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Tamil Nadu: conflitti ambientali in India e come trovarli

Ancora Tamil Nadu: pandemia e quotidianità

Dal mio arrivo in Tamil Nadu, in India, nel luglio 2019, ormai è passato più di un anno. Ci sono giorni in cui mi sveglio e ho l’impressione di essere ancora lì, nella piccola casetta in fango e cemento attraversata dalla brezza estiva, circondata in ogni direzione da campi verdi e distese erbose a perdita d’occhio.

Sembra surreale, considerato che come molti, da mesi, non vedo altro che le mura di casa. Eppure ho la sensazione di aver lasciato qualcosa, in quei mesi caldi di esplorazione delle campagne del Sud dell’India. Qualcosa che ancora mi parla e di cui, a mia volta, ho bisogno di parlare.

Il Tamil Nadu è stato intaccato dalla pandemia come molti altri Stati della Repubblica Federale. L’India è un paese che vanta il proprio avanzamento industriale e tecnologico, ma a chi c’è stato è chiaro che si poggia ancora fortemente sul settore agricolo per il suo sostentamento.

Solo, le notizie che giungono dalla campagna sono poche, frammentarie, confusionarie. Una scelta e una condanna, in molti casi. Comunque, per trattare efficacemente di questo, dobbiamo parlare di ciò che ne è stato dell’India durante la pandemia.

L’impossibilità di spostarsi, anche solo per occuparsi dei campi o andare al mercato, ha messo in ginocchio non poche famiglie. Lo so anche perché sono rimasta in contatto con uno dei miei informatori, un prete, che durante l’emergenza si è occupato di raccogliere fondi in sostegno delle famiglie più povere della propria diocesi.

In un contesto non urbano, in cui anche solo per raggiungere il più vicino centro abitato è necessario camminare per chilometri, l’obbligo di stare a casa ha finito per minare le più basilari capacità di sussistenza delle famiglie contadine. Di contro, le città sovraffollate si sono rivelate un luogo di contagio privilegiato, ma a differenza delle campagne hanno sollevato più dubbi, più problemi.

Ad oggi si ritiene che l’India abbia quasi raggiunto l’immunità di gregge, grazie al portentoso calo dei contagi degli ultimi tempi. Ciò fa presagire un finale agrodolce per questo Stato sovrano, che rischiava appunto di essere letteralmente messo in ginocchio dalla pandemia. C’è però un fattore che non si deve omettere dal quadro di riferimento, ossia come le nuove riforme agrarie stiano riuscendo laddove la pandemia sembra aver fallito.

Nel settembre 2020 è stata infatti rivista la legge per la vendita nel mercato interno. Ora stabilisce che gli agricoltori possano vendere direttamente ad aziende private i propri beni, il che sembrerebbe dare un netto vantaggio ai primi.

Tuttavia, il sovraffollamento del mercato per l’eccessiva offerta porterebbe anche ad una riduzione del compenso al di sotto della soglia minima accettabile per vivere. In questo modo l’iniziativa promossa dal partito al potere, il Baratiya Janata di Modi, finisce per sotterrare letteralmente i diritti di migliaia di agricoltori e braccianti, che non sono certo rimasti a guardare. In migliaia, dal 26 gennaio in poi, hanno marciato verso Dehli per protestare, quando il bisogno di giustizia e di risposte ha superato perfino il timore della pandemia.

 

Quando un fiume si prosciuga fa rumore?

India

Il tema è molto delicato, e va spiegato alla luce di molti altri fattori. Riprendendo per un attimo il filo del discorso, l’eccessivo sfruttamento del fiume Thamirabarani ci viene in aiuto. Costituisce un esempio pregnante di una scelta rappresentativa che ha radici politiche, e che in questo senso ci spiega in parte come per gli agricoltori sia da sempre necessario farsi sentire, scendere in campo, protestare senza timore per le conseguenze.

La prima cosa che i miei informatori hanno avuto premura di sottolineare è stata infatti l’incapacità dei mezzi di comunicazione di mostrare interesse per la loro causa. Se dovevano informarsi o coordinarsi tra loro, i social network rappresentavano l’unico mezzo affidabile.

I giornali e la televisione potevano omettere dettagli rilevanti o semplicemente glissare sull’argomento, tanto più che recentemente l’ecologia e la conservazione ambientale sono divenuti temi scottanti. Lo dimostra anche il fatto che le ricerche in proposito, come la mia, non sono viste di buon occhio, specie se portate avanti da personalità straniere.

