La materialità della “Violenza di Ritorno”

LA MATERIALITÀ DELLA “VIOLENZA DI RITORNO”: TROFEI E MONUMENTI DI GUERRA

Nel saggio teorico “Da preda a cacciatore: la politica dell’esperienza religiosaMaurice Bloch avanza l’idea secondo cui buona parte dei differenti fenomeni e processi culturali che hanno luogo in diverse aree del globo presentino delle notevoli somiglianze strutturali.
La tesi di fondo è che nell’esperienza umana le articolazioni religiose e politiche locali sarebbero da intendere come tentativi di risposta ai problemi intrinsechi alla condizione umana ed avverrebbe, pur essendo storicamente e geograficamente differenziate, a partire da una comune struttura minima irriducibile.

Bloch sostiene che un comune modello strutturale soggiacente a numerosi fenomeni e processi culturali distanti tra loro debba essere spiegato dal fatto che “i processi trasformativi della nascita, della crescita, della riproduzione, dell’invecchiamento e della morte verrebbero similmente percepiti” dai membri di diversi gruppi culturali nella misura in cui sono fasi biologiche che caratterizzano ontologicamente il vissuto esistenziale dell’essere umano.
L’individuo umano non è mai disgiunto dai suoi simili dentro una cornice di socialità, dimensione all’interno della quale viene elaborata una risposta rituale, solida e convenzionale per spiegare e comprendere l’ineludibilità dei processi trasformativi che impattano anche sulla vita della comunità; questi verrebbero posti sotto forma di rappresentazione all’interno di in un framework permanente che le trascende.

La rappresentazione rituale delle trasformazioni in relazione ad un più ampio ordine trascendentale -il framework permanente- ne consente la comprensione ed accettazione, articolandosi “in un idioma” comune che presenta due caratteristiche specifiche: in primo luogo, si realizza attraverso un processo dialettico tripartito e, in secondo luogo, comprende uno spiccato elemento di violenza.

La messa in scena rituale dell’esistenza avviene evocando un’ “altra” vita, congiuntamente ad una “perdita di vitalità originaria”, la quale richiede all’individuo coinvolto passività di fronte ad una prima dose di violenza.
La prima fase del processo si presenta come una fase di andata, il cui obbiettivo è quello di entrare in un mondo che è oltre il processo vitale tramite una morte simbolica.

Una volta avvenuto il distacco segue la seconda fase del processo, nel corso della quale, per l’individuo divenuto parte integrante dell’ordine trascendentale, diventa accessibile la comprensione della trasformazione nel quadro stesso dell’ordine; una permanenza prolungata nella trascendenza -nell’ “altra” vita- non avrebbe però alcun tipo di rilevanza religiosa o politico-sociale nella costruzione di una totalità di esseri viventi permanente, per cui occorre tornare indietro.

Nella terza fase, quella di ritorno, s’impone dunque la necessità di tenere assieme il qui e ora del processo vitale e l’unità all’ordine trascendentale creata dal rituale, o detta altrimenti, di recuperare quella vitalità originaria perduta. Un semplice ritorno innescherebbe un corto circuito nel pensiero e nella prassi, una contraddizione palese che vanificherebbe il risultato ottenuto.

Ecco dunque in gioco la seconda dose di violenza, della quale l’individuo è ora parte attiva e non più passiva affinché possa essere marcata la differenza tra lo statuto ontologico dell’andata e quello del ritorno. La soluzione è dunque la conquista della vitalità esterna, a discapito di entità esterne, come piante, animali, altre donne e uomini.

Coniugando numerosi casi etnografici di diversi autori e autrici e proprie considerazioni, Maurice Bloch cerca di dimostrare la validità della critica che avanza, nonché premessa della sua tesi, secondo cui “gli antropologi sono stati troppo zelanti a distinguere distinti fenomeni”.

I riti di iniziazione, i sacrifici, i matrimoni, la concezione di genere, le cosmogonie e lo stato si prefigurano delle “rappresentazioni della vita, famigliari, costruite e drammatiche, che cercano di fuggire da un mondo senza via di fuga” che si articolano a partire da un comune processo dialettico in tre fasi connotato da un forte elemento di violenza, ciò che Bloch chiama “violenza di ritorno”.

Come lui stesso sottolinea, le conclusioni a cui giunge si collocano in una posizione diametralmente opposta a quelle di René Girard: la violenza non sarebbe intrinseca nell’essere umano, e il Sacro non ne è il prodotto sublimato, bensì essa è il risultato del tentativo di creare un ordine trascendentale, sia in religione che in politica.

