fbpx

Teatro e antropologia, maschera neutra e sospensione del giudizio

Quando un aspirante attore incontra un quasi antropologo

 

Quando parlo con sincerità non so con quale sincerità parlo.
Sono variamente altro da un io che non so se esiste.
(F. Pessoa)

 

Quest’estate ho partecipato a uno stage di teatro. Ne scrivo qui perché ciò che mi è rimasto, non sono solo l’entusiasmo, i sorrisi, le emozioni, le ansie e le paure, ma anche la scoperta dell’antropologia là dove non me l’aspettavo.

Infatti, non ero andato a fare questo stage come un antropologo che si lancia in una nuova ricerca sul campo. Eppure, aver già due anni di studi alle spalle qualcosa ha comportato, e allora, ecco che ho ritrovato un pizzico di antropologia anche nel teatro.

Non c’è da stupirsi se essa ha a che fare con il teatro: è una pratica – sociale, culturale, umana – come un’altra, quindi, per forza di cose, oggetto d’interesse della disciplina che studia l’uomo. Dopotutto, non ci si può dimenticare delle sudate pagine di Geertz sulle rappresentazioni teatrali a Bali e della celeberrima metafora teatrale di cui l’opera di Goffman è intrisa.

Ma qui non si tratta del teatro come oggetto di studio. Qui si tratta del teatro – o di una parte di esso – come rivelatore di un punto fondamentale dell’antropologia: la sospensione del giudizio nell’approccio col “nativo”.

Durante lo stage, in un percorso sull’utilizzo della maschera, mi sono potuto confrontare con quella “neutra”. Nome suggestivo. Del resto, questa maschera, nata dall’incontro tra lo studio meticoloso sul corpo effettuato da Jacques Lecoq e dal genio creativo di Amleto Sartori, è stata immaginata come la maschera in grado di rappresentare l’Umanità: non presenta alcun tratto specifico e non c’è nulla in essa che suggerisca l’inizio di una storia.

 

 

La ricerca del neutro

 

 

E così l’attore che la indossa dovrà rimuovere tutto ciò che lo caratterizza, ogni piega del proprio essere che lo determina per ciò che è, insomma, tutto ciò che viene prima dello stato neutro.

L’analogia mi è saltata agli occhi. Perché così come l’attore deve togliere, anche l’antropologo deve togliere. L’operazione è la stessa: rimuovere ciò che caratterizza, ciò che condiziona ora lo stato neutro, ora l’approccio col “nativo”.

 

 

Leggi anche:  A Natale Puoi: Tregue e Regali tra Soldati nell'Inverno 1914
La nascita di una storia, del testo

 

 

Eppure, per quanto ci si lavori, non si raggiunge mai la perfetta forma neutra o la totale eliminazione del pregiudizio. Si è costretti ad una mediazione. Così come l’attore dà vita a una storia nel momento in cui non riesce a rimanere neutro, l’antropologo, dall’inevitabile mediazione nell’incontro col “nativo”, dà forma al testo etnografico. 

 

 

 

Fonti e approfondimenti:
– http://www.helikos.com/pages/serate.php?lang=en
– https://www.youtube.com/watch?v=3mxheYvfv3c&feature=youtu.be
– Geertz, C., Interpretazione di culture [ed. or. 1973], Bologna, Società editrice il Mulino, 1998.
– Goffman, E., La vita quotidiana come rappresentazione [ed. or. 1959], Bologna, Società editrice il Mulino, 2002.