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Testimonianze etnografiche del mondo classico

La classicità romana ha conosciuto, nel corso della sua storia, grandissime produzioni letterarie. Dalla vita agreste, alla lirica; dalla prosa alle orazioni, testi a carattere filosofico e produzioni teatrali. Ciò che però ha avuto un peso specifico degno di nota è stata sicuramente la storiografia; da Porcio Catone e Sallustio a Livio, da Tacito a Marcellino.

La storiografia però non fu lasciata sola, ma venne accompagnata dall’etnografia. Sulla falsa riga delle produzioni di Erodoto l’etnografia a Roma non conoscerà grandi testimonianze scritte, ma quelle poche a noi pervenute bastano per ricalcare in modo approfondito non solo il secolo di appartenenza con tutte le sue complicanze socio-culturali, ma in particolar modo la visione e un quadro, bene o male dettagliato, di ciò che Romano non era.

Lingue, costumi, sistemi parentali, leggi, testimonianze scritte o orali. In questo excursus Publio Cornelio Tacito darà prova di grande maestria attraverso una delle poche testimonianze etnografiche della classicità romana: La Germania. Da questa esperienza del passato prenderemo in considerazione alcune questioni: il quadro storico del I secolo dopo Cristo e perché, i capitoli 4,11,18 e 37  a fronte dei 46 capitoli che costituiscono l’intera opera.

 

 

Capitolo 1:

«La Germania nel suo complesso è separata da Galli Rezi e dai Pannoni dal fiume Reno e dal fiume Danubio, dai Sarmati e dai Daci dalla paura reciproca e dai monti; l’Oceano circonda il resto del territorio, che abbraccia vaste penisole e interminabili spazi di isole, conosciuti in tempo recente genti e re, che la guerra rende noti. Il Reno, nato da una cima inaccessibile e scoscesa delle Alpi Retiche, flesso verso Occidente nella sua parte media, si mischia all’Oceano. Il Danubio, scaturito da un giogo del monte Abnobe, di facile e lieve pendenza, va verso un grande numero di popoli, fino a sfociare nel mar Nero in sei foci; la settima è inghiottita dalle paludi.» (Baldi, 2019)

Il Cornelii Taciti de origine et situ Germanorum  è un meraviglioso trattato etnografico scritto attorno al 98 d.C., con usi, costumi, cibi, vestiari, culti, stanziamenti, spostamenti di queste variegate e barbare popolazioni, guardate anche da Tacito con ammirazione per le loro primitive virtù, ormai dai Romani perdute; saranno poi i Germani che, dopo aver imparato dai Romani l’arte della guerra e un po’ di civiltà (soprattutto in materia di diritto che sarà l’arma vincente,nei secoli successivi, di alcuni regni Romano-barbarici), avrebbero determinato il crollo dell’impero, o forse semplicemente lo spostamento del suo centro più a nord. Anche le vicende del terribile XX secolo e dell’Europa d’oggi discendono probabilmente da ciò che inizia in questo libro.

Non dobbiamo commettere però l’errore di considerare questo trattato secondo la terminologia e i metodi odierni di studio etnografico; nell’antichità l’etnografia era si un genere letterario, ma era utilizzata(nel mondo romano in particolare) spesso per giustificare un atto politico-militare (come nel caso del De Bello Gallico di Cesare) o per motivi culturali,come nel nostro caso. Inoltre dobbiamo pensare che la Germania di Tacito non fu scritta completamente di suo pugno; infatti come sostiene il classicista Ronald Syme:

«Tacito potrebbe aver attinto a piene mani, quasi copiato, i perduti Bella Germaniae di Plinio il Vecchio, dato che alcune delle sue informazioni erano ormai superate. Altre fonti di Tacito furono: il De Bello Gallico di Gaio Giulio Cesare, la Geografia di Strabone, Diodoro Siculo, Posidionio e Aufidio Basso e interviste a mercanti e soldati.» (Syme, 1958).