In particolare infatti, una delle possibilità aperte dalla violenza di ritorno prevede che la conquista della vitalità esterna si evolva in una profonda e convincente legittimazione del concreto espansionismo politico e militare, ossia in un consolidamento dell’ordine sociale verso l’interno e al contempo in un’aggressione verso i nemici verso l’esterno.

Lungo il solco tracciato lungo il saggio “Da preda a cacciatore” la mia attenzione si rivolge a due monumenti di guerra di contesti differenti e distanti, die Sieggassäule a Berlino e la Hanazuka ad Osaka. Per farlo, in un primo momento, prenderò brevemente in considerazione differenti forme di celebrazione della vittoria –i trofei di guerra– nella Grecia antica e nella Roma repubblicana e imperiale.

L’idea di fondo è che in contesti in cui la conquista della vitalità esterna è necessaria all’istituzione politica dello stato-nazione per la legittimazione dell’ordine trascendentale che afferma, perché questa possa dirsi efficace, richiede di essere raffigurata, rappresentata. Rappresentare la conquista della vitalità esterna significa anche farne memoria duratura. Questa torsione verso la trascendenza politica può richiedere un notevole dispiego di materiale simbolico tratto dalla stessa vitalità esterna conquistata.
Giungo dunque alla conclusione che i monumenti di guerra possano essere considerati come attestazione materiale delle mire espansionistiche, quindi un’affermazione immanente di uno specifico ordine trascendentale.

TROPAION, TROPAEUM E TRIUMPHUS

Alle mani abili di scultori, ai versi dei poeti e alla prosa degli storici, a tutti coloro su cui lungo è spettato l’onere di ricordare ai posteri una guerra, nella Grecia del V sec. a.e.C si antepone il tropaion (τρόπαιον), un monumento in memoria della vittoria sul nemico.

Al di fuori dei Macedoni, per tutti gli altri Greci la realizzazione del tropaion era prassi comune e poteva essere di due tipi: antropomorfo e a cumulo. (a)
Accostate le differenze morfologiche, il tropaion si presenta come un monumento eretto da parte del vincitore attraverso una riconfigurazione dell’equipaggiamento militare nemico nel punto da cui sarebbe battuto in ritirata.

Accumulare sul campo di battaglia le armi del nemico significa innanzitutto un’appropriazione simbolica delle forze del nemico, una neutralizzazione della minaccia di sconfitta e di morte, dunque una conquista della vitalità esterna.
Al tempo stesso il coacervo di spade, lance e scudi poteva essere consacrata alla divinità che si riteneva fosse intervenuta a favore di un esito positivo della battaglia.

Dunque, il tropaion era in memoria della rotta del nemico e la sua consacrazione come ex voto ne fa una rivendicazione materiale della superiorità strategica, militare e politica della polis vittoriosa.

Da parte degli antichi Romani si assiste per la prima volta dell’erezione di un trofeo sul campo di battaglia –tropaeum– a seguito della vittoria sugli Allobrogi nel 121 a.e.c., aggiungendosi alla forma cerimoniale del triumphus, già attestata in epoca monarchica. L’ingresso nell’Urbe con il massimo degli onori era tributato alle legioni vincitrici, occasione in cui il comandante aveva modo di dimostrare il suo genio e valore militare ai suoi concittadini.
Il materiale simbolico a sua disposizione erano le spolia opima, le armi e l’armatura indossate dal capo nemico battuto. In età repubblicana, per estensione, l’autorità politica del Senato e l’ordine politico costituito ne beneficiavano in termini di popolarità e legittimità.

Sia nell’Antica Roma che in Grecia il tropaion e il tropaeum vengono assorbiti nell’architettura come semplice elemento decorativo o nella più complessa forma di tipo monumentale: l’ammucchio di armi nemiche diventa un motivo per i fregi degli edifici pubblici, come nel caso della stoà di Attalo a Pergamo, mentre nell’arte romana si figura come ornamento nei monumenti commemorativi di vittorie come gli archi trionfali o sul basamento e il fusto delle colonne trionfali, al punto che il nome “tropaeum” denoterà gli stessi monumenti di guerra della Roma imperiale.

La Roma repubblicana ci offre anche un tropaeum del tutto peculiare, che anticipa lo sviluppo del lavoro: si tratta della Columna Rostrata di Caio Duilio, trofeo marittimo realizzato dall’aggiunta dei rostri delle navi nemiche sconfitte al fusto una colonna.

