fbpx

Testimonianze etnografiche del mondo classico: Erodoto

Questa è l’esposizione delle ricerche di Erodoto di Alicarnasso, perché gli eventi umani non svaniscano con il tempo e le imprese grandi e meravigliose, compiute sia dai Greci che dai barbari, non restino senza fama; in particolare, per quale causa essi si fecero la guerra. Erodoto

The World according to Herodotus

Il motivo proemiale dell’opera omonima, le Storie (titolo originale Ἱστορίαι) di Erodoto di Alicarnasso, saranno classificate, nella storia della letteratura Occidentale, come il primo trattato organico di storiografia ed etnografia giunti sino a noi. La dichiarazione d’intenti dell’autore è chiara sin da subito: raccontare le vicende umane dei vari popoli, la loro conformazione culturale, le loro tradizioni, la loro liturgia e i loro istinti bellicosi buttando un occhio di riguardo sul “miracolo Ateniese”, vincitrice delle guerre Persiane.

La scorsa volta abbiamo analizzato l’opera etnografica (Il Cornelii Tacitii et situ Germanorum) di Tacito e dell’enorme importanza che rivestì come giustificazione culturale alle continue invasioni da parte di Roma dei territori Germanici. Se Tacito fu, a tratti, con un occhio di parte, per screditare e attaccare velatamente le alte cariche governative e la corruzione dei costumi, Erodoto si dimostrerà subito imparziale nella scelta degli argomenti trattati. Durante i suoi lunghi viaggi in giro per il mondo conosciuto darà prova di grande maestria nell’esposizione ed elaborazione di concetti fondamentali per la nascita della storiografia ed etnografia occidentale. Vista l’immensità dell’opera(nove libri totali) discuteremo soltanto di alcune vicende presenti nel secondo e quarto libro; più precisamente dei riti funebri presso Egizi ed Issedoni.

Le Storie di Erodoto di Alicarnasso vennero composte tra il 440 e il 429 a.C (vi è ancora un aspro dibattito sulla posizione corretta delle date) durante l’esplorazione del mondo allora conosciuto. Dall’ Egitto alla Persia, dalla Grecia alla Scizia. Così come per Tacito, anche per Erodoto sorgono dilemmi sulla questione delle fonti. Da chi ha attinto o preso ispirazione per i suoi commentari? Fortunatamente Die Fragmente der griechischen Historiker di Felix Jacoby, filologo e grecista Tedesco del XX secolo, ci giunge in soccorso elaborando una teoria importante per l’epoca. Jacoby essenzialmente elaborerà la teoria secondo la quale i commentari di Erodoto furono ispirati dallo storico e logografo greco Ecateo di Mileto; Jacoby ipotizzerà che:

Erodoto avrebbe dato inizio alla sua attività, ricollegandosi ai logografi, in particolare ad Ecateo di Mileto; avrebbe così voluto descrivere varie regioni del mondo abitato. (Jacoby:2a)

L’opera in sé, come sosterrà lo stesso Jacoby, avrà dei rimaneggiamenti dello stesso Erodoto(probabilmente per ragioni politiche), ma ciò che a noi importa è quando l’autore affermerà che:

Le sezioni etnografiche,permangono nei nove libri, sono dei residui dell’opera originale. (Jacoby:2b)

Dobbiamo tenere sempre a mente però che le sezioni etnografiche (fondamentali per importanza storica) sono solo una minima parte dell’opera tutta; come affermerà lo stesso Gaetano de Sanctis in Storia dei Greci vol. 2 , rivedendo la tesi di Jacoby, elaborando una fase intermedia tra composizione e revisione finale affermerà che:

Decise di modificare l’opera, trasformandola in una serie di cronache delle lotte tra Greci e barbari, in cui le porzioni etnografiche erano solo delle digressioni.

Queste testimonianze di autori passati devono fungere da lasciapassare per un’analisi corretta delle fonti etnografiche a noi giunte, mantenendo però sempre un atteggiamento critico nei confronti di Erodoto stesso che sì, viaggiò per il mondo conosciuto, fece esperienza diretta di culti e tradizioni, intervistò commercianti e sacerdoti, profilando così una ricerca ante litteram, ma dobbiamo sempre tenere a mente come le parole possono essere modificate o mal interpretate. Ciò comunque rende Erodoto non solo il Pater Historiae secondo Cicerone, ma soprattutto il primo sperimentatore del genere etnografico in forma organica.

Addentrandoci nel vivo della ricerca passiamo in rassegna il secondo libro delle storie che avrà come punto focale la storia del popolo egizio; dei suoi costumi, delle sue tradizione funebri, della medicina e degli animali sacri. Scorrendo le primissime pagine dove Erodoto riporta la vicenda del regno di Cambise II, figlio successore di Ciro il Grande, l’autore intervistando ed in particolar modo parlando con il sacerdote di Ammone avrà una visione organica (prima di farne esperienza diretta) del culto e dell’osservanza funebre.

«Le loro lamentazioni funebri e le sepolture sono le seguenti: a coloro cui si diparta da casa un congiunto, che goda anche una certa considerazione, tutte le donne di queste case sogliono imbrattarsi di fango la testa e perfino il volto e , lasciato in casa il morto, aggirandosi per la città si percuotono, in vesti succinte e scoprendosi il seno, e con esse tutte le parenti. Dall’altra parte si percuotono gli uomini, anch’essi in vesti succinte. Dopo aver compiuto questi riti, allora portano la salma all’imbalsamazione.» (Erodoto:347)

Ciò che si profila all’orizzonte per Erodoto sarà la sperimentazione diretta di un rituale estremamente singolare nel mondo egizio: l’imbalsamazione.

 

 

Nella lunga trattazione che ne fa l’autore (ricoprendo i paragrafi 85-86-87-88) gli egizi presentano nel suddetto rituale una tripartizione censitoria; l’imbalsamazione era un diritto di tutti gli individui (sudditi o schiavi), ma la sua pratica e la sua complessità di linguaggio liturgico dipendeva esclusivamente dal censo. A questo proposito Erodoto nel paragrafo 86 dirà:

«Ci sono alcuni che sono addetti proprio a questo ed hanno questo mestiere. Costoro, quando viene portato loro un cadavere, mostrano a quelli che l’hanno portato dei modelli in legno di cadaveri, dipinti, e spiegano che la più accurata forma di imbalsamazione è quella di colui del quale non ritengo lecito fare il nome parlando di tale argomento; mostrano poi la seconda, inferiore a questa e meno costosa, e poi la terza, ancor più a buon mercato: e dopo aver dato queste spiegazioni chiedono loro secondo quale tipo vogliono sia loro preparato il cadavere. Quelli, accordatisi sul prezzo, se ne vanno, ed essi, rimanendo nei loro laboratori, così imbalsamano nel modo più accurato: prima di tutto con un ferro ricurvo attraverso le narici estraggono il cervello, alcune parti estraendole così, altre versando dentro droghe. Quindi con una pietra etiopica aguzza, dopo aver praticato un taglio lungo il fianco, estraggono tutti gli intestini e, dopo averli purificati e lavati con  vino di palma, li lavano di nuovo con aromi pestati. Poi, riempita la cavità del ventre di mirra pura tritata e di cannella e degli altri aromi, tranne l’incenso, lo ricuciono. Fatto questo, lo mettono sotto sale coprendolo con nitro, per settanta giorni; per un numero maggiore di giorni non si può tenerlo sotto sale. Quando sono trascorsi i 70 giorni, lavato il cadavere ne avvolgono tutto il capo con striscie tagliate di un lenzuolo di bisso, spalmandole al di sotto di gomma, che gli egiziani usano generalmente in luogo della colla. Quindi i parenti, dopo averlo ricevuto, fanno fare una bara di legno di figura umana, e fattala  fare vi rinchiudono il cadavere e dopo averla chiusa la depongono in una camera sepolcrale ponendola diritta contro una parete.» (Erodoto:349)

Erodoto continuerà la trattazione del rito funebre nei paragrafi successivi,limitandosi a descrivere ciò che accadeva per i richiedenti di medio e basso censo. La struttura del rituale appare estremamente diversa. Basti pensare a come veniva imbalsamato il corpo di un artigiano o di un contadino, ricalcando sempre meno il valore sacrale del corpo.

La loro era una sorte tutt’altro che gloriosa in quanto saranno immersi soltanto nel sale per i settanta giorni a seguire. Ciò però non mette in discussione l’estrema importanza che aveva il corpo per questa popolazione così antica e meravigliosa. Questa trattazione è di fondamentale importanza per comprendere, agli antipodi, il rituale e le lamentele funebri che si adoperavano presso gli Issedoni, un popolo quasi mitico assieme agli Arimaspi,(famosi per esser uomini con un occhio solo) che però ricoprì un ruolo di primo piano nella terra degli Sciti. L’importanza di questo rituale è dato da un dato fondamentale; l’usanza del cannibalismo.

L’autore tratterà degli Issedoni, presenti nel quarto libro, durante un viaggio di sè medesimo nel nord del mondo allora conosciuto. è bene tenere a mente però che la digressione etnografica del  quarto libro delle Storie è uno dei più problematici. Alle volte le fonti in questione possono facilmente esser messe in discussione in quanto degli Sciti (che all’interno racchiudevano società quali Messageti, Budini, Roxolani, Issedoni e Sarmati) non si hanno moltissime notizie a riguardo.

Essendo stati un popolo nomade, le fonti letterarie da loro prodotte sono quasi nulle ed lo stesso Erodoto, che durante il suo viaggio verso nord, attingerà in breve istanza ad una fonte letteraria (pur prendendone le distanze) ancora oggi messa in discussione: L’Arimaspea di Aristea di Proconneso. Questa fonte, come fa ben notare Eduardo Federico in ErodotoAristea e la terra oltre gli Issedoni. Un’etnografa “estatica” al vaglio dell’historie dichiara che:

Erodoto, fedele alle informazioni che gli provenivano da mercanti scitici da lui incontrati negli emporia del Ponto, che dichiaravano l’assoluta inconoscibilità dell’estremo Nord oltre gli Issedoni, appare particolarmente critico nei confronti dei racconti diffusi da Aristea. 

