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Sindemia: un’antropologia del futuro incerto

Fonte: Idealista

Un fatto sociale totale: ecco cosa è stata (ed è ancora) la pandemia per noi. Nella definizione di Marcel Mauss un fatto sociale totale è un insieme di pratiche e discorsi che coinvolgono la maggior parte dei meccanismi di funzionamento della comunità di riferimento, con ripercussioni nelle pratiche e nelle credenze di tutti noi (Mauss, 1923).

In questo momento in Europa si diffondono i vaccini, diminuiscono i contagi, vengono allentate le restrizioni. Tutti noi ci ritroviamo a vivere una sorta di risveglio collettivo, auspicando un ritorno a una condizione utopica e immaginaria denominata “normalità”, vecchia o nuova che sia.

In realtà, guardando meglio, stiamo vivendo collettivamente in quella zona di senso denominata liminale da Victor Turner: un contesto di ibridazione sociale e culturale, nel quale si sono abbandonate le convenzioni precedenti ed è possibile vedere nascere modelli, significati e pratiche completamente nuovi (Victor Turner, 1986).

Ciò sta avvenendo in molte aree della nostra vita: lo spazio sociale è stato riorganizzato legando al concetto di prossimità il valore del rischio di contagio; il corpo, nel suo ruolo di dispositivo necessario all’esperienza percettiva del mondo (Merleau-Ponty, 1945), è stato catalogato come oggetto di possibile contaminazione da dover mantenere ad una “distanza di sicurezza” da altri corpi; le comunicazioni sono state riconfigurate attraverso i media digitali; la proibizione degli spostamenti ha interrotto quel flusso costante di relazioni che caratterizzava la nostra (perduta) “normalità”.

Il tempo, le relazioni intersoggettive e lo spazio si sono fluidificati, smaterializzati e frammentati. Attendendo un ritorno al passato che, logicamente, non arriverà mai, ci troviamo a proporre tentativi incerti di un futuro che si dispiegherà, semplicemente, passo dopo passo.

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Fonte: Open

All’interno di questo panorama, uno dei cambiamenti più facilmente individuabili è il configurarsi di un nuovo rapporto con l’universo della medicina, della salute e della cura.

Fino a febbraio 2020, quante volte al mese pronunciavamo parole come virus, batteri, immuni, contagi, igienizzazione, vaccino, mascherina, virologo, infettivologo, quarantena, distanziamento, intubazione, terapia intensiva?

Da più di un anno a questa parte, queste parole fanno parte del nostro uso quotidiano: ne parliamo con gli amici, in famiglia, li leggiamo sui giornali, li ritroviamo nelle pubblicità, nei meme, nei libri, nei film e nella musica. Concordando con la filosofia di Ludwig Wittgenstein secondo cui il linguaggio, rispecchiando ed esprimendo il mondo, mostra la forma logica della realtà, possiamo osservare come il nostro mondo sia stato medicalizzato: l’universo della sanità ha acquistato un ruolo primario nella nostra configurazione sociale.

Nel corso di quest’anno di emergenza pandemica, abbiamo assistito allo sviluppo di nuove gerarchie medico/paziente, una contrapposizione marcata tra diritto alla cura e disuguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari, il nascere di una sfiducia collettiva nei confronti della medicina e dei vaccini, un ruolo mediatico e politico sempre più pervasivo di medici e operatori della sanità,  l’affaccendarsi di pratiche di governo sempre più distanti dal welfare comunitario e di prossimità che si è rivelato più utile e più vicino ai bisogni dei cittadini.

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Campagna di sensibilizzazione, Ministero della Cultura, Ucraina 2020

In questo vortice di nuovi linguaggi si è assistito, in particolare, allo sviluppo di una forte dualità tra l’investimento massiccio a favore delle pratiche di cura e di sopravvivenza del corpo fisico da una parte e la scarsa attenzione al corpo psichico dall’altra.

Il benessere mentale e psicologico, fortemente minacciato da condizioni come l’isolamento, la solitudine, la paura, è stato socialmente posto in secondo piano, generando un’ampia diffusione di patologie psichiatriche.

La distanza tra unattenzione compulsiva al corpo fisico (pratiche come l’igienizzazione della mani, il distanziamento, la misurazione della temperatura corporea fanno parte della nostra quotidianità) e un progressivo abbandono delle riflessioni riguardanti la preservazione del benessere psico-fisico è andata ad ingrandirsi sempre di più.

A tal proposito, alcuni studiosi hanno reintrodotto il termine sindemia, anziché pandemia, per indicare la diffusione del Covid-19.

L’attenzione mediatica al termine sindemia è stata riaccesa dalla pubblicazione dell’articolo COVID-19 is not a pandemic, pubblicato il 26 settembre 2020 sul giornale The Lancet dal giornalista Richard Orton.

In questo articolo, il giornalista afferma che la gestione della pandemia è stata affrontata in modo sbagliato, in quanto non è stato utilizzato un approccio sindemico. Dal punto di vista etimologico “sindemia” deriva dal greco συν (insieme) e δήμος (popolo), con νόσημα (patologia).

Nella definizione dell’enciclopedia Treccani è:

l’insieme di problemi di salute, ambientali, sociali ed economici prodotti dall’interazione sinergica di due o più malattie trasmissibili e non trasmissibili, caratterizzata da pesanti ripercussioni, in particolare sulle fasce di popolazione svantaggiata.

Un approccio sindemico alla malattia, dunque, esamina le interazioni tra le patologie fisiche e i fattori sociali, ambientali ed economici, che possono influire negativamente sulla patologia o generarne di nuove come risultato.

Horton cita, infatti, l’antropologo medico Merril Singer, che negli anni ’90 del secolo scorso aveva già introdotto il concetto di sindemia:

a syndemic approach reveals biological and social interactions that are important for prognosis, treatment, and health policy.1Horton, 2020

L’approccio sindemico non si occupa soltanto del singolo paziente ma cerca di comprendere come queste interazioni agiscano sulle popolazioni o sui gruppi sociali: spesso, infatti, condizioni di disuguaglianza o ingiustizia sociale rendono i soggetti più vulnerabili e suscettibili allo sviluppo di certe patologie.

Singer, insieme ad alcuni colleghi, giunse a queste considerazioni mentre stava studiando la diffusione del virus dell’HIV nei tossicodipendenti: da questi studi, l’antropologo seppe osservare come la facilità ad ammalarsi, il rischio di ricadute e il rafforzarsi della malattia aumentassero in contesti di condizioni sociali e ambientali degradanti e in condizioni di disapprovazione collettiva da parte del  contesto sociale di riferimento.

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Fonte: Il Giardino della Cultura

Gli studi di Singer hanno aperto una nuova prospettiva per la ricerca nel campo della salute, che tiene conto di come i fattori clinici non si possono distanziare dai fattori sociali, ma anzi essi si collegano e si contaminano a vicenda.

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Negli ultimi anni, sono state descritte situazioni di sindemia anche in altri contesti, come la condizione complementare di HIV-malnutrizione-insicurezza alimentare nell’Africa sub-sahariana2HIV/AIDS, sicurezza alimentare e contesto rurale, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, Roma o la “VIDDA” (violenza, immigrazione, depressione, diabete di tipo 2 e abuso)3G. Collecchia, Il modello sindemico, Saluteinternazionale.info, 2019, rilevata nelle donne emigrate dal Messico agli Stati Uniti.

Per quanto riguarda l’emergenza Covid-19, essa ha conseguenze molto differenti tra le varie classi sociali (maggiore rischio di contagio, manifestazioni più gravi del virus, ridotte possibilità di accesso ai servizi), a seconda delle condizioni di partenza dell’individuo, tenendo conto del contesto sociale (livello di povertà, genere, età, occupazione, mancanza di supporto sociali, ridotta cultura della salute, piani alimentari poco salutari etc.).

Ma non solo: l’aspetto più diffuso ma meno tenuto in considerazione dai media e dalle istituzioni è stato quello dell’aumento di disagi psichici nella popolazione (ecco un esempio). La sindemia, in questo caso, riguarda la compartecipazione tra malattia infettiva e condizioni di malessere psico-fisico.

Fonte: Controcampus

Secondo una previsione della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologi, nei prossimi mesi si assisterà ad un aumento esponenziale dei casi di depressione (circa 800 mila, a cui si aggiungeranno 150 mila casi di depressione legate alla crisi economica e occupazionale). Lo stesso istituto osserva che, in Italia, il rischio di depressione «raddoppia per chi ha un reddito inferiore ai 15mila euro all’anno e triplica per chi è disoccupato»4Huffingtonpost.it, 2021.

Solitudine, isolamento, interruzione dei contatti sociali e dei contatti fisici, incertezza, instabilità economica, crisi occupazionale, mancanza di previsioni sul futuro e chiusura dei luoghi di svago: la sindemia che abbiamo (e stiamo) vivendo come “fatto sociale totale” modificherà le nostre vite secondo traiettorie che difficilmente possiamo prevedere.

Mentre i media parlano di un “ritorno alla normalità”, è importante considerare che, qualsiasi cosa accadrà nel prossimo futuro, farà parte di una nuova configurazione sociale. Forse siamo agli inizi di un nuovo periodo storico, la cui culla è stata la sindemia da cui piano piano ci risveglieremo. Diversi e cambiati.

 

Bibliografia:

  • Horton R., 2020, Covid-19 is not a pandemic, The Lancet, 26 settembre;
  • Marconi A., 2021, Guida a Wittgenstein, Laterza, Roma;
  • Marocco A., 2021, “Il Covid-19 non è una pandemia, ma una sindemia”: il virus colpisce anche la psiche, HuffingtonPost, 3 febbraio;
  • Mauss M., 2002 [1923], Essai sur le don. Forme et raison de l’échange dans les sociétés archaïques, L’Année sociologique, tr. it. di Zannino F., Einaudi, Torino;
  • Merleau-Ponty M., 2014, Fenomenologia della percezione, prima pubblicazione 1945, Bompiani, Milano;
  • Turner V., 1993, The Anthropology of Performance, New York, Paj Publications, 1986, tr. it. di Stefano Mosetti, il Mulino, Bologna.