DIE SIEGESSÄULE: L’ARTIGLIERIA NEMICA LIQUEFATTA

Il Großer Tiertgarden è uno dei polmoni verdi della città di Berlino. Si tratta di un’area perlopiù boschiva del Bezirk Mitte, il distretto centrale, sezionata in più parti da diversi viali, il principale dei quali è Straße des 17. Juni; lungo il suo corso trasversale, nel punto di incontro con altre strade, sorge die Siegessäule, la colonna della Vittoria.

Il progetto originale era finalizzato alla commemorazione della vittoria della Prussia contro la Danimarca, ma fu modificato in corso d’opera, in concomitanza con i successivi successi bellici dello stato prussiano sotto la guida di Otto Von Bismarck.
Nove anni più tardi, al tempo della sua inaugurazione a Königsplatz, dinnanzi al Reichstag, la colonna della Vittoria avrebbe celebrato l’unificazione della Germania nel nome del Secondo Impero Tedesco.

La colonna è sormontata dalla statua della Vittoria e presenta alla sua base una cerchia di pilastri con un mosaico in vetro in cui sono rappresentati con personaggi allegorici episodi cardine della guerre d’unificazione. Se preso in sé, il fusto della colonna è composto da quattro grossi blocchi di arenaria, ultimo dei quali fu aggiunto nel 1941 per volere di Adolf Hitler per celebrare la capitolazione di Parigi, raggiungendo l’attuale altezza di circa 67 metri.

È evidente dalle stesse intenzioni che hanno orientato la progettazione, l’erezione del monumento e l’intervento di modifica a quasi 70 anni dall’inaugurazione, che queste debbano correlate agli eventi bellici più salienti tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento e così Die Siegessäule attesta plasticamente sia la nascita del II Reich che il successo dell’invasione lampo ed occupazione militare della Francia.
Però, per poter leggere la correlazione che intercorre tra la conquista della vitalità esterna e l’erezione della colonna della Vittoria si può insistere anche sulla materialità che la compone, oltre che la consequenzialità.

Il basamento in granito rosso su cui si erge la colonna della Vittoria è decorato con quattro bassorilievi in bronzo che raffigurano le tre guerre d’unificazione e l’ingresso trionfale delle truppe prussiane nella città; la materia prima con cui sono stati realizzati fu ricavato dalla fusione dei pezzi d’artiglieria sottratti al nemico sconfitto.

L’artiglieria dell’esercito avversario è parte della vitalità esterna che viene ad essere conquistata nelle mire espansionistiche della Prussia.
La conquista della vitalità esterna viene attestata non solo a livello figurativo, ma anche dall’impiego della stessa nella sua rappresentazione: il bronzo dei bassorilievi è infatti qualitativamente lo stesso materiale impiegato dalla Prussia per la fabbricazione dei propri cannoni, ma non esattamente la stesso perché sottratto al nemico.
Similimente, i tre blocchi di arenaria originali che compongono il fusto della colonna sono adornati con le bocche da fuoco smantellate dai cannoni degli eserciti sconfitti.

La realizzazione dei bassorilievi e delle decorazioni bronzee della colonna della Vittoria non segue ad una perdita di vitalità originaria, l’estrazione di rame e stagno dalle viscere del suolo del Fatherland -della madrepatria,  procede a partire dalla “vitalità esterna” conquistata.
Le armi del nemico vinto sono infatti trasportate dal campo di battaglia entro i confini dello stato-nazione come nel caso del triumphus, ma anziché essere esibite momentaneamente vengono liquefatte o smantellate, neutralizzate, plasmate e configurate in modo duraturo come parte integrante di un monumento di guerra.

In poche parole, la vitalità esterna viene introiettata nella fase di realizzazione e di erezione della colonna della Vittoria nel cuore dello stato-nazione, Berlino.

MIMIZUKA: NON RICORDARE DALLA BOCCA AL NASO

A Kyoto, nel perimetro del complesso religioso di Høkøji, immediatamente a ovest del Santuario di Tokyouki in memoria di Toyotomi Hideyoshi si trova tutt’oggi un monumento detto Mimizuga (耳塚), letteralmente “montagnola di orecchie”.

Si tratta di una collina di terra ricoperta di erba, alta all’incirca 9 metri, circondata alla base da un muro a secco di forma rettangolare, la cui cima è dominata da una composizione di pietre lavorate.
Il monumento fu progettato come parte integrante di quello che sarebbe diventato, entro all’incirca un anno, il memoriale e santuario di Hideyoshi e venne inaugurato il 28 settembre del 1597, in un tempo in cui la guerra contro la Korea volgeva ancora a favore dei Giappones (d).
Si stima che al suo interno siano stati seppelliti all’incirca 38.000 nasi mutilati (e) alle vittime militari e civili koreane durante la seconda invasione della penisola.

