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Tamil Nadu: seguendo il corso di un fiume

Tamil Nadu: sul campo, città e campagna

 

Sono arrivata in Tamil Nadu a metà luglio 2019, durante la stagione secca. In verità nel suo prolungamento, causato dal cambio di traiettoria del monsone in arrivo da Nord-Est. Tale deviazione rimanda le piogge ai primi di settembre, lasciando le campagne dello Stato in una parentesi poco piacevole. Infatti le fonti d’acqua in questa stagione sono ridotte al minimo, e per chi deve provvedere oltre che a se stesso ai campi da cui dipende il suo sostentamento, questo rappresenta quantomeno una scommessa.

Rispetto alla chiassosa Chennai, ricca di traffico, rumori e possibilità, le campagne circostanti sembrano vuote. Un orizzonte di terra brulla e cespugli frondosi si estende all’infinito in tutte le direzioni. Questo è quanto riesco a scorgere dai finestrini del treno, che dalla capitale mi porterà fino a Tirunelveli, in un viaggio notturno di 10 ore.

 

Parola chiave: acqua

Nelle settimane seguenti, nel corso del mio peregrinare, sentirò molto spesso una singola parola: tannì, acqua. Offerta, nominata, desiderata. L’acqua è al centro del discorso della gente comune. Ne parlano come di una risorsa preziosa,  indispensabile per vivere. Emerge il suo valore sacro, ma anche il non meno importante suo ruolo di dare semplicemente la vita.

Per questa ragione, il conflitto ambientale non può essere trattato se non seguendo quello che è il corso di un fiume. Appena 2000 km di percorso verso il mare, acqua a tratti profonda, a tratti bassa e fangosa. È l’unica fonte d’acqua che resiste al caldo infernale della stagione secca, che continua a fluire incurante del tempo che passa e del mondo che si trasforma.

Un tempo divinità, oggi principalmente risorsa soggetta a sfruttamento, ha costituito il filo argenteo che ha portato ordine nel panorama locale. Il fiume Thamirabarani è la chiave che potrebbe aiutare a forzare un silenzio gravido di significato, che pende sul sud dell’India come sui conflitti ambientali.

Etimologia di un conflitto ambientale: risorsa come maledizione

Dansero e Bagliani definiscono i conflitti ambientali come:

momenti particolari di confronto tra diversi progetti alternativi di uso del territorio e delle risorse che esprimono la difficoltà e la debolezza delle procedure decisionali nel saper includere più attori in decisioni complesse (Bagliani, Dansero, 2011:319).

Spesso al centro di un conflitto ambientale sta dunque una risorsa, che per alcuni rappresenta ricchezza e prosperità e per altri si rivela una maledizione. Ecco spiegata anche la definizione di Collier, che parla di «maledizione delle risorse naturali» (Collier, 2003)  per identificare proprio questo fenomeno. Ciò fa capo ad una più vasta teorizzazione sullo sviluppo in campo tra gli anni ’70 e gli anni ’80.

Riferendosi in particolar modo al petrolio, viene messo in evidenza come la presenza di una risorsa chiave nel panorama economico di una nazione comporti costi ambientali e strategici non indifferenti.

Anzitutto, se tutte le energie dello stato si concentrano nel valorizzare un unico aspetto della propria economia, mancheranno senz’altro i fondi per altre attività, come pure per la costruzione di infrastrutture. Oltretutto, laddove un’unica risorsa preziosa è presente sul territorio, i gruppi più influenti tenderanno a contendersela, scatenando conflitti e guerre civili. Inoltre la tendenza ad accentrare il controllo di tale risorsa produce principalmente governi autoritari, da cui derivano forti disuguaglianze.

Tamil Nadu: risorse e cultura

Il caso del fiume Thamirabarani, all’apparenza trascurabile rispetto a quello di altri fiume più grandi e di più vasta portata nel subcontinente, è in verità estremamente complesso proprio perché costituisce una ricchezza impareggiabile per molti aspetti.

In primo luogo non solo dovrebbe fornire acqua a privati, aziende e interi villaggi, ma anche sabbia dal suo corso per la costruzione di mattoni e per la produzione di cemento. I prelievi sono stati formalizzati, poi vietati, ma continuano in segreto lungo il corso del fiume.

Invece numerose multinazionali, tra le quali notiamo la Pepsi-Co, hanno accesso all’acqua del Thamirabarani in maniera quasi illimitata. Nonostante le restrizioni cui si dovrebbero attenere, è stato provato che una singola impresa arriva ad aspirare dal fiume circa 100.000 litri al giorno, e a tutte quante è garantito accesso al fiume anche durante la stagione secca. Non è purtroppo lo stesso per i villaggi nei pressi, che devono aspettare la pioggia perché l’acqua venga fatta defluire nei canali che collegano il Thamirabarani ai campi.