Nell’introduzione a Everybody loves a good drought, Sainath specifica come, in tutta l’India, solo i fatti riguardanti le più grandi città finiscono per raggiungere lo spettatore medio. In verità nello specifico un buon 70% delle notizie riguarda solo e unicamente Dehli, lasciando ad altri grandi centri urbani come Kolkata, Mumbai e Chennai un misero 30%.

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Inoltre, le informazioni su ambiente e agricoltura spesso vengono filtrate unicamente dal governo e dai ministeri centrali. Per non parlare delle minacce e pressioni cui sono esposti i giornalisti che vogliono distinguersi dal gregge.

Ne ho conosciuto uno in Tamil Nadu, divenuto attivista dopo aver lasciato il proprio posto per non essere costretto a scrivere falsità. Sebbene l’India figuri come un’efficiente democrazia, perfino per i criteri di Freedom House, tra le libertà civili notiamo una nota su vari casi di aggressioni fisiche ai danni di giornalisti non accomodanti.

La domanda filosofica alla base della questione rimane questa: se un albero cade nella foresta senza che nessuno lo senta, è caduto davvero? Ed è a questo dubbio che ci espone la mancanza di informazione di qualità in merito, a lasciare che fiumi come il Thamirabarani si prosciughino, a non prestare ascolto al grido contrariato di chi vive solo di agricoltura, a batterci contro le conseguenze di una pandemia globale senza porci le dovute domande su ciò che l’ha resa possibile. Non viene messo in discussione lo status quo, sebbene ci sia chiaramente qualcosa che non funziona.

 

I mediorami: il mondo a casa tua

Ecologia ed economia presentano la stessa medesima radice. Come sottolinea Dansero in Politiche per l’Ambiente (2011), la differenza sta nel fatto che la prima riguarda la conoscenza del contesto in cui si opera, mentre la seconda tratta della sua amministrazione. Oikos, in greco, significa più propriamente “casa”, quindi quando parliamo di ambiente stiamo di fatto facendo riferimento al luogo in cui abitiamo, a cui torniamo, a cui apparteniamo.

Secondo Appadurai, ad oggi le interazioni globali rimbalzano continuamente tra la dimensione del globale (su scala planetaria) e quella del locale ( come specifico contesto nel mondo). Al contempo, per definirsi, si intreccia in processi di differenziazione e omogenizzazione culturale.

Questi operano a vario livello dall’incontro di più elementi, che Appadurai identifica con gli Orami. Sono di varia natura ed esercitano un’influenza differenziale nel mondo, portando a risultati piuttosto variegati in base al contesto e alla risposta che decide di dare allo stimolo iniziale. Tra queste notiamo la forte presa dei mediorami, che come anche gli ideorami hanno la funzione di diffondere un certo immaginario nel mondo.

Dalla presa di un immaginario ha solitamente origine una comunità immaginata, che non è però mai la stessa. Infatti, se il globale tenta di imporsi sul locale, quest’ultimo tende a riformulare gli impulsi che lo raggiungono, in base alla propria identità di partenza. Ne derivano fenomeni culturali altamente differenziati, anche se è sempre presente un certo grado di omogenizzazione.

Questo cosa vuol dire? Che un contesto specifico, come magari l’India, o per restringere come un villaggio sperduto del Tamil Nadu, risponde alle influenze globali traslate dai media con un certo grado di assertività. È importante riconoscere che i media hanno sempre e comunque un ruolo, che nel caso in esame si propone come estremamente problematico.

Infatti l’estrema selettività dei media indiani e le intrusioni governative nell’esercizio della libertà di espressione fanno si che lo spettatore assimili solo una parte di quanto accade nel paese.

Questo significa che molti restano fondamentalmente ciechi e sordi ad alcuni problemi particolarmente pregnanti e attuali, come ad esempio lo sfruttamento intensivo dell’unico fiume perenne di uno Stato del sud.

 

Cecità e violenta lenta: ricetta per la povertà

India

Gosh dipinge bene il problema della diffusione di immaginari inefficaci e selettivi in La Grande Cecità (2016). In questo libro si chiede inizialmente come sia possibile che i disastri ambientali non raggiungano quasi mai la narrativa. È come se si creasse un mondo parallelo in cui non c’è spazio per inondazioni e tifoni, fenomeni naturali incoraggiati da comportamenti umani fondamentalmente irresponsabili.

Da qui in poi, analizza come di fatto siano questi eventi a non far parte della nostra quotidianità, anche se ne facciamo diretta esperienza. Questo perché rimangono sempre al margine della narrazione, pubblica o privata che sia. E l’esclusione dall’immaginario comporta una marginalizzazione che ci sottrae dall’obbligo di fare qualcosa in merito, di prendere in mano la situazione ed agire.

