Tradizioni e credenze non dimenticate nel mondo irlandese

NOTA SULL’IMMAGINE IN COPERTINA: Ho scelto questa immagine perché si tratta di uno dei simboli del folklore irlandese, e vorrei spiegare in due righe di chi si tratta. È la banshee (da bean, “woman”, e sí, “fairy mound”, quindi una “fairy woman”), che viene in genere dipinta in lutto, a piangere, mentre si pettina i lunghi capelli. Il suo pianto, simile ad un grido, veniva interpretato come un presagio funesto che preannunciava la morte immediata di qualcuno, o un lamento che piangeva qualcuno recentemente defunto. Sono molte le leggende che raccontano storie legate a questo personaggio.

 

L’essere umano, in tutte le epoche storiche e in tutti gli angoli della Terra, è sempre stato alla ricerca di un qualcosa invisibile agli occhi, di un qualcosa a cui credere e a cui dedicare parte delle proprie attività quotidiane e una buona parte del proprio pensiero e del proprio spirito.
Una differenza che si può riscontrare tra diverse tradizioni, religioni e stili di pensiero, è il livello di tolleranza e di adattabilità nel momento dell’incontro con altri tipi di credenze. Se prendiamo il cristianesimo, ad esempio, il quale viene definito come religione generalmente intollerante, esso mira maggiormente alla conversione del diverso; ci sono altre tradizioni invece che si trovano a subire la presenza di un dominatore, e che vi si adattano di conseguenza in modo da non scomparire, mimetizzandosi nell’altrui credenza e assumendone alcune caratteristiche, senza però perdere i propri principi fondamentali.
In questo articolo mi concentrerò brevemente su alcune credenze e tradizioni che sono resistite in Irlanda, nonostante la forte presenza del cristianesimo a partire da circa il V secolo, con il quale sono riuscite a convivere. Attraverso lo story-telling, il maggiore metodo di trasmissione fino al secolo scorso, si è sempre mantenuta viva la credenza nelle cosiddette “fairies”, “the other crowd” (na púcaí), “the good people” (na sídh), “the people of the hills” (bunadh na gcnoc), “the old people” (an seanbhunadh) o in qualsiasi altro modo possano essere chiamate, e in divinità pagane che hanno assunto poi la forma di santi cristiani.

Nella struttura ciclica dell’anno pagano (che ho brevemente analizzato nel precedente articolo), vi sono in particolare due periodi in cui si pensava che la soglia tra questo mondo e l’ “altro” si assottigliasse e rendesse in questo modo possibile un contatto tra i due, e sono Bealtaine e Samhain.
Ci sono moltissime testimonianze riguardo queste “fairies”, e specialmente fino al secolo scorso nelle campagne, quando l’elettricità non era stata introdotta ovunque, e lo story-telling era il principale veicolo di trasmissione, vi si credeva fermamente. Adesso queste credenze sono spesso relegate ad un passato ormai distante, e agli occhi di molti appaiono ridicole superstizioni. Eppure, ci sono ancora persone che tramandano queste storie.
«Did the stories keep belief alive or belief the story?» (Ó hEochaidh, 1977: 22).

Manterrò la dicitura inglese “fairies” per non confonderla con l’italiano “fate”: le fairies sono infatti creature di bassa statura simili in tutto e per tutto agli umani, appartenenti però all’ “altro mondo”.

Un cambiamento nelle tradizioni, un cambiamento dell’essere umano

 

 

Foto di Elrenia Greenleaf.

 

 

C’è un detto molto famoso in Irlanda: “With the turning on of the lights, all the fairies disappeared“. Si pensa infatti che dal momento in cui l’elettricità iniziò ad illuminare le case, ciò che si poteva, metaforicamente e letteralmente, vedere al buio, sparì, portando ad una disillusione delle credenze che facevano parte del patrimonio locale. Altre priorità hanno preso il sopravvento, così come altri mezzi di informazione e intrattenimento, per l’appunto la televisione ha preso il posto degli story-tellers.
Durante un’intervista che ho avuto con uno story-teller di County Clare (uno seanchaí, che si occupa dunque della trasmissione di storie relative alle credenze popolari e locali, di proverbi e di leggende), mi è stato fatto notare come il detto appena menzionato sia in parte fuorviante, per il fatto che relega meramente alle novità dell’epoca contemporanea la responsabilità della perdita di gran parte delle tradizioni locali, mentre invece i cambiamenti che maggiormente hanno influito sulla loro scomparsa si dovrebbero trovare nelle persone:

«[…] It’s very commonly said that with the coming of electricity, all the fairies disappeared, and all of these old, old beliefs disappeared, ghosts disappeared. I don’t believe that, and I’ve always said that’s not true. It’s we, it’s we who are changed, in our attitudes» (Intervista condotta il 9 aprile 2016 a Ennis).