A complicare il quadro, c’è da dire che non solo il fiume fornisce materie prime. Raccoglie su di sé anche un’eredità millenaria. Fa parte di un’orizzonte che unisce spazio e tempo, in cui il paesaggio può mutare ma il corso d’acqua è sempre stato lì, testimone del passare dei secoli e pilastro per chi doveva irrigare i campi nelle sue vicinanze. Il Porunai, secondo l’antico modo di chiamare il fiume, è stata una divinità molto amata.

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Oggi il suo sfruttamento rischia di minacciare non solo la sopravvivenza fisica di chi abita in queste terre, ma anche il lascito culturale che il fiume rappresenta.

Tamil Nadu: sopravvivenze

Fu Tylor, antropologo nell’età vittoriana, a coniare la prima definizione di cultura. Fu sempre lui a riconoscere il valore intrinseco di quelle che vennero chiamate “sopravvivenze” (Tylor, 1871). Queste rappresentano, letteralmente, dei fossili di una cultura primigenia, ormai andata perduta.

Tamil Nadu

Alcuni suoi elementi sarebbero stati conservati, pressoché immutati, nel corso del tempo. Attraverso di essi è possibile leggere e analizzare un mitico e irraggiungibile passato, prendendo atto anche di come le cose sono cambiate.

Nel corso del suo sviluppo, l’antropologia ha abbandonato il concetto di sopravvivenze, che presuppongono un ambiente culturale chiuso senza contatti con l’esterno, come anche uno sviluppo unilaterale delle civiltà in una data direzione.

Man mano che la disciplina abbracciava la complessità dei contesti di studio, la nozione di sopravvivenza ha perso di significato. Tuttavia, potremmo benissimo farne uso ancora, in modo diverso, per rendere chiara quella che è la situazione odierna.

In Tamil Nadu, come in molti altri contesti in tutto il mondo, tutto ciò che rimane al margine della visione pubblica assume in parte le caratteristiche della sopravvivenza. Si tratta principalmente di un contesto contadino impoverito della propria sostanza, depredato delle risorse naturali di cui dispone per dare sostentamento alle città come pure degli orizzonti di comprensione della realtà che aveva scelto per sé.

 

Gli emarginati nella storia

 

Tamil Nadu

Facciamo qui riferimento alla teoria di De Martino. È stato un antropologo italiano che pur aderendo allo storicismo crociano se ne distaccò anche, vedendo in quello che era il mondo magico popolare una strategia dei ceti popolari. Questi, tradizionalmente esclusi dalla storia, potevano attraverso la creazione di un proprio orizzonte interpretativo, iscriversi in essa ed esercitarvi controllo (De Martino, 1948).

Credo che anche nei contesti di campagna odierni, come quello dei villaggi sparsi attorno al Thamirabarani, venga dunque a formarsi una sorta di universo parallelo. Non si intende dire che questi luoghi non abbiano contatti con l’esterno, sono anzi molto recettivi rispetto ai cambiamenti che avvengono a livello globale. Qui però si entra in un contesto in cui le prerogative si ribaltano, in cui la terra coltivata vale più di un buon stipendio, e in cui la natura non si identifica solo con l’ambiente circostante ma con un’entità omnicomprensiva che accoglie al proprio interno ogni forma di vita.

 

La natura come cultura e viceversa

Ho visitato circa sei villaggi, tra i distretti di Tirunelveli e Thootukudi, e dovunque andassi ho potuto notare un filo conduttore. In primo luogo vi erano sostanzialmente due tipologie di reazione alla questione dello sfruttamento del fiume: ignorare completamente le cause collaterali e dare la colpa di tutto al ritardo della pioggia, oppure riconoscere il coinvolgimento delle imprese ma ritenere di non potersi opporre alla loro logica, visto che il governo sembra essere dalla loro parte. In secondo luogo, era particolarmente interessante notare come vi fosse un’identificazione spontanea tra natura e cultura, indipendentemente da chi fosse l’interlocutore.

I diversi gradi di consapevolezza delle persone che ho incontrato dipendevano da tanti fattori: educazione, volontà di informarsi, reperibilità di notizie, e così via. Tuttavia è necessario anche far notare che molti di questi erano pure scoraggiati dall’opposizione decisa del governo alle loro richieste di giustizia ambientale. In alcuni casi le proteste sono state minate e taciute, in altri si è stati testimoni di veri e propri massacri. L’attenzione dei più semplici si è concentrata in questo modo sul ritardo della pioggia.

Per accelerarne l’arrivo vengono celebrati dei festival, cerimonie nei villaggi che si svolgono circa una volta l’anno e comprendono alcuni particolari fenomeni di possessione. Ne esistono innumerevoli tipologie, che si differenziano da villaggio a villaggio, avendo però sempre come fulcro la pioggia e la sua funzione rivificatrice in natura.

 

Testimonianze

Ciò ci porta anche a considerare, assieme alle testimonianze rese dagli informatori, il profondo significato che la natura assume in questo particolare contesto. Infatti, alla domanda su quali fossero i capisaldi della cultura tamil tutti hanno bene o male risposto che “la natura è cultura”.

