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Traiettorie del corpo: violenza sul confine tra Messico e USA

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Traiettorie del corpo: un’etnografia visuale di Jason De León e Michael Wells

 

«Si Dios quiere, voy a pasar»1J. De León, M. Wells, The Land of Open Graves, Living and dying in the migrant trail, University of California Press, 2015, versione pdf, p.2

Cosa c’entra un maiale con la violenza che travolge la vita di chi prova ad oltrepassare il confine tra Messico e Stati Uniti? Il collegamento lo troviamo nell’Undocumented Migration Project dell’antropologo Jason De León, il quale si propose di utilizzare l’archeologia per studiare gli aspetti tecnologici ed economici della vita dei migranti durante il viaggio per l’attraversamento illegale della barriera fisica e politica tra i due paesi2Ivi, p.11.

Per cinque anni a partire dal 2009, De León ha condotto la propria ricerca sul campo e in particolare sulla cosiddetta linea tra Arizona e Messico, raccogliendo materiale visuale grazie alla collaborazione con il fotografo Michael Wells e intervistando e vivendo a stretto contatto con i migranti centroamericani; questi ultimi avevano alle spalle già uno o più tentativi di attraversare il deserto di Sonora e oltrepassare quindi il confine con l’America, tuttavia erano stati rispediti in Messico dalla polizia di frontiera americana, la Border Patrol, dopo essere stati arrestati in quanto undocumented migrants.

 

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Jason De León

Chi parte per gli Stati Uniti deve attraversare il deserto; è un migrante spedito in USA dalla miseria del proprio paese, ma che spesso non giunge al destinatario e raramente ritorna da vivo o viene rimandato da morto al mittente, poiché spesso il corpo non viene neppure ritrovato.

 

L’esperimento del corpo: il migrante ed il maiale

«How does the desert operationalize?»3 Ivi, pp.71-72: questa è la domanda che De León si pone e a cui vuole rispondere scoprendo cosa accade al corpo di chi prova ad affrontare la barriera ma viene inghiottito dalla ferocia del “collettivo ibrido” prima ancora di arrivare.

Teorizzato da M. Callon e J. Law, l’hybrid collectif4Ivi, p.39, riferimento a M. Callon, J. Law, “Agency and the Hybrid Collectif.”, South Atlantic Quarterly, 94(2): 481– 507, 1995 è un’entità astratta nel nome ma concreta nell’azione: è umano e non-umano, essere vivente e vegetale, un insieme eterogeneo di agenti che interviene sulle vite dei migranti, decreta la loro morte, deteriora i loro corpi.

Il collettivo ibrido è l’insieme combinato e letale di atti di violenza politica, o meglio necropolitica, indifferenza, gerarchie economiche, scavenging animals, ma anche di elementi apparentemente inattivi come il deserto e le sue estreme temperature.

Tuttavia, nel lungo cammino migratorio towards north, questi ultimi acquisiscono un forte potere di agency, rendendo molto difficile il viaggio dei migranti. Questo è un esempio di quella che l’antropologo chiama necroviolenza, ossia:

violence performed and produced through the specific treatment of corpses that is perceived to be offensive, sacrilegious, or inhumane by the perpetrator, the victim (and her or his cultural group), or both5Ivi, p.69.

L’esperimento messo in atto da De León aveva l’obiettivo di studiare la necroviolenza nel deserto di Sonora, osservando la rapidità del processo di decomposizione di un corpo e documentando l’impatto che gli agenti del collettivo ibrido hanno su di esso.6Ivi, p.63

Di conseguenza, la scelta del tipo di animale per questa ricerca è stata dovuta a fattori come «fat distribution, degree of hair, torso size, and internal anatomy»7 Ibidem, i quali rendono il maiale l’essere vivente più simile all’uomo da un punto di vista anatomico-strutturale.