La tradizione militare prevedeva una ricompensa di natura economica per tutti quei guerrieri che avessero presentato le teste mozzate dei nemici uccisi in battaglia al proprio daimyō (大名) (f) come prova del loro operato e del loro valore, come trofei di guerra.

Se nel passato le teste mozze, dopo esser state allineate sul campo di battaglie sarebbero state consegnate in apposite stazioni di raccolta, conteggiate in appositi registri e dunque conservate, in occasione della seconda invasione della Korea, il gran numero dei trofei di guerra implicava un volume ed un peso insostenibile per le capacità di carico delle navi giapponesi.
Il sistema burocratico riuscì a trovare una soluzione capace di tenere insieme la tradizione, i problemi logistici e le esigenze celebrative di un Giappone unito sotto l’egida di Hideyoshi. Venne difatti deciso che si sarebbe proceduto con un seconda mutilazione, dell’appendice nasale o dei padiglioni auricolari; le parti mutilate sarebbero poi conservate e consacrate mettendole sotto sale, quindi impacchettate e spedite in Giappone con un impiego minore di pezzi della flotta, dato il loro ingombro volumetrico e peso minore rispetto a quello delle teste intere da cui erano state rimosse.

Simbolicamente la mutilazione del naso o delle orecchie rinforza la reificazione del cadavere del nemico, quindi del nemico stesso, già messa in atto dalla sua decollazione.
Si tratta di una sequenza di azioni costitutive di una conquista della vitalità esterna, operate direttamente sul corpo nemico, rimarcando contemporaneamente sia le differenze tra un noi e loro, tra vinto e sconfitto, che riducendo l’intero corpo del nemico ad una parte metonimica.

L’oggetto ottenuto è un’espressione organica della “vitalità esterna”, elemento materiale simbolico introiettato nell’erezione della Mimizuka.

CONCLUSIONI

Nei casi in analisi, la costruzione di un monumento di guerra è guidata da una progettualità differente sull’asse della temporalità: si parla infatti di tempo e spazio ben delimitati sia per il tropaion, a conclusione della battaglia nel luogo in cui si è svolta, che per il triumphus, la cerimonia pubblica nella stato-nazione.

Nel caso dei monumenti di guerra, la rappresentazione o la disposizione della vitalità esterna conquistata s’innerva lungo un arco temporale più esteso ed in uno spazio interno alla stato-nazione.
Nei termini del discorso impostato, i monumenti di guerra si delineano come marcatori spazio-temporali, ossia dotati della capacità di configurare la conquista della vitalità esterna come tassello della memoria, come un evento dal valore di segno nel senso foucaultiano; in altre parole, i monumenti di guerra accordano la conquista della vitalità esterna con l’ordine trascendentale, in modo che possano “[…] dimostrare che le cose sono sempre andate così, che esse attualmente si svolgono allo stesso modo, che tutto ciò si svolgerà permanentemente nella stessa maniera”.

Limitandoci ai monumenti di guerra de die Siegassäule e la Mimizuka, questi devono essere considerati come un’attestazione materiale vistosa e duratura -architettonica- del successo di specifiche mire espansionistiche, dunque come affermazioni immanenti di specifici ordini trascendentali; rispettivamente del II Reich e dell’unità del Giappone.

La concretezza dell’ordine trascendentale che sia die Siegessäule che la Mimizuka rendono immanenti con la loro plasticità si staglia nel tempo come l’ombra lunga che proiettano davanti a sé al loro tramonto.
Se a conclusione del secondo conflitto mondiale la Francia, uscitane vincitrice, espresse la volontà di abbattere la colonna della Vittoria ma l’opposizione delle altre forze alleate fece in modo lo spirito di rivalsa francese si limitasse alla rimozione dei quattro bassorilievi del basamento (g), il destino della Mimizuka non fu molto diverso: anch’esso fu depotenziato una volta decretata la chiusura Santuario in memoria di Hideyoshi per volontà dei suoi successori, suoi nemici (h).

Credo che la conferma che i due monumenti di guerra presi in considerazione debbano essere considerati come attestazione architettonica della conquista della vitalità esterna, quindi affermazione immanenti dell’ordine trascendentale, o viceversa, sia fornita dagli epiteti attribuiti ai personaggi associati alla loro costruzione: a Otto Von Bismarck spetta il titolo di “padre della nazione”, mentre a Toyotomi Hideyoshi quello simile di “secondo più grande unificatore” del Giappone.
Essi infatti, attestando il merito di aver dato vita al II Reich e il Giappone, comprovano il consolidamento dell’ordine sociale, l’aspetto complementare, rivolto verso l’interno, delle mire espansionistiche verso l’esterno.

Laddove la progettazione e realizzazione dei monumenti di guerra include un uso della stessa vitalità esterna è necessario procedere con un’ulteriore specificazione. Con l’edificazione de Die Siegessäule e la Mimizuka la rappresentazione e la disposizione della conquista della vitalità esterna sono simultanee ed hanno luogo da un lato attraverso lo smantellamento o fusione e riconfigurazione del bronzo dell’artiglieria nemica, d’altro con la mutilazione, conservazione e seppellimento di parti dei corpi nemici. La materia inorganica neutralizzata, plasmata e riconfigurata e quella organica mutilata, conservata e seppellita che mostrano un processo metamorfico della vitalità esterna differente dalla semplice rimozione e ricollocazione di rostri navali nel caso della Columna Rostrata C. Duilii. Pulsa flebilmente il sospetto di una tendenza allo sfregio, dileggio, irrisione del nemico e che nel caso della Mimizuka, strizzando l’occhio al concetto di antropoiesi di Francesco Remotti, data la somma risultante dall’addizione delle azioni e delle motivazioni sottostanti alla mutilazione, alla rimozione e alla conservazione di una parte del corpo dell’avversario, potremmo quasi dire “prassi polemikopoietica”.

Per concludere occorre, a mio avviso, riconoscere che per tropaion, tropaeum, triumphus e monumenti di guerra si possa parlare di una somiglianza di famiglia tra forme diverse di materialità della violenza di ritorno, aprendo così la possibilità di riconoscere la materialità come una forza “polemikopoietica”.

NOTE

a) Il primo tipo, il trofeo antropomorfo, prevedeva che le armi e l’armatura sottratte al nemico sconfitto fossero disposte nella stessa posizione in cui erano indossate, con un supporto ligneo, un palo o una croce. Il trofeo a cumulo era invece meno strutturato e consisteva in ammasso indiscriminato di armi dando forma ad una struttura vagamente subconica.
b) Guerra contro l’Austria e un’altra contro la Francia.
c) La sua attuale collocazione è una scelta di un progetto di revisione del piano urbanistico di Berlino portato avanti da Albert Speer, architetto personale del Führer.
d) Il trentennio che va dal 1573 al 1603, il periodo Azuki-Momoyana, vide l’arcipelago giapponese dilaniato da lotte intestine tra diversi stati trasformarsi in uno stato unitario sotto grazie a tre condottieri: Oda Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu.
e) Secondo Cho (1996), il nome originale Hanazuka (鼻塚), “montagnola di nasi” fu modificato poco dopo la consacrazione dell’intero complesso religioso.
f) Trattasi della figura feudale più importante del Giappone tra il X e XIX secolo, seconda solo allo Shogun (将軍)
g) I bassorilievi vennero restituiti solo nel 1987 dal Presidente della Repubblica Francese François Mitterand per la celebrazione dei 750esimo anno dalla fondazione di Berlino.
h) L’accesso venne riaperto nel 1897, a 300 anni dall’inaugurazione della Mimizuga. Episodio che getta ulteriore luce su quanto detto, in quanto avvenuto nel contesto della restaurazione Meji.

BIBLIOGRAFIA

AA.VV. (1937). Trofeo in “Enciclopedia Treccani“ (http://www.treccani.it/enciclopedia/trofeo_%28Enciclopedia-Italiana%29/) 4 marzo 2018.

Bloch, M. (2005). Da preda a cacciatore: la politica dell’esperienza religiosa. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Dalla Vigna, P. (cur.). (2014). Foucault: Potere e strategie. Milano-Udine: Mimesis Edizioni.

Hawley, S. (2014). The Imjin War: Japan’s Sixteenth-Century Invasion of Korea and Attempt to Conquer China. (n.d). Conquistador Press.

Kristof, Nicholas D. (September 14, 1997). “Japan, Korea and 1597: A Year That Lives in Infamy”. The New York Times. New York.

(n.d) Victory Column in “Attractions & Sights” (https://www.berlin.de,) 1 marzo 2018.

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