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Manca totalmente in questo senso la classica polarizzazione tra l’ambiente e l’uomo, che in questo contesto come in altri rappresenta solo un tassello di quello che è il mosaico del mondo naturale. Non ci si ritiene dunque padroni di un mondo ricco di risorse, ma solo parte di una realtà complessa che ci può favorire o distruggere, a seconda che l’equilibrio che la regge venga rotto o meno.

In base ai racconti, esistono cinque tipologie diverse di terra, secondo la cultura tamil. A ciascuno di essi corrisponde una fase della storia dell’umanità. Le prime civiltà infatti abitavano sulle montagne, spostandosi poi nelle foreste e arrivando infine in pianura per praticare l’agricoltura e sulle coste la pesca. L’ultimo stadio, quello che verrà raggiunto nel momento in cui l’equilibrio naturale verrà irreparabilmente rotto, è il deserto.

 

Ciò che sopravvive

Esiste dunque un’antica coscienza del pericolo di superare i limiti di sfruttamento dell’ambiente, che oggi preme sulle vite degli agricoltori più che mai. L’urgenza è maggiore, dato che i campi si inaridiscono sotto i loro occhi e fiumi come il Thamirabarani vengono prosciugati da industrie private appoggiate dal governo.

L’ingiustizia che si sta consumando nei loro villaggi è palese e scoraggiante, eppure un eco fatica ad arrivare alle autorità statali. Quella che una volta era una convivenza pacifica tra forme di vita adesso è diventata un campo di battaglia, tra chi decide di riconoscere le drammatiche condizioni ambientali e chi di voltarsi e proseguire.

Eppure anche la sopravvivenza culturale di questi luoghi è a rischio. Nei villaggi infatti, terra e acqua vengono ancora adorate. Nei fiumi si riconosce una pallida immagine delle divinità femminili che una volta impersonavano, nella loro generosità e potenza fecondatrice, i numi benefici di questi luoghi. I grandi templi di pietra hinduisti sorgono sulle loro sponde, collegati direttamente con le correnti sottostanti da antiche scalinate.

Per i rituali pubblici e privati, come il ricordo degli antenati, l’acqua è ritenuta ancora indispensabile. Inoltre le gesta degli antichi re tamil si sono susseguite sulle sponde del fiume, assieme alle guerre che hanno visto la nascita dello Stato del Tamil Nadu.

Oggi, il Thamirabarani si sta però prosciugando. Sembra avere perso perso la battaglia contro la sete, una sete di sviluppo che promette un futuro migliore cancellando un’eredità culturale immensa. Con la scomparsa del fiume non si inaridirà solo il suolo, ma anche le vite di chi ogni giorno si sforza di celebrare la natura come sacra. Il prelievo di risorse, portato alle sue estreme conseguenze, non farà che sottrarre il significato culturale di cui ogni elemento naturale è impregnato. Natura e cultura vengono dunque sfruttate e cancellate insieme.

 

Conclusioni

Forse non dovremmo riferirci ai residui culturali che ancora animano le campagne del Tamil Nadu col termine di sopravvivenze. Invero, considerato anche l’enorme lavoro di attualizzazione e rielaborazioni che è al momento in atto, dovremmo invece parlare di resistenze. Queste rappresentano elementi dell’antica tradizione che oggi si oppongono non solo alla propria cancellazione, ma alla marginalizzazione di uno stile di vita alternativo.

In questo contesto, le campagne raccolgono ciò che il mondo moderno vorrebbe scartare e ne rivendicano il possesso. L’attribuzione di senso che ne deriva aiuta a far fronte alla temuta crisi della presenza, che oggi rischia di svalutare e rendere invisibili queste realtà. Le rivendicazioni culturali riescono ad imporsi maggiormente sul panorama odierno, fungendo da perno per far emergere da un oblio auto-indotto la stessa questione ambientale.

In un contesto come quello tamil, in cui natura e cultura non sono concetti opposti ma sovrapposti, difendere il mondo contadino è un dovere per chiunque voglia valorizzare il territorio senza soccombere ai miti dello sviluppo. In questo caso particolare, è un percorso che segue lo scorrere di un fiume.

 

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Bibliografia:

  • Bagliani Dansero,2011, “Politiche per l’ambiente. Dalla natura al territorio.”, UTET Università, Torino;
  • Collier P., (2010),” The Political Economy of Natural Resources”, The Johns Hopkins University Press, social research no.4 vol. 77, pp. 1105-1132;
  • Collier P., 2003 “Natural Resources, Development and Conflict. Channels of Causation and Policy Interventions”, World Bank, ;
  • De Martino, 2007, “Il mondo magico”, Bollati Boringhieri , Torino;
  • Tylor E., 2016,  “Primitive Culture.  Researches into the Development of Mythology, Philosophy, Religion, Language, Art and Custom” , Dover Publications Inc.,  New York;