 

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J. De León, M. Wells, The Land of Open Graves, Living and dying in the migrant trail, p.65

Nel 2013, dopo aver commissionato il sacrificio di due maiali, di cui uno riportato nella foto, l’antropologo procedette con l’esperimento riproducendo nella maniera più fedele possibile la realtà della morte di un migrante, in questo caso di una donna.

L’animale nell’immagine venne vestito con indumenti intimi, jeans, una T-shirt e delle scarpe da tennis e in una tasca furono inseriti un portafoglio e altri oggetti personali; affianco al corpo vennero lasciati uno zaino e una bottiglia d’acqua8Ivi, p.66, dopodiché il cadavere fu deposto all’ombra di un albero allo stesso modo in cui può facilmente rinvenirsi il corpo di un migrante nel deserto, rifugiatosi dai raggi del sole per riposare o per attendere un aiuto.

Gli avvoltoi, attirati dall’odore del corpo giunto al giusto stato di decomposizione, attaccarono l’animale dopo cinque giorni dall’inizio dell’esperimento10 e nell’arco di un paio di settimane di esso non rimaneva altro che la struttura scheletrica.

 

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J. De León, M. Wells, The Land of Open Graves, Living and dying in the migrant trail, p.77

Gli uccelli e gli insetti avevano mangiato, strappato, lacerato, consumato la carne, la pelle e le viscere del male, e gli oggetti personali e i brandelli di vestiti giacevano qualche decina di metri più lontano. Come scrive De León,

the piles of defleshed bones and ripped migrant clothes found over the past fifteen years make it clear that this scene has happened, and continues to happen, to the bodies of mothers, fathers, daughters, and husbands who have died while crossing the desert. The feeding rages on9 Ivi, pp.77-78.

 

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Prevention Through Deterrence: la violenza strutturale

Ciò che avviene sul confine Messico – Stati Uniti non è un dramma nato dalla sprovvedutezza dei Latinos che intraprendono un viaggio estremamente pericoloso senza prendere le giuste precauzioni.

La terra delle tombe aperte, come la chiama De León, è il risultato architettato del piano anti-immigrazione messo in atto dagli Stati Uniti a partire dal 1994; esso viene chiamato Prevention Through Deterrence (PTD) e l’autore del libro lo descrive come «a strategy that largely relies on rugged and desolate terrain to impede the flow of people from the south»10Ivi, p.5.

Il PTD è difatti una strategia federale di cui non è mai stato apertamente descritto il ruolo, a cui l’antropologo fa riferimento come a una «killing machine that simultaneously uses and hides behind the viciousness of the Sonoran Desert»11Ivi, pp.3-4; «no public record explicitly states that a goal of PTD is to kill border crossers in an attempt to deter other would-be migrants»12Ivi, p.34.

Esso costringe infatti i migranti ad attraversare l’ostacolo naturale del deserto di Sonora pur di raggiungere – illegalmente – gli Stati Uniti, affidandosi ai coyotes (contrabbandieri) che promettono di scortarli dall’altra parte della barriera, lunga circa 3000 km, per somme di denaro che possono superare i 20.000 dollari13Ivi, p.235.

Difatti, come scrive De León,

in 1994, the federal government clearly appreciated that people could be funneled over “hostile terrain” where law enforcement had “tactical advantage”14Ivi, p.36.

Prevention Through Deterrence nacque come evoluzione del programma Operation Blockade, ideato dal politico Silvestre Reyes e avviato in El Paso, Texas, nel 1993, che inizialmente riconosceva esplicitamente che il pericolo costituito dal deserto potesse essere sfruttato strategicamente a favore della guerra antiimmigrazione, ma che poi descrisse il piano come una progetto che, sfortunatamente e inaspettatamente, spingeva i migranti a rischiare le loro vite nel deserto15ibidem.

L’immagine di un corpo tumefatto è uno degli strumenti di cui l’America si serve per bloccare il passo all’immigrazione: è un avvertimento appositamente lasciato sul campo affinché possa scongiurare la partenza di altre migliaia di persone in fuga dalla miseria economica della vita sudamericana e spinte a migrare per inseguire il sogno americano.

