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Sulla sottovalutata importanza della divulgazione

Nella prefazione originale di “The Selfish Gene”, Richard Dawkins scrive: “Mi domando adesso perché non si elimini la maggior parte del nostro gergo dalle riviste scientifiche. Sono partito dal presupposto che un profano, pur non possedendo una conoscenza specifica, non è uno stupido”. Partendo questa premessa, soglia di un libro che risulta disarmante nel suo saper conciliare semplicità e acume intellettuale, vorrei proporre al lettore una riflessione: perché nelle opere saggistiche specializzate (a prescindere dalla disciplina), risulta essenziale utilizzare una forma di linguaggio complessa e deliberatamente elitaria? E’ possibile sacrificare vocabolari estremamente tecnici a favore di altri più fruibili e generici, senza compromettere la sostanza dell’argomento trattato? E’ davvero necessario che ci sia un simile divario di forma tra contesti di divulgazione e contesti più prettamente accademici?

 

Questo della complessità del linguaggio è un ostacolo che un novizio di qualsivoglia disciplina si trova davanti durante i suoi primi passi del suo percorso accademico. Un muro, ostile. A primo impatto decisamente sconfortante. Di colpo ci si sente come coinvolti in un complesso rito iniziatico, e il principio alla base è evidente: sei degno di varcare questa soglia? Hai gli strumenti adatti a maneggiare questo sapere? Chi, come me, si è trovato alle prime armi con una nuova materia è testimone di quanto sia difficile approcciarvisi inizialmente. Chiaramente, gli sforzi vengono ripagati: la conquista del contenuto di quei libri si accompagna a un senso di soddisfazione unico nel suo genere. Tuttavia, spesso mi sono chiesto se quel sudore fosse stato realmente necessario.

Non credo dunque sia un caso che i saggi più diffusi sul mercato internazionale siano stati scritti da autori “outsider” rispetto a  un certo ambiente o persino alla disciplina trattata nei libri. Ne è parzialmente testimone il fatto che alcuni dei testi più famosi in antropologia non siano stati scritti da antropologi.

Uno degli esempi più celebri è senza dubbio il bestseller di Diamond, “Armi, acciaio e malattie”. Un libro in grado di appassionare chiunque al tema della varietà culturale umana. Semplice, innovativo, fresco, accattivante, a tratti anche divertente. Ritengo dunque che sia importante sottolineare il fatto che un profano della disciplina sia potenzialmente molto più intrigato da un testo di Diamond che da un saggio di Appadurai. Più affascinato da un testo che attribuisce alla prevaricazione degli spagnoli sui popoli mesoamericani vantaggi tecnici ed epidemiologici, che da un Appadurai, il quale conia una terminologia tutta sua per parlare delle direttrici di diffusione di cose, persone e idee nel mondo globalizzato odierno.

E’ un dato di fatto che la facile comprensione di un argomento nuovo invogli il lettore ad approfondire lo stesso. Le opere più influenti sul piano universale hanno di norma sempre avuto un carattere molto più colloquiale e accessibile. Questo perché, uno sguardo in qualche modo esterno, può andare più lontano degli occhi di chi è ormai immerso nel proprio oggetto di studio da non riuscire a considerarlo nella sua totalità.

Chi adotta un linguaggio semplice con la dichiarata volontà di rendere la sua opera fruibile ai più viene spesso tacciato di essere troppo “divulgatore”. Di natura totalmente neutrale, a volte questo appellativo sembra caricarsi di carattere negativo. Anche se, nella sua accezione comune il “divulgatore” pare occupare uno scalino gerarchico più basso rispetto a un esperto o a un ricercatore. Eppure c’è più che mai bisogno sia dell’uno che dell’altro.

Chi divulga fa da mediatore tra due mondi che altrimenti non sarebbero in contatto. Dire le cose in maniera semplificata non significa snaturarle o umiliarle, significa altresì renderle digeribili a più gente possibile. Ci si stupisce che ancora oggi molta gente non conosca il significato di “antropologia”, eppure la cosa non è per niente sorprendente: se da una parte continuiamo a rintanarci in aristocratici battibecchi da salotti accademici e dall’altra non iniziamo a dare il giusto peso a saggi di divulgazione come quello di Diamond, sarà quasi impossibile rendere di dominio pubblico concetti capitali quali il “relativismo culturale”.

L’antropologia non è solo teoria, può fare molto sul piano pratico, e di questo ne sono convinto. Può insegnare a rapportarsi in maniere del tutto inedite col mondo esterno, a riconoscere nelle differenze e nelle peculiarità una ricchezza inestimabile. Ma per insegnare tutto questo ad un pubblico il più esteso possibile c’è davvero bisogno di rendersi comprensibili.
Lasciamo i vocabolari tecnici negli scaffali dei seminari.
Il nostro oggetto di studio è l’uomo nelle sue infinite possibilità? Rendiamoci umani, dunque.

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-Matteo Croce

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1 commento su “Sulla sottovalutata importanza della divulgazione”

  1. Penso che un ricercatore abbia costantemente bisogno degli strumenti più efficienti, quindi in una pubblicazione scientifica utilizzerà termini oscuri ai tanti per rendere la lettura più leggera, e allo stesso tempo più precisa, per i lettori esperti del campo in questione. Ci vorrebbe una quantità di lavoro significativa, da svolgere a parte rispetto alla ricerca in sé, per esporre il tutto ad un pubblico comune. Con questo non voglio sminuire l’importanza della divulgazione, la quale a volte supera quella della ricerca stessa, ma secondo me non è possibile far incontrare le due tanto facilmente. Buona fortuna per il progetto e complimenti per l’articolo.
    Francesco Pettini

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