Aristea di Proconneso sarà la cornice ideale della digressione etnografica del quarto libro che avrà come oggetto di discussione le steppe asiatiche. Pur prendendo le distanze dalla fonte letteraria citata è interessante notare come, lo stesso Erodoto, riporti il testo all’interno della sua opera affinchè funga da strumento di indagine. Pur essendo stata criticata da lui stesso l’Arimaspea raccoglie miti e racconti delle popolazione asiatiche che ci porteranno nella trattazione dei lamenti funebri degli Issedoni.

 

 

Il passo che si citerà or ora sarà di estrema importanza anche per gli studi seguenti perchè riporterà una compagine molto comune presso alcune delle popolazioni delle steppe. Erodoto affermerà che:

«Dicono che gli Issedoni hanno tali usanze funebri. Quando ad un uomo muore il padre, i parenti portano degli animali e sacrificando tagliano gli animali. Dopo che tagliano anche il padre del ricevente, unendo gli animali e l’uomo offrono un banchetto; rendono la testa dell’uomo calva e purificata, la ornano con l’oro e poi la venerano come una statua, portandola nelle cerimonie annuali, il figlio porge tale rito al padre, mentre i Greci li offrono come compleanni. Si dice che anche che gli Issedoni siano saggi in modo diverso.» (Erodoto:669-670)

Secondo l’antropologo Fiorenzo Facchini «su questo popolo e i suoi costumi Erodoto riporta solo le poche notizie che secondo lui sono state divulgate dagli Argippei. Gli Issedoni praticano l’endocannibalismo, perchè mangiano i parenti defunti e ne conservano i crani dopo averli indorati…» (Facchini 2008:172)

Questa pratica, estremamente opposta da quella riportata nel secondo libro, era estremamente criticata dallo stesso Erodoto. Questo perché nelle etnografie antiche (le poche giunte fino a noi) le pratiche funebri e i complessi sistemi parentelari attraverso il matrimonio erano uno strumento di giudizio sul grado di civiltà di una popolazione più o meno organizzata socialmente.

Pur definendoli “giusti” in realtà Erodoto muoverà una critica nei loro confronti definendoli barbari assieme agli Androfagi poichè «hanno tra tutti gli uomini i costumi più feroci, non curano la giustizia né si attengono a nessuna legge.» (Erodoto:743) a differenza dei Budini che «si nutrono esclusivamente di ghiande e vivono a stretto contatto con una colonia di Greci agricoltori.»

Avviandoci verso la conclusione della trattazione possiamo dare un piccolo giudizio di fondo sull’opera in questione: pur essendo una delle tante digressioni sulla cornice delle guerre persiane, la sperimentazione del genere etnografico è del tutto nuova nel V secolo a.C.. Le qualità di “reporter” saranno ben rappresentate attraverso tutte le vicende riportate dall’autore attraverso un linguaggio raffinato ed iconico che riuscirà ad ergersi a modello storiografico ed etnografico nei secoli a venire.

La curiosità del viaggio e della scoperta di usi, costumi, valori e conformazioni sociali che si possono scoprire nel carattere di Erodoto erano del tutto inusuali presso i Greci dell’epoca poiché cosa negativa era dar conto ai barbari al di là dell’Ellade in quanto inferiori sia culturalmente che socialmente, ma fortunatamente la compagine erodotea delle vicende umane sarà un capitolo fondamentale per gli studi di settore che verranno.

 

 

Dal Festival di Pistoia, Dialoghi sull’uomo

 

Altri articoli che ti potrebbero interessare:

Bibliografia:

  • De Sanctis, 1939, Storia dei Greci, 2 voll.,la Nuova Italia, Firenze
  • Facchini, 2008, Popoli della Yurta. Il Kazakhstan tra le origini e la modernità, p.172, Jaca Book
  • Federico, Erodoto, Aristea e la terra oltre gli Issedoni. Un’etnografa “estatica” al vaglio dell’historie, p.9, Mytos vol. 6
  • Parisi, I popoli tra “natura e cultura” nelle Storie di Erodoto, p. 17, Archivio Antropologico Mediterraneo, anno XII-XIII n. 14
  • Jacoby, 1926-1930, Die Fragmente der griechischen Historiker. Teil 2B. Zeitgeschichte, Spezialgeschichten, Autobiographien und Memoiren, Zeittafeln,[nn. 106-261], Berlin, Weidmann
  • Erodoto di Alicarnasso, 440-429 a.C, libro II, parag. 85-86, pp.347-349;
  • Erodoto di Alicarnasso, 440-429 a.C, libro IV,parag. 26, pp.669-670, parag.106 p.74
Facebook Comments
Leggi anche:  Occupare la città: etnografia di una casa occupata - introduzione

Alessio Pacaccio

Attento lettore del mondo antico e del mondo latino americano, cerco di congiungere lo studio antropologico con le varie forme di letteratura; dal teatro tragico di Euripide alle forme mitiche della narrativa di Asturias, attraverso un filo conduttore che resiste nei secoli. "Che bello un uomo quand'è uomo" così diceva Menandro.