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Si parla di ambiente, certo, ma anche di giustizia. Chi è infatti che subisce maggiormente i risultati dei disastri ambientali? Chi è più fragile, remoto, marginale. Sono persone allo stato naturale, una nuda vita di cui ci laviamo le mani costantemente. Nelle prime ondate ambientaliste, c’è stato chi ha propriamente identificato i popoli nativi come parte del contesto di riferimento. Non erano persone con dei diritti, solo parte di un ecosistema bello e selvaggio, che andava senz’altro salvaguardato.

Ad oggi, l’incuria verso l’ambiente provoca ancora danni inimmaginabili a chi si trova a vivere nel luogo sbagliato. E il peggio è che è pure difficile rendersi conto di ciò che accade, perché è un tipo di violenza che viene esercitata in silenzio, e soprattutto che ci impiega anni per manifestarsi. In Slow Violence Rob Nixon parla proprio di questo.

Come Gosh, valuta molto gli esempi letterari come influenti, solo che sceglie di mettere in evidenza quelli più pregnanti e ben riusciti. Nel capitolo quinto, però, parla chiaramente di quelle che definisce “unimagined communities”, ossia di comunità marginalizzate al punto da venire cancellate anche dai dati statistici che avevano il potere di de-umanizzarle.

Come sostiene Sainath:

Troppo spesso povertà e deprivazione vengono presentati come singoli eventi. Questo avviene quando capita qualche disastro, e le persone muoiono. Invece la povertà riguarda più le morti per fame o condizioni di carestia. E’ la somma totale di una molteplicità di fattori. […] Questi includono non solo il reddito o l’assunzione di calorie. Terra, salute, educazione, alfabetizzazione, mortalità infantile e aspettativa di vita sono solo alcune di queste. Debiti, risorse, irrigazione, acqua potabile, sanità e lavoro contano allo stesso modo. (2017:6)

È necessario riconoscere che il problema ambientale è anche una questione di giustizia sociale, e far sì che le rappresentazioni in tal senso vengano assorbite e diffuse dai media, per aprirsi alla possibilità del cambiamento. Quando le micro-narrative che ci raggiungono nel quotidiano saranno sensibili a questi temi, allora, magari lo saremo anche noi.

 

Piattaforme per la giustizia ambientale

Vorrei qui limitarmi a segnalare il lavoro di alcuni professionisti, impegnati su alcune piattaforme create ad hoc per mantenere alto il livello di informazione sui conflitti ambientali presenti nel mondo.

Una molto ben fatta è l’Environmental Justice Atlas (EJAtlas), che non solo fornisce rapporti su innumerevoli controversie ambientali in corso al momento su scala globale, ma una traduzione degli articoli in numerose lingue straniere.

Ciò permette a molti di fruire delle informazioni presenti sul sito senza dover per forza adeguarsi ai ritmi di un linguaggio non proprio. Sulla piattaforma, un’intero collettivo di interessati, professionisti e non, si impegna a mantenere aggiornate le condizioni del pianeta.

Per uno focus maggiore sull’India invece, c’è sempre la Radical Ecological Democracy (RED). È nata dall’impengo del Kalpavriksh Environmental Action Group, che negli ultimi quarant’anni si è impegnato per promuovere la conservazione e sostenibilità nel subcontinente indiano. A questo primo nucleo, si sono aggiunti esperti e interessati da tutto il mondo, non solo dell’India, che ora continuano ad aggiornare la situazione globale in termini di rispetto e lotta per l’integrità ambientale.

Infine, la creazione di un nuovo immaginario va coltivata, veicolata attraverso forme alternative di sapere. Una delle più potenti, io credo, è proprio l’esperienza diretta. Chiunque voglia divenire pratico delle dinamiche in atto, deve scendere sul campo. Può farlo vicino a casa come dell’altra parte del mondo. L’emergenza non deve scoraggiare gli sforzi congiunti per venire a capo di questo piccolo grande mistero. Anzi, casomai potrebbe averci influenzato positivamente, rendendoci più consapevoli di quello che abbiamo e di come sia necessario difenderlo.

 

Bibliografia:

  • Agamben G., 2005, Homo Sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Torino, Einaudi;
  • Appadurai A., 2012, Modernità in polvere, Milano, Cortina Editore;
  • Bagliani M., Dansero E., 2011, Politiche dell’Ambiente. Dalla natura al territorio, Torino, UTET Università;
  • Gosh A., 2016, La grande cecità, Vicenza, Neri Pozza;
  • Nixon R., 2011, Violenza lenta e l’ambientalismo dei poveri, Cambridge, Harvard University Press;
  • Sainath P., 2017, Everybody loves a good drought, Londra, Penguin Editore;