Ciò che importa però è che il testo in questione sarà, culturalmente parlando, fondativo per ciò che riguarderà l’identità tedesca come popolo e come soggetto politico. Entrando nel vivo però si deve subito precisare il perché il quadro storico è così importante per la comprensione di quest’opera. Il I secolo dopo Cristo sarà accompagnato da innumerevoli cambiamenti sociali, politici e culturali; l’entità della repubblica romana, che la penisola e le sue province hanno conosciuto fino alla vittoria di Cesare Ottaviano ad Anzio del 31 a.C, non vi è più; al suo posto ci sarà per primo il principato Augusto nel 27 a.C e successivamente l’Impero.

Quel monte di valori socio-culturali che aveva costruito l’entità repubblicana (a partire dal Senato), dovranno fare spazio ad una nuova forma di potere e di controllo. Il civis Romanus che aveva fatto grande Roma, dovrà lasciare spazio all’unica forma di potere legittimo: quella del singolo, quella del princeps/imperator. Tacito riporterà per buona parte della sua opera i suoi timori e la sua contrarietà a questi nuovi valori culturali imposti, tanto da criticare in maniera estremamente velata il potere centrale. Il tutto si ricollega perfettamente al capitolo 4 e 11.

 

tacito

 

Nel capitolo 4 così Tacito scrive:

«Personalmente inclino verso l’opinione di quanti ritengono che i popoli della Germania non siano contaminati da incroci con gente di altra stirpe e che si siano mantenuti una razza a sé, indipendente, con caratteri propri. Per questo anche il tipo fisico, benché così numerosa sia la popolazione, è eguale in tutti: occhi azzurri d’intensa fierezza, chiome rossicce, corporature gigantesche, adatte solo all’assalto. Non altrettanta è la resistenza alla fatica e al lavoro; incapaci di sopportare la sete e il caldo, ma abituati al freddo e alla fame dal clima e dalla povertà del suolo.» (Baldi, 2019)

Questo capitolo è estremamente importante non soltanto per comprendere il loro temperamento sociale, ma soprattutto la loro unità identitaria. Non si mescolano con altri popoli (se non con gruppi affini), non subiscono influenze e mantengono in vita le loro tradizioni religiose e culturali. Questa valenza identitaria, nel corso dei secoli, avrà un’importanza strategica; questo atteggiamento quasi isolazionista sarà una delle cause principali della tarda unificazione tedesca che avverrà soltanto nel 1870. Prima di allora dal Sacro Romano Impero (ma già dal periodo imperiale),fino alle guerre di conquista il territorio germanico sarà suddiviso ed amministrato attraverso centinaia di stati più o meno grandi.

Questo aspetto per Tacito è estremamente significativo poiché guarda con occhi quasi pieni di ammirazione, ai Germani come i possessori di antiche virtù, antichi valori che ovviamente entrano in contrasto con le virtù imperiali. In ciò Tacito è estremamente critico (velatamente) perché vede in loro lo stadio primario della romanità, nuda e pura, fortemente indipendente che grazie a quel famoso discorso in senato di Marco Porcio Catone nel 157 a.C la dicitura «Carthago delenda est» non fu solo un monito politico, ma un monito culturale: ciò che non apparteneva alla Romanitas (in questo caso la cultura Cartaginese), doveva esser distrutto poiché avrebbe potuto corrompere i costumi e le leggi.

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Sulla falsariga del quarto, anche il capitolo undici sarà di forte critica e impatto sociale. Nel capitolo undici infatti Tacito scrive:

«I capi decidono a proposito delle questioni di minor importanza, tutti invece a proposito di quelle più serie, in modo tuttavia che anche quei problemi, la cui decisione è nelle mani della plebe, siano prima discussi dai capi. Se non capita qualche evento fortuito e repentino, si riuniscono in determinati giorni, o durante il novilunio o durante il plenilunio; infatti ritengono questo periodo molto propizio per fare affari. Non contano il numero dei giorni, come noi, ma il numero delle notti. Così stabiliscono le date, così si accordano sulle scadenze: sembra loro che la notte conduca il giorno. Questo inconveniente, che non si radunano tutti assieme né come per obbedire ad un ordine, deriva dalla libertà, ma si sciupano anche due o tre giorni a causa del ritardo dei convocati. Quando sembra opportuno alla folla, si siedono armati. Attraverso i sacerdoti, che allora hanno il diritto di costringere all’obbedienza, è ordinato il silenzio. Subito prendono la parola un re o un capo, a seconda dell’età, della nobiltà, dei meriti di guerra e dell’eloquenza, e riescono ad essere seguiti più per il peso dei consigli che per il potere di comandare. Se un parere non è piaciuto, lo rifiutano con mormorii; se al contrario è piaciuto, battono insieme le lance: lodare con le armi è un modo di assenso assai onorevole.» (Baldi, 2019)

