Turisti di culture: riconoscere i limiti dell’etnografia

“No ethnographer is a blank notepad; the percentual filters that we bring to fieldwork situations are powerful indeed, and not always conscious.”

Nell’introduzione alla sua etnografia “Homegirls: Language and Cultural Practice among Latina Youth Gangs” Norma Mendoza-Denton ricorda una questione fondamentale quanto incredibilmente sottovalutata nell’ambito della ricerca etnografica: il carattere intimamente prospettico dello sguardo etnografico.

Quello che dovrebbe essere un assunto di base (forse l’unico, incrollabile  assioma meritevole di situarsi nelle fondamenta della ricerca sul campo) è troppo spesso insufficientemente sottolineato negli ambienti accademici.

Si parla tanto di decostruire concetti, schemi, cose, nomi, persone, città, decostruire tutto, subito, come se stessimo spazzando una piazza dove c’è stata da poco una grande e vergognosa festa (la “festa” dell’antropologia novecentesca). Ma come è che non abbiamo già acquisito l’universale consapevolezza che questa “pulizia generale” non è possibile?

Com’è che c’è ancora chi si affanna sulle tracce di un mitologico punto di vista realmente oggettivo, candido e puro come quello di un bambino? Una chimera del genere è già stata abbattuta diverso tempo fa da filosofi del calibro di Kant e Nietzsche. Ancora ci sono antropologi che ne cercano il cadavere?
Permettetemi di rispolverare alcuni pilastri che stanno alla base di ogni valida etnografia che mi sia mai capitato di leggere.

Non è possibile prescindere dai nostri schemi concettuali. Questo vale per qualsiasi campo di studio, ma è estremamente incisivo per quanto riguarda l’etnografia. Tutto ciò di cui siamo testimoni, tutto quello che osserviamo passa attraverso le griglie di tali schemi e viene convertito in dati maneggiabili.

Già il buon vecchio Clifford Geertz portò all’attenzione questo aspetto, con il suo “Interpretazione di culture” del 1973. Precisò che il lavoro dell’etnografo sta nell’interpretare, non nel comprendere e non nel fornire spiegazioni. Lo fece attraverso un’analogia che ho sempre considerato eccezionale nella sua semplicità: la cultura come testo, l’etnografo come interprete, traduttore.

Ogni linguista sa bene che nel processo di traduzione vengono smarriti una miriade di significati e sfumature, purtroppo irrecuperabili. Questo “difetto di codificazione” è indubbiamente presente anche nelle operazioni sui testi culturali. Non c’è scampo.

Il lavoro interpretativo dell’etnografo consiste nell’ancorare l’esotico e ricondurlo nel recinto del familiare, nel disegnare contorni riconoscibili a forme lontane dal nostro orizzonte simbolico. Il fatto è che noi, in quell’orizzonte, ci siamo immersi dalla nascita; la nostra malleabile e vorace mente si è nutrita dei significati intrecciati intorno a noi, si è fortificata e formata grazie ad e su di essi.

Sempre Geertz sottolineava il fatto che, in quanto animali culturali, il nostro corredo genetico, paradossalmente insufficiente a garantirci la sopravvivenza, è compensato da una sorta di “guardaroba” esterno, da cui poter attingere per ovviare alla mancanza di informazioni utili. In altre parole, attingiamo dalle reti simboliche (basi di quella fitta trama che chiamiamo “cultura”) intorno a noi per procurarci quello che i nostri geni non sono in grado di fornirci.

Questo fatto, da solo, basterebbe a  far capire quanto la natura umana sia dipendente dalla cultura. Come un pavone non è in grado (caso mai gli venisse il desiderio) di staccarsi le ali e farsi crescere un paio di pinne, così è per noi impossibile spogliarsi di una cultura e indossarne un’altra, come fossero camicie. 

Il nostro punto di vista sarà sempre determinato da un complesso sistema di retroscena che ci hanno portato ad essere ciò che siamo: individui in grado di pensare e di orientarsi nella selva di simboli “da noi stessi tessuti”. Il prezzo di tutto questo è la contingenza di quella che consideriamo “realtà”.

Ovviamente questo non vuol dire che le culture costituiscano mondi chiusi dalla comunicazione limitata, ma piuttosto che non è possibile interagire con un altro contesto culturale senza portarsi dietro il marchio del proprio.

Già prima di Geertz, un altro studioso aveva evidenziato questa limitazione: l’italiano Ernesto De Martino. Suo il concetto di “etnocentrismo critico” che lo stesso autore definisce come l’atteggiamento di chi “pone in causa il proprio ethnos nel confronto con gli altri ethné (“La fine del mondo”, 1977).

Secondo De Martino non si scappa dall’etnocentrismo, in quanto nel momento esatto in cui ci rapportiamo con altre culture stiamo giudicando tali culture. Giudicare significa esercitare il proprio punto di vista. Rendersi conto di questo porta a realizzare che dall’abisso dell’etnocentrismo è impossibile emergere, a dispetto di tutte le sfarzose parate sul relativismo culturale.

Ma attenzione: riconoscere questo enorme limite non equivale nemmeno lontanamente a una sconfitta dell’antropologia. Il contributo più grande, tra i tanti, che Immanuel Kant apportò alla filosofia fu quello di discernerne le Colonne d’Ercole: bene, qua finisce il nostro campo d’esperienza. Tutto quello che si trova all’interno di questo recinto è materia su cui lavorare. Il resto lasciamolo ai teologi.

Una volta individuato un confine, il contenuto assume una forma ben definita, la strada viene tracciata, il metodo viene affinato. Delimitare equivale a definire. Quando l’antropologia avrà accettato senza riserve di essere una disciplina intimamente etnocentrica avremo già fatto una grande conquista.

Ogni etnografo, anche quello più virtuoso, pensate, è un essere umano. Impegnati nelle nostre osservazioni partecipanti e coproduzioni di dati dovremmo scolpire giorno per giorno nella pietra del nostro taccuino la seguente frase: “siamo uomini che hanno a che fare con altri uomini”.

La coincidenza tra l’etnografo e il suo oggetto di studio è assolutamente perfetta. Ed è proprio questo che ci rende studiosi d’eccezione, insieme ai nostri “cugini” sociologi. Fare etnografia non è altro che dialogare inter-pares.

Non siamo giornalisti. Quando l’etnografo pone domande a una cultura altra, sta mettendo in gioco tutto ciò che lo riguarda. Si palesa e mette a nudo la propria stessa cultura. Questo fa sì che i processi di critica e autocritica vadano costantemente di pari passo, mano nella mano, solcando un campo dove crescono spontaneamente più domande che risposte.

“L’etnologia è la possibilità di porre problemi la cui soluzione conduca all’allargamento dell’autocoscienza della nostra civiltà” diceva De Martino. Sorvolando sul concetto, ormai obsoleto, di “civiltà”, il resto della sentenza è più che mai significativo ed attuale: nei suoi viaggi, nelle sue ricerche, nelle sue osservazioni, nel suo relazionarsi con l’ignoto e il non-familiare, l’etnografo finisce per ritrovare sé stesso.

 

Fonti:

-Geertz, Clifford. “Interpretazione di culture”, Bologna; Il Mulino, 1987

-Mendoza-Denton, N. “Housegangs: Language and Cultural Practice among Latina Youth Gangs”, 2008

-De Martino, E. “Il mondo magico: prolegomeni a una storia del magismo”, Torino; Einaudi, 1948

-De Martino, E. “La fine del Mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali

 

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Matteo Croce

Matteo Croce nasce a Castiglion Fiorentino, frazione di Arezzo, nel 1996. Sviluppa fin dalla tenera età una morbosa attrazione per l'inusuale, le differenze e le peculiarità; impulso che, crescendo, decide di coltivare. Dopo aver terminato gli studi classici si iscrive alla facoltà di Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali a Bologna, considerando l'antropologia l'unica scienza che davvero educhi ad un umile confronto con il non familiare. Parallelamente agli studi, porta avanti la sua adolescenziale passione per la chitarra, il rock e la musica in generale.

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