 

Storie e tradizioni che persistono

«Forths, they call the rings of trees, and Peter Flanagan will tell you that Irish people lived there in the days of the Viking invasions, but now the forths are fairy places. […] Like human beings, fairies have a culture, “a way of going on”, and tales teach it is best to avoid them. […] Some believe. […] Others do not believe, and they mock those who do, but the forths are left alone to become circular preserves, spots of wilderness on the tamed land. “People would only laugh at you, but it was true. You may go into a forth, but take nothin out of it. That’s their place, do ye see» (Glassie, 2006: 21).

 

 

Fairy Fort. Foto di Cyril-Helnwein.

 

 

Si tratta di un’ottima descrizione di un “fairy fort”, particolari formazioni di alberi e vegetazione che sorgono nella brughiera irlandese, in cui si credeva che abitassero le “fairies”. Molte superstizioni erano legate a questi “fairy forts”, e si credeva che non si potesse assolutamente prendere qualcosa da lì (nemmeno spezzare un ramo): ci sono molte persone che ancora oggi non si avvicinano.
«Where the stories survive, who would dare say that vestiges of belief do not also persist?» (Ó hEochaidh, 1977: 20). Si può cogliere la vaghezza di questa presenza, di questa credenza che già dal secolo scorso sembrava essere sempre meno presente, in una famosa affermazione di una donna di Connemara, che mi è stata riportata durante l’intervista ad uno story-teller, la quale alla domanda che le venne posta se credesse o meno nelle “fairies”, rispose: “I don’t! But they are there!”.

Come tutte le tradizioni, si tratta di una questione di prospettiva. Durante una lezione che tenne all’università di Cork, lo seanchaí di County Clare prima menzionato disse una frase che mi rimase molto impressa: “If you don’t believe the fairies, you can’t believe in God”: le credenze che riguardano il sovrannaturale sono talmente poco verificabili, e talmente tanto appartenenti ad una cultura, che non bisognerebbe giudicare riguardo la veridicità o meno di una credenza rispetto ad un’altra. Ognuno può cercare qualcosa che si trova “al di là”, per dare una spiegazione ad eventi altrimenti inspiegabili, per giustificare dolori immensi e improvvisi. In Irlanda ad esempio, una credenza molto comune era il “changeling”, che riguardava la nascita di bambini malati o con malformazioni: si giustificava l’evento credendo che le “fairies” avessero fatto, appunto, uno scambio, per cui il bambino umano sarebbe stato rapito, e al suo posto sarebbe stata messa una “fairy”. Un altro esempio si trova nel caso di isterie e di malattie mentali, per cui si usava dire: “He’s away with the fairies”. Oppure servivano anche per spiegare morti violente e inaspettate, per cui «[…] a normal Christian death is regarded as assuring entry to the Christian world, but where certain abnormal deaths are concerned, the pagan concepts tend to persist» (Ó hEochaidh, 1977: 21).

 

 

tradizioni
Esempio di “changeling”.

Perché si trovano ancora gli story-tellers?

 

 

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Esempio di story-telling ai giorni nostri. Liz Weir è una delle story-tellers più conosciute in Irlanda.

 

 

Nonostante i cambiamenti prima menzionati, ci sono ancora persone che tramandano le storie che conoscono, e che si considerano “story-tellers”, contribuendo in questo modo a mantenere in vita credenze facilmente perdibili. Quando si parla di story-telling nell’epoca contemporanea, non bisogna pensare a qualcosa di meramente legato al passato, trattandosi piuttosto di un qualcosa che avviene nei contesti più diversi, dal pub, alla biblioteca, al festival. Sono svariati e personali i motivi che possono spingere una persona a continuare questa trasmissione, e in quest’ultimo paragrafo vorrei riportare alcune delle motivazioni che gli story-tellers da me intervistati mi hanno riportato.
Se prendiamo come primo esempio lo seanchaí di County Clare che si occupava di raccogliere il materiale riguardante le tradizioni locali, per poi trasmetterlo nel momento in cui da studioso di folklore si trasformava in story-teller, leggiamo:

«[…] And it’s only when you hear stories like that, stories that still live in people’s mind, that haven’t forgotten, three, four, centuries later, that you begin to realize that stories are important. They weren’t written down, they’re not documents, but in people’s minds, that’s where the documents are. I tell you, they were, they were poor people’s only means of keeping history alive. And that’s the reason why I have been collecting stories for so long, because… To preserve. […] I still keep doing it and the proof I think, the proof that it has been worth it is, I have a house full of recordings now, of people, I think, who had a great knowledge, but they’re all dead. They’re all dead. But they’re not! Because their recordings are there, so they aren’t dead, they aren’t dead» (Intervista condotta il 9 aprile 2016 a Ennis).