Se nel capitolo quattro Tacito descrive la componente fisica delle popolazione germaniche, qui si concentra sulle istituzioni civili che ricoprivano un ruolo di primo piano nella politica interna ed estera di queste popolazioni. L’autore però nota la grande differenza tra coloro che erano additati come barbari ed incivili con le loro istituzioni,alle istituzioni romane, tracciando però un profilo nettamente diverso.

Le istituzioni civili romane(fino alla repubblica) erano composte principalmente da: aristocrazia senatoria (che aveva la responsabilità delle decisioni più cruciali) e tribuni della plebe(che avevano responsabilità nettamente inferiori). Con l’avvento del principato e, successivamente, dell’impero le funzionalità delle istituzioni erano completamente subordinate al primus inter pares, cioè all’imperatore che deteneva l’assoluto controllo. Anche in questo caso Tacito elargisce una critica estremamente velata e vede in queste popolazioni istituzioni estremamente avanzate per l’epoca a lui contemporanea in quanto “l’aristocrazia senatoria” era rappresentata dai capi militari del villaggio o dei villaggi, mentre i “tribuni della plebe” dall’assemblea popolare.

Il riconoscimento e l’ammirazione di Tacito sta proprio in questo: erano le assemblee popolari, formate da uomini liberi, a detenere un reale potere decisionale. Certamente non dobbiamo pensare che fossero delle istituzioni democratiche, ma Tacito nutre delle grandi aspettative(anche se rimangono assolutamente inferiori da un punto di vista culturale).

 

 

L’autore però si occuperà anche delle istituzioni culturali e non soltanto civili; il capitolo diciotto tratterà del matrimonio e dell’importanza socio-culturale che rivestiva presso queste popolazioni. Infatti nel seguente capitolo Tacito scrive:

«Eppure il matrimonio da loro è cosa molto seria, e non potresti maggiormente lodare altro aspetto dei loro costumi. Quasi unici infatti tra barbari, si accontentano di una sola moglie, fatta eccezione di pochi, che hanno più mogli non per capriccio, ma perché ricercati da molti a causa della loro nobiltà. Non la moglie al marito, ma il marito porta la dote alla moglie. Genitori e parenti intervengono al contratto nuziale e fanno la stima dei doni: non doni scelti a soddisfare la vanità femminile e ornare la novella sposa, ma una coppia di buoi, un cavallo bardato e uno scudo con lancia e spada. In cambio di tali doni si riceve la sposa, la quale offre a sua volta qualche arma al marito: questo scambio è per essi massimo vincolo, rito e religioso e protezione divina. Perché la moglie non creda di essere estranea alle considerazioni sul valore ed alle vicende militari, dagli stessi riti iniziali del matrimonio è avvertita che sarà compagna al marito nelle fatiche e nei pericoli e destinata a soffrire ed osare insieme a lui sia in tempo di pace, sia in guerra. Questo simboleggiano i buoi aggiogati, il cavallo bardato e il dono delle armi. Così deve vivere, così morire: e i doni che ella riceve li trasmetterà inviolati e degni ai figli; e le nuore, ricevendoli, li trasmetteranno a loro volta ai nipoti.» (Baldi, 2019)

L’istituzione culturale del matrimonio avrà non soltanto un ruolo puramente formale nella costruzione di un nucleo famigliare, ma alla bisogna a fedele compagna del marito nelle battaglie più impervie. Tacito quindi analizza un aspetto estremamente importante di queste società; non soltanto analizza la figura di una donna libera e moralmente retta e giusta, ma le erge anche a guerriere pronte a morire in battaglia per il marito e per il bene della propria comunità. Ciò denota una profonda discrasia con le donne romane. Donne talmente libere, rette moralmente,e sicure che Cesare,nel libro VI del De Bello Gallico scrive:

«Al contrario, considerano il frequentare una donna prima del ventesimo anno d’età tra le cose più vergognose; e di questo non c’è nessun occultamento, poiché sia si fanno il bagno promiscuamente nei fiumi, sia si servono di pelli o di corte pellicce, lasciando nuda gran parte del corpo.» (Carena, 1991)

Cosa vuole dirci però Tacito? Qual è l’analisi specifica che ne fa? Si può evincere la differenziazione,seguendo i modelli culturali dell’epoca, della donna romana (matrona) e della donna germanica (guerriera). Da qui si può mettere a confronto non solo due stili di vita differenti, ma due modi di concepire la donna. Presso i germani, ripeto, la donna libera e retta moralmente accompagnava il marito sia nella battaglia che nella costruzione del nucleo familiare; a loro veniva accostata la virtù della forza e della fedeltà. Tanto che è lo stesso Tacito che negli Annales darà una breve descrizione di Thusnelda (caduta in prigionia per mano di Germanico nel 15 d.C), figlia di Segeste e moglie di Arminio (l’eroe germanico di Teotuburgo), colui che riuscì a sconfiggere il predominio militare romano per la prima volta dopo la vittoria di Annibale nella seconda guerra punica a Canne nel 216 a.C. Tacito scrive:

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«Con animo più simile a quello del marito che del padre non piangeva, non supplicava, e guarda il ventre gravido con le mani strette nelle pieghe della veste.» (Ceva, 1981)

Questa piccola segnalazione ci aiuta a comprendere meglio perché Tacito “preferisce” la donna germanica a quella romana. Questo probabilmente per biasimare i vizi dei Romani che già stavano attraversando il lento cammino della decadenza dei costumi. A differenza delle donne germaniche, forti e austere, caste e fedeli, la donna romana era certamente raffinatissima e colta (come nel caso della Sempronia di Sallustio), ma erano dissolute, senza scrupoli e ormai prive del senso sacro della famiglia. Per Tacito le donne romane rappresentavano perfettamente il periodo di decadenza dai valori repubblicani; corrotta nei costumi(spesso adultera) e corruttrice, non è un caso che sarà l’oggetto di scherno per poeti e oratori per tutto il periodo imperiale. Il chiaro esempio dei timori di Tacito sono ben descritti dalla sesta satira di Giovenale che descriverà la donna romana corrotta per eccellenza: Messalina. Giovenale scrive:

«Perché ti preoccupi di una casa privata, di cosa abbia fatto Eppia?
Guarda i rivali degli dei; ascolta Claudio
che cosa ha sopportato. Quando la moglie si accorgeva che il marito dormiva,
osando l’Augusta meretrice mettersi dei cappucci di notte
e preferire al talamo del Palatino una stuoia

lo abbandonava, con non più di una ancella come compagna.
Così, mentre una parrucca bionda nasconde i capelli neri,
entra nel caldo lupanare dalle tende vecchie
e nella stanzetta vuota, tutta per lei; allora nuda con i capezzoli
dorati si prostituisce inventando il nome di Licisca e offre,

o nobile Britannico, il tuo ventre.
Accoglie generosa chi entra e chiede il prezzo
e di continuo, sdraiata,assorbe i colpi di tutti.

Poi, quando il lenone manda via le sue ragazze,
triste se ne va e, l’unica cosa che può fare, per ultima chiude
la stanza, ardendo ancora per l’eccitazione della sua vulva turgida,
e spossata dagli uomini non sazia se ne va, con le guance scure

 e sporca per il fumo della lucerna
porta l’ignobile odore del lupanare nel talamo nuziale.» (Barelli, 1976)

 

 

Andando verso le ultime battute dell’indagine Tacito dal capitolo ventotto a quarantasei analizza quelli che erano i gruppi e le società germaniche più conosciute ai Romani. Noi, per concludere, ci concentreremo sui Cimbri (capitolo trentasette), popolazione che i Romani conobbero minuziosamente da un punto di vista socio-culturale e soprattutto militare dato che più volte si ritrovarono nemici. Tacito scrive:

«La medesima penisola della Germania, in vicinanza dell’Oceano, l’occupano i Cimbri, piccola tribù oggi, ma grande per gloria. Dell’antica fama restano ampie tracce, vasti accampamenti sulle due rive del Reno, dalla cui ampiezza è dato misurare ancora oggi la massa e la forza di quel popolo e derivare l’attendibilità di una migrazione così vasta. La nostra città aveva seicentoquarant’anni di vita, quando per la prima volta, sotto i consoli Cecilio Metello e Papirio Carbone, si sentì parlare delle armi dei Cimbri. Se calcoliamo da allora fino al secondo consolato dell’imperatore Traiano, si sommano quasi duecentodieci anni: da tanto tempo fatichiamo a vincere la Germania. Molte, in così lungo corso di tempo, le perdite reciproche. Non i Sanniti, non i Cartaginesi, non le Spagne e le Gallie e neppure gli stessi Parti hanno tanto spesso avanzato la loro minaccia: più tenace del regno di Arsace è la libertà dei Germani. Infatti all’infuori della morte di Crasso, bilanciata dalla morte di Pacoro, cosa ci potrebbe rinfacciare l’Oriente, piegato sotto i piedi di un Ventidio? I Germani invece, sgominati o catturati Carbone e Cassio e Scauro Aurelio e Servilio Cepione e Massimo Mallio, hanno tolto in rapida successione cinque eserciti consolari al popolo romano, e Varo con tre legioni anche ad Augusto; e non senza perdite li batterono Gaio Mario in Italia, il divo Cesare in Gallia, Druso e Nerone e Germanico nelle loro stesse sedi; più tardi anche le terribili minacce di G. Cesare finirono in una farsa. Da allora ci fu pace, fino a che, approfittando delle nostre discordie e delle guerre civili, espugnate le sedi invernali delle nostre legioni, aspirarono anche a conquistare le Gallie. Di là furono ancora una volta respinti e in tempi recenti abbiamo celebrato su di loro dei trionfi più che delle vittorie.» (Baldi, 2019)

Perché analizzare i Cimbri è così importante per la nostra indagine? La risposta è estremamente semplice: questa popolazione viveva al di là del Reno (come molte), ma era la più vicina a al confine, al Limes Romanus, che non era soltanto un divisorio politico (come avverrà con il vallo di Adriano nei confronti dei Pitti e Caledoni), ma un vero e proprio divisorio culturale. Al di là del Reno tutto era barbaro, tutto era incivile per le alte cariche dell’impero; eppure Tacito ha saputo dimostrare, meglio di Cesare, quanto Roma si sbagliasse. Era controproducente combattere all’infinito queste popolazioni che non presentavano nemmeno risorse strategiche degne di nota ed inoltre, ormai,  la decadenza dei costumi e di quei valori repubblicani tanto decantati nel passato, si stavano sfaldando.

 

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Bibliografia:

  • Cesare, Carena C. (a cura di), 1991, De Bello Gallico, libro VI, 58-50 a.C, Milano, Mondadori
  • Giovenale, Barelli E. (a cura di), 1976, Saturae, satira VI, 127-128 d.C, Bologna, Bur Biblioteca Univ. Rizzoli
  • Syme R., Benedetti A. (a cura di), 1967, Tacitus, Biblioteca di studi classici, Torino, Paideia
  • Tacito, Ceva B. (a cura di), 1981, Annales, cap. I,57 114-120 d.C, Bologna, Bur Biblioteca Univ. Rizzoli
  • Tacito, Baldi D. (a cura di), 2019, Cornelii Taciti origine et situ Germanorum,  cap. I,IV,VIII,XII,XXXVII, 98 d.C, Macerata, Quodlibet
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Alessio Pacaccio

Attento lettore del mondo antico e del mondo latino americano, cerco di congiungere lo studio antropologico con le varie forme di letteratura; dal teatro tragico di Euripide alle forme mitiche della narrativa di Asturias, attraverso un filo conduttore che resiste nei secoli. "Che bello un uomo quand'è uomo" così diceva Menandro.