Senegal: retrospettiva di viaggio – Parte Prima

Decisioni affrettate e conseguenze inaspettate

Solitamente anche l’antropologo in erba sa che la scelta del campo di indagine è fondamentale quando si fa ricerca. Purtroppo quando ben due anni fa mi sono avventurata per la prima volta fuori dalle aule universitarie, cercando un’esperienza sul campo che potesse darmi delle risposte e prepararmi al futuro, non ero ancora né un’aspirante antropologa né una persona particolarmente saggia. Credevo fortemente che le occasioni andassero colte quando si sarebbero presentate, e trovandomi a dubitare del mondo della cooperazione, che al tempo costituiva la destinazione principale di ogni mia ambizione, mi sono ritrovata ad accettare di accompagnare una ragazza che a malapena conoscevo in un viaggio di un mese e mezzo in Senegal.

 

 

 

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Il “Monument de la renaissance africaine” a Dakar

 

 

 

E’ stata invero un’esperienza travolgente e profondamente formativa, ma al contempo non mi è costata poco, in termini di tempo, di impegno e di energia relazionale da mettere in campo. In verità ho commesso diversi errori, molti da un punto di vista metodologico, altri semplicemente dal punto di vista umano, ma poi, in fondo, è vero che sbagliando si cresce, e condividere il tutto può portare altri a non sottovalutare alcuni aspetti quando si decide di fare un’ esperienza di questo genere.

Questo articolo, come quelli che seguiranno, non si propone soltanto come esempio con cui confrontarsi o come condivisione di un’esperienza: voglio mettere in evidenza in ciascuno di essi almeno uno degli aspetti del Senegal che mi ha maggiormente colpito, che avrei voluto approfondire decisamente di più, o che mi hanno fatta sentire privilegiata per aver avuto l’occasione di osservare.

Il Senegal è uno di quei paesi che conserva in sé mille aspetti ancora da scoprire, che colpiscono l’ immaginazione e che fanno riflettere, nel bene e nel male.

 

Errori maledettamente semplici da compiere

Ripeto che il mio viaggio aveva come finalità quello di farmi sperimentare almeno in parte com’ è lavorare nel mondo della cooperazione. Tuttavia, evidentemente, avevo pensato che per capirci qualcosa bastasse la buona volontà, perché sebbene prima di partire io abbia studiato un po’ di francese, una volta arrivata là mi sono resa subito conto di quanto la mia preparazione fosse insufficiente. E’ vero che sono cresciuta con dei parenti francesi e avevo studiato la lingua alle medie e poi all’ università… ma dai libri al parlato il passo è piuttosto lungo.

Il mio approccio è stato evidentemente ingenuo, ma la cosa positiva è che dopo tre giorni in cui non si capisce quasi nulla di quello che ci viene detto, si comincia a farci l’ orecchio. Alla fine è vera la credenza generale: per imparare una lingua devi parlarla. A fine viaggio infatti parlavo francese, ma sarebbe stato utile saperlo fare già da prima.

Un altro degli errori da me commessi è stato affidarmi totalmente alle mie compagne di viaggio per quanto riguardava stile di vita, spostamenti e spirito di gruppo. Credevo che essere assieme in un paese straniero creasse automaticamente un legame forte e un’ atmosfera di reciproco aiuto, ma ovviamente ciascuno è diverso e si vive le situazioni a modo suo. Ad oggi il mio mantra quando viaggio è “intraprendenza e autonomia”. Per quanto sia difficile o spaventoso all’ inizio, una volta in loco muoversi da soli diventa davvero semplice. Se i programmi degli altri non vi soddisfano, cambiate strada. Alla sera poi è anche bello avere qualcosa da raccontarsi, invece di vivere sempre le stesse esperienze.

Un altro aspetto da non sottovalutare è il contatto col campo. Devo dire che una delle cose che non ho trascurato è stata la preparazione pre-partenza, anche se mi sono lasciata spazio per assorbire ciò che avrei visto e godere dello “shock” antropologico così raccomandato dai grandi del passato, come Margaret Mead, anche se al tempo non sapevo nemmeno chi fosse.

 

 

 

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Mercato del pesce a ‘Mbour

 

 

 

Non è banale come sembra affermare che leggere sui libri e vedere coi propri occhi sono due cose diverse, soprattutto rendersi conto che quello che tu chiami “degrado” in alcuni posti è la normalità. E con normalità non intendo che tutti pensano “si, è degrado, ma prima o poi sarà diverso”; ci sono persone che vivranno per sempre in condizioni che da noi non sarebbero ritenute accettabili o dignitose, e invece là sono caratteristiche di tutti i giorni.

Il mio consiglio in questo caso è di godersi la sensazione di disagio che ne deriva il più a lungo possibile, perché in quei momenti siete testimoni della cultura “altra” che entra in voi e prova a farsi accettare. Lungi da me credere di insegnare qualcosa a qualcuno, ma in base alla mia esperienza in momenti come questi arrivano le maggiori illuminazioni, le più profonde ispirazioni, le sfide più profonde all’ io che abbiamo dato per scontato fino a quel momento.

 

L’ inaspettato diventa fonte d’ ispirazione: i Simb del Senegal

Lasciandosi alle spalle per un momento la nota depressiva dei precedenti paragrafi, devo dire che già dai primissimi giorni del nostro arrivo non sono mancate occasioni di riflessione sulla cultura che ci si parava d’ avanti. Anzitutto già il 4 aprile, festa di fondazione del Senegal, ci siamo ritrovate a Dakar con un gruppo di amici del posto, e invece di assistere alle parate e alle cerimonie imbastite dalle forze politiche, siamo state invitate a prendere parte ad una manifestazione popolare.

Quello che ci è stato presentato come una sorta di “carnevale” senegalese era in verità la danza dei Simb, la cui storia fa capo ad antiche leggende e ha preso corpo, però, principalmente dal 1950. Sarà un caso che mancavano 10 anni all’ indipendenza? Chi lo sa…

 

 

 

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Uno dei simb del Senegal nel bel mezzo di una danza

 

 

 

I Simb sono i cosiddetti “falsi leoni”. La leggenda cui fanno riferimento è quella di uomini che anticamente avevano incontrato leoni particolarmente potenti ed erano stati in qualche modo posseduti. Inizialmente era necessario, dunque, che tali uomini si sottoponessero ad un rituale per essere riammessi in società. Si utilizza in questo caso la formula del Jat, che sembra permettere agli uomini posseduti di uscire dalla trance in cui si trovano e a coloro che recitano la formula di controllarli:

Saalaali Mouhamad

Waalaali Mouhamad

Sakajàa Makajaà

Boