Siamo tutti di destra: recensione a Studio sulla polarità religiosa di Robert Hertz

Recensione a Robert Hertz, la preminenza della mano destra, studi sulla polarità religiosa, Mimesis Milano-Udine 2017, 65 pp.

In corsivo sono riportate citazioni del testo

Quando si inizia a studiare antropologia, si dovrebbe iniziare a leggere di antropologia.
Tuttavia, molte delle teorie che sui manuali ci appassionano trovano espressione in monografie complesse, lunghe e faticose, che ad un primo approccio possono scoraggiare.
Ammetto di aver gettato la spugna con vari mostri sacri: ho abbandonato testi di Lévi-Strauss e di Griaule, di Frazer come di Boas, per poi eventualmente riprenderli in un secondo momento.

Sono però riuscita a raccogliere diversi titoli i cui autori non solo erano antropologi straordinari, ma anche scrittori capaci di comunicare le loro osservazioni in maniera semplice e comprensibile perfino a lettori che prendono in mano i loro testi molti decenni dopo la prima pubblicazione.

Tra questi, Robert Hertz è a mio parere il più straordinario. Nonostante la carriera – purtroppo – breve, i suoi contributi sono la compiuta ed elegante espressione di due secoli di riflessione sociologica e antropologica. Dal Contributo alla rappresentazione collettiva della morte, un’arguta interpretazione delle celebrazioni funerarie, analizzate attraverso la lente dei riti di passaggio, alla meno nota etnografia sulle forme devozionali del santuario di San Besso, Hertz ancora oggi riesce a parlarci di temi contemporanei e locali, e a farci partecipi delle sue brillanti riflessioni teoriche, con una prosa scorrevole, puntuale ed incredibilmente sintetica.

Nel 1909 pubblica su Revue Philosophique de la France et de l’Étranger La preminenza della mano destra: studio sulla polarità religiosa, un grande contributo alle scienze sociali che si pone l’obiettivo di indagare la preminenza della mano destra sulla mano sinistra.
L’oggetto di questa analisi è semplice, quotidiano, osservabile in ogni angolo del pianeta: (quasi) tutti hanno una mano più abile dell’altra che, solitamente, è la mano destra. I mancini sono generalmente un’eccezione, nella società a noi contemporanea, come in quella in cui viveva Hertz:

I bambini dei nativi avevano il braccio sinistro completamente legato: serviva per insegnargli a non usarlo. Noi abbiamo abolito i lacci materiali, ma solo questo. Uno dei segni che distingue un bambino “ben educato” è che la sua mano sinistra è divenuta incapace di qualsiasi azione indipendente.

Mia nonna è mancina, e mi ha raccontato che, quando era alle elementari, le sue insegnanti l’hanno sgridata, umiliata e picchiata finché non ha imparato a scrivere con la mano destra. Abbiamo tutti sentito storie simili, che non appartengono solamente ad un recente passato della nostra società, ma sono ancora vive, suppongo, in altri paesi e, forse in maniera più silenziosa, anche nel nostro.

Certo, l’entità dello stigma sociale che i mancini affrontano oggi si è decisamente ridimensionata, tuttavia è necessario che imparino, nella loro quotidianità, a utilizzare la mano destra, laddove i destrorsi non devono imparare a essere mancini: ho un’amica che mi fa notare quanto siano scomodi per chi scrive con la mano sinistra i tavolini reclinabili attaccati al bracciolo destro delle sedie. Più in generale, il cambio della macchina va gestito con la mano destra, si scrive da destra a sinistra (con conseguenti sbavature per i mancini), bisogna a imparare a usare le forbici con la mano destra… Insomma, la nostra società è orientata verso destra.
E questo, ci dice Hertz, non è dovuto al fatto che la maggior parte della popolazione utilizzi la mano destra, ma al contrario: la maggior parte delle popolazione utilizza la mano destra perché è la direzione verso la quale è orientata la nostra società. Essere destrosi o mancini ha quindi un’enorme portata simbolica, che prescinde la tendenza fisiologica.

La ragione non ci consiglierebbe di provare a correggere con l’educazione la debolezza della mano meno favorita? Esattamente al contrario, la mano sinistra è repressa, mantenuta inattiva.
[…] 
la mano sinistra è rifiutata non perché sia debole e senza forza: è vero esattamente il contrario. Questa mano è soggetta a una vera e propria mutilazione. […] I sentimenti di un mancino in una società incolta sono analoghi a quelli di un uomo non circonciso in Paesi dove la circoncisione è legge. Il fatto è che il destrismo non è semplicemente accettato, o subìto, come una necessità naturale: è un ideale al quale ognuno deve conformarsi e che la società ci impone.

Secondo Hertz, erede diretto del pensiero durkhemiano, l’universo è diviso in due poli, uno sacro e uno profano, da cui derivano tutte le coppie oppositive esistenti:  il puro e l’impuro, il bene e il male, la forza e la debolezza, la vita e la morte.
Utilizziamo questo dualismo fondamentale per interpretare quella che ci sembra la tendenza spontanea dell’universo di dividersi in forze opposte: in realtà la bipolarità è stata istituita dall’uomo stesso, in quanto necessaria all’organizzazione sociale (struttura struttarata e strutturante, direbbe Bourdieu). La polarità sociale, secondo Hertz e secondo la scuola sociologica di Durkehim, deriva sempre dalla polarità religiosa, che diviene allora essenziale per il funzionamento intero della comunità.
Cioè: senza le categorie oppositive che derivano da sacro e da profano, non ci sarebbe il lessico della differenza, imprescindibile per l’identità di ogni gruppo sociale.

Il dualismo, essenziale al pensiero dei primitivi, domina la loro organizzazione sociale.
Appaiono le classi o le caste, di cui l’una, al vertice, è essenzialmente sacra, nobile, votata a opere superiori, mentre l’altra, alla base, è profana o immonda e preposta alle vili attività.

La preminenza della mano destra sulla sinistra sarebbe allora, secondo Hertz, semplice riproduzione del dualismo sacro/profano: la differenza simbolica su cui si basa l’intero universo (quella su cui noi facciamo sì che l’universo si basi) si riflette, ovviamente, non solo nei nostri pensieri, nell’organizzazione spaziale delle nostre dimore e dei nostri luogo di culto, ma anche nel nostro corpo. E, nello specifico, nelle nostre mani.
Perché le mani sono i principali strumenti tramite cui agiamo sul mondo, le mani rappresentano la dimensione simbolica del nostro corpo: con le mani si cura, si concede il perdono, si accusa, si fanno incantesimi, si veicola la sacralità e l’impurità.

La mano sinistra sarebbe dunque da reprimere e punire perché porta con sé il rischio del male.
Il profano […] appare come l’elemento antagonista che, con il solo contatto, degrada, diminuisce e altera l’essenza delle cose sacre.
Il tabù che circonda la mano sinistra è testimoniato dagli importanti rituali di purificazione che coinvolgono le mani (ad esempio la fede nuziale all’anulare della mano sinistra per rafforzare la nostra parte più esposta alle impurità), che però non approfondiremo in questa sede.

A riprova della sua teoria, Hertz propone una riflessione filologica, che mira a mettere in luce le implicazioni simboliche della polarità religiosa nel nostro linguaggio.
Nella maggior parte delle lingue indoeuropee, c’è una radice comune per il termine “destra” che, oltre ad essere condivisa, esprime i medesimi ideali, di forza fisica, capacità, destrezza, dirittura, rettitudine, norma giuridica e di diritto. La sinistra invece è espressa da numerose denominazioni distinte, che tuttavia evocano la maggior parte delle idee contrarie a quella di destra. Secondo Hertz la molteplicità e instabilità dei termini che designano la sinistra, il loro carattere evasivo, si spiegherebbe con i sentimenti di inquietudine e avversione che la comunità prova rispetto al lato sinistro: si cambierebbe il lemma per cercare di attenuare il male.

La forza o la debolezza fisica delle nostre mani derivano quindi da una qualità molto più profonda e antecedente: l’opposizione tra sacro e profano.
Se la mano destra è designata come la mano buona, se il lato destro è quello della rettitudine e il sinistro quello della devianza non possiamo non riconoscervi, secondo Hertz, “l’eco indebolita di qualificazioni ed emozioni religiose che da lunghi secoli si sono associate ai due lati del nostro corpo.”
La preminenza della mano destra sarebbe allora una rappresentazione collettiva, figlia di un imperativo morale lontano ma presente, che ci spinge, inconsapevolmente, a riconoscere alla destra attributi positivi e alla sinistra attributi negativi e a prediligere l’uso della prima.

Come potrebbe il coro dell’uomo, il microcosmo, sfuggire alla legge della polarità che governa ogni cosa? La società, l’universo intero hanno un lato sacro, nobile, prezioso, e un altro profano e comune, un lato maschile, forte, attivo, e un altro femminile, debole, passivo, o in due parole, un lato destro e un lato sinistro: e soltanto l’organismo umano sarebbe simmetrico? Vi è qui, se ci si pensa, un’impossibilità: una tale eccezione non sarebbe soltanto un’inspiegabile anomalia, essa distruggerebbe tutta l’economia del mondo spirituale. Perché l’uomo è al centro della creazione; a lui spetta di manipolare, per volgerle al meglio, le forze temibili che fanno vivere e fanno morire.
Se l’asimmetria organica non fosse esistita, sarebbe stato necessario inventarla.

Dopo quasi cent’anni dalla pubblicazione di questo testo, penso che si sappia dire ancora alcune cose di noi.
Hertz dimostra come sia arbitrario e costruito il legame tra lato destro e l’idea di sacralità: se qualcosa fosse andato diversamente, ci sarebbe capitato di vivere in un mondo in cui il cambio della macchina era a sinistra (quindi la soluzione di tutto forse è in Inghilterra).
Ma a questa arbitrarietà sottende una questione più ampia e più urgente: non importa quale sia il lato profano o il lato sacro, l’importante è che ce ne sia uno subordinato a uno più potente.
Per la nostra personale e contemporanea organizzazione sociale, questo cosa comporta? Se la nostra geografia dell’universo e della fede dividesse il cosmo non in due poli, ma in tre, quattro cinque, infiniti poli caratterizzati dalla stessa forza, se la battaglia non fosse sempre tra bene e male, il nostro mondo sarebbe diverso? Saremmo tutti ambidestri?

E in ultima istanza: dov’è oggi il nostro sacro? Dov’è il nostro profano? Dove nel nostro corpo e dove nelle nostre menti?
Nella società liquida, in cui sfumano distanze e differenze, esistono ancora polarità?

(foto di Enrico Bartolucci)

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