La Border Patrol, difatti, sa esattamente dove i migranti si trovano, quale percorso fanno, dove giacciono i corpi dei più deboli che sono stati lasciati indietro, condannati inevitabilmente ad una morte lenta e atroce nel cuore del deserto.

 

 

Eppure la migra16Termine del gergo messicano per riferirsi alla polizia. interviene soltanto lungo la linea, arrestando o uccidendo i trasgressori della legge anti-immigrazione, perché, in quanto illegali, i migranti perdono automaticamente i loro diritti17 Ivi, p.68, riferimento a K. L. Hernández, Migra! A History of the U.S. Border Patrol, Berkeley: University of California Press, 2010; J. McC. Heyman, “Trust, Privilege, and Discretion in the Governance of the US Borderlands”, Canadian Journal of Law and Society 24(3): 367–390, 2009; ACLU (American Civil Liberties Union), “Customs and Border Protection’s (CBP’s) 100-Mile Rule.” www.aclu.org/sites/default/files/assets/14_9_15_cbp_100- mile_rule_final.pdf, 2014; J. De León, C. Gokee, A. Schubert, “‘By the Time I Get to Arizona’: Citizenship, Materiality, and Contested Identities along the U.S.-Mexico Border”, Anthropological Quarterly 88(2):445–480, 2015. e sono «killable in the eyes of the state»18Ibidem.

Il problema è, secondo De León, che il governo federale considera quella dei migranti come bare life, ovvero «individuals whose deaths are of little consequence»19Ivi, p.64.

La polizia di frontiera lascia che i corpi vadano incontro al proprio destino, monitorando i flussi migratori dagli schermi che riportano le immagini raccolte dalle telecamere a infrarossi che ispezionano il deserto alla ricerca di viaggiatori illegali troppo vicini alla frontiera20Ivi, p.60: i processi di decomposizione dei corpi di questi migranti, apparentemente di origine naturale, sono in realtà i risultati delle azioni politiche che rispecchiano il valore attribuito dallo Stato americano alle vite e alle morti degli undocumented migrants21Ivi, p.72.

 

La distruzione di un corpo

«We need to know something»22Ivi, p.268

Come sostiene De León, la distruzione completa di un corpo è la più complessa e durevole forma di necroviolenza; non poter disporre del cadavere impedisce una degna quanto importante sepoltura e la disintegrazione del corpo può eliminare le tracce di una eventuale violenza23Ivi, p.71.

In questo modo, i familiari della persona scomparsa non hanno sufficienti prove della sua morte, necessarie per accettarla ed iniziare ad elaborare il lutto e fornire delle risposte plausibili alla miriade di domande che inevitabilmente sorgono all’avvenire di un tale dramma.

 

 

L’incertezza che quella persona possa essere viva o morta ha effetti traumatici a lungo termine e congela l’elaborazione del lutto da parte di amici e familiari, i quali entrano in quella che la psicologa Pauline Boss chiama “perdita ambigua”24Ibidem.

Inoltre, l’assenza del corpo,

stunts the development of the social relationships that the living need in order to “make sense of the life and death of the deceased” and negotiate (and renegotiate) the positions of the dead inside the living community25Ibidem, riferimento a Z. Crossland, “Buried Lives: Forensic Archaeology and the Disappeared in Argentina”, Archaeological Dialogues, 72: 146–159, 2000.

Il 2 luglio 2012, De León portò i suoi studenti lungo un cammino nel deserto in Arizona per mostrare loro cosa restasse delle tracce cancellate della migrazione in uno dei luoghi di stazionamento dei migranti, ormai ripulito26Ivi, p.208.

Durante l’ispezione del sito il gruppo trovò il corpo di una donna disteso a faccia in giù sulla sabbia; nonostante fosse contrariato dai propri sentimenti e dalla consapevolezza delle critiche che avrebbe ricevuto dopo la pubblicazione del libro e delle immagini, l’antropologo scattò delle fotografie della donna per documentare la scena27Ivi, p.210, consapevole che

I cannot control the life of these pictures or the meanings that viewers will attach to them. My only hope is that these images can stand as undeniable material evidence that a woman died at N31˚ 44′55″, W111˚ 12′ 24″ and that witnesses saw her corpse in “flesh and blood”28Ibidem.

