze ma cerchiamo di non assecondarle, cioè cerchiamo di essere persone consapevoli e “riscoprire la meraviglia” che una volta era molto più tangibile in un certo senso. Cioè non devi sentirti per forza minacciato da qualunque cosa sia un attimo diversa […] ci sono un sacco di cose fighe che tu puoi imparare da altre culture [Rosa fa un altro esempio di un test che ha eseguito dal punto di vista nutrizionale]. Secondo me anche tantissimi disagi psicologici derivano da questo approccio qua, nel senso che nel momento in cui tu confini te stesso a un quadratino grande così – comportamenti, identità ecc., è inevitabile che ci sia qualcosa di te che esce da questo quadratino e che soffre nell’essere tenuta dentro. Ci sono tendenze che sono tranquillissime se vengono espletate, e non si radicalizzano, non diventano violente o distruttive, che però se tu le fermi e le comprimi magari sì, magari diventano qualcosa di più pesante. E non è un caso, secondo me, che i tassi di suicidio si alzino, al di là del fattore economico, nel senso… è proprio insito negli esseri umani avere bisogno di qualcosa di più rispetto al “guinzaglio”, e quello che la gente deve capire è che ci sta che io abbia paura, però ci sta anche che un attimo [io] metta le mani in pasta e vediamo.

Qualche riflessione finale

Decostruzione e consapevolezza. Il concetto di identità come qualcosa di fisso e immobile si trova ad essere smantellato completamente in ragione di un continuo divenire; non ha ragione di esistere un discorso basato sulla netta contrapposizione noi/loro, essendo categorie indefinibili. Possiamo quindi ripensare la nostra vita come qualcosa di più ampio, ripensarci come esseri umani globali e non più confinati entro limiti fisici e culturali, accogliendo le nostre molteplici origini e il mondo intero che, come dimostrano i test del DNA etnico, è già parte di noi.

 

 

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Bibliografia:

  • Remotti F., 2016 (1996), Contro l’identità, Roma, Laterza;
  • Bacci Livi M., 2010, In cammino. Breve storia delle migrazioni, Bologna, Il Mulino.

Foto di copertina: pagina Facebook Identità Sconfinate.

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