Oltre al ricordare, al tramandare la memoria di persone che non avrebbero la possibilità di essere ricordate in altro modo, c’è anche il fatto che lo story-telling è un’attività che mira a creare una comunità, unisce un gruppo di persone creando un’occasione per ascoltare ed essere ascoltati. Come ha detto lo seanchaí  di Dublino, «it’s real people you’re just connecting to. It’s all about connecting people» (Intervista condotta a Dublino il 14 luglio 2016 allo stor-teller Seosamh Ó Maolalaí).
Tra altri motivi importanti riportati vi sono naturalmente il ruolo educativo delle storie e il semplice piacere che, come qualsiasi altra forma artistica, possono trasmettere a che le racconta e a chi le ascolta. Uno scealaí di Cork, alla domanda del perché raccontasse storie, mi rispose:

«Oh, I just enjoy it. I enjoy it, I love it. And the minute I’ll stop enjoying it, I’ll stop. […]
It’s entertaining, it’s entertainment… Ehm, it’s a link with the past, like we know what went before us, and… But it’s just, it’s just like music, it’s like music, it’s an art form, it’s enjoyable, and it should be kept going, it would be a shame to get lost. And I can’t see it lost» 
(Intervista a Pat Speight, condotta il 16 luglio 2016 a Cork).

Le storie sono anche state poeticamente considerate come «literature of escape» (Ó Duilearga, 1945: 24), nel senso che possono essere luoghi in cui rifugiarsi, in cui dimenticare temporaneamente le proprie difficoltà per perdersi in una realtà altra. Séamus Ó Duilearga ci racconta di un anziano story-teller che, alla domanda sul perché raccontasse storie, rispose: «A chur seachad mo mhukaid» (Ó Duilearga, 1945: 24), perché lo aiutava a dimenticarsi dei suoi dolori. Per questo ritengo che questa realtà spesso sottovalutata e consegnata a un passato ormai scomparso, non sia poi così distante da noi nel momento in cui leggiamo un libro, andiamo al cinema o cerchiamo una consolazione che altre persone ci possono dare con le loro storie.
Si tratta della solitudine che stiamo sperimentando in un mondo contemporaneo in cui, sebbene i tempi per raggiungere ciò che vogliamo si siano dimezzati, continuiamo a “non avere tempo”. Soprattutto quando si tratta delle altre persone, non c’è più tempo di dedicarsi ad esse per ascoltarle. Sentendoci sempre più soli, e non trovando qualcuno disposto ad ascoltarci, troviamo consolazione nelle storie, che possono essere di qualsiasi tipo e si possono presentare in qualsiasi forma.

«”Johnny, I suppose you find it hard to sleep at night?”
“I do, indeed”, he said, “and sometimes I’m lonely, and when I have said my prayers, I tell the old stories to myself, and it helps to pass the night for me!” […] It was a lonely place now, and he was lonely too, but he found consolation in his prayers and in the exotic company of the heroes of his long Irish wonder-tales»
(Ó Duilearga, in Dundes (a cura di), 1999: 173).

Nel precedente articolo riguardante lo story-telling, avevo concluso dicendo che le storie hanno generalmente come finalità quella di restaurare un ordine che si fa fatica a trovare nel mondo reale. Per questo, come indice del loro carattere universale, si può concludere evidenziando questo punto, facendo parlare lo seanchaí di County Clare.

«And I think what that shows is that a story can bring some order out of chaos. […] A story makes a sequence, some kind of a sequence of happenings, that’s the very nature of a story […] which suggests a beginning, at least… An end, some kind of a sequence. Well, when you have a sequence you can look back […], that lead to this, to this, to this, and maybe out into a future. Well, you have that anyway, you have some kind of balance and balance… And you can see that’s well… Maybe there’s hope for the future. Even though things are bad now, maybe things will get better, so a story is a necessary thing, because history is a story, time is a story, moving from past to present to future […]» (Intervista condotta il 9 aprile 2016 a Ennis).

 

 

Bibliografia:

  • Danaher K., 1967, In Ireland Long Ago, Cork, Mercier Press.
  • Glassie H., 2006, The stars of Ballymenone, Bloomington, Indiana University Press.
  • Ó Duilearga S., 1999, Irish Tales and Story-Tellers, in Dundes A. (a cura di), International Folkloristics. Classic Contributions by the Founders of Folklore, United States of America, Rowman & Littlefield.
  • Ó Duilearga S., 1945, The Gaelic Story-Teller. With some notes on Gaelic folk-tales, London, British Academy.
  • Ó hEochaidh S., 1977, Síscéalta Ó Thír Chonnail (Fairy Legends from Donegal), in Ó Catháin (a cura di), Dublin, Comhairle Bhéaloideas Éireann.

 

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