Il cadavere, deturpato e privo di documenti ed effetti personali, fu identificato tramite le impronte digitali che la polizia ottenne dalla reidratazione delle mani, rimosse dal corpo per essere portate via ed esaminate: era di Maricela, una trentunenne ecuadoriana che aveva intrapreso el camino senza riuscire a portarlo a termine, essendo rimasta indietro rispetto al gruppo con cui viaggiava a causa di una caviglia slogata ed essendo di conseguenza morta in solitudine nel deserto di Sonora.

Leggi anche:  Migrazioni: domande e risposte

 

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J. De León, M. Wells, The Land of Open Graves, Living and dying in the migrant trail, p.211

De León contattò i familiari della donna e, su loro richiesta, mostrò loro le fotografie che aveva scattato al corpo di Maricela disteso nel deserto; per i cattolici in particolare, scrive l’antropologo, vedere il corpo è l’elemento chiave del lutto in quanto è ciò che rende reale la morte29 Ivi, p.253, riferimento a D. P. Sandell, “Where Mourning Takes Them: Migrants, Borders, and an Alternative Reality” Journal of the Society for Psychological Anthropology 38(2): 179–204, 2010, p.196, ma allo stesso tempo la brutalità delle condizioni in cui talvolta versa il cadavere può ledere le menti delle persone al punto tale da comprometterne la completa elaborazione del lutto30Ibidem.

 

Immagini di un corpo: conclusione

«Why would anyone want to see their loved one lying dead in the desert?»31Ivi, p.254.

Questa fu la domanda che De León si pose e alla quale riuscì a rispondere solo capendo quanto le immagini di Maricela fossero importanti per i suoi familiari:

I finally began to understand the importance of these images to the family. They needed to see her in the moment of death. They needed a visual of her to replace the one burned into their minds after they opened the coffin. They needed a way to make the desert violence visible, which might somehow make it more intelligible32Ivi, p.258.

De León, grazie in particolare alla collaborazione con il fotografo Wells, si è servito del crudo e potentissimo strumento della fotografia, e in particolare dell’etnografia visuale, per documentare ciò che il nero su bianco non sempre riesce a trasmettere in maniera così spietatamente reale, permettendo alla famiglia della vittima di lasciar infrangersi la speranza che Maricela fosse «still out there hiding in the desert»33Ivi, p.257.

 

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The Land of Open Graves e le sue decine di fotografie ci permettono di entrare, anche se da lontano, nel mondo della migrazione clandestina lungo il confine tra Messico e Stati Uniti, leggendo il fenomeno da un punto di vista macro e allo stesso tempo dalla prospettiva intima della vita delle persone che l’antropologo ha incontrato negli shelter e lungo la linea.

De León ha dato volti, nomi e personalità agli undocumented migrants, ha messo a nudo la politica federale americana nei confronti dei clandestini centro-americani, ha visto con i propri occhi i segni lasciati dall’hybrid collectif sui corpi di uomini, donne e ragazzi e ha puntato un faro di dimostrazione e di denuncia sugli aspetti meno noti di questo fenomeno migratorio, che ci permettere oggi di conoscerli e di riconoscerli come l’apice della violenza strutturale radicata nel piano anti-immigrazione americano chiamato Prevention Through Deterrence.

 

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Bibliografia:

  • Callon, M., Law, J., 1995, “Agency and the Hybrid Collectif.”, South Atlantic Quarterly, 94(2): 481–507;
  • Crossland, Z., 2000, “Buried Lives: Forensic Archaeology and the Disappeared in Argentina”,
    Archaeological Dialogues, 72: 146–159;
  • De León, J., Wells, M., 2015, The Land of Open Graves, Living and dying in the migrant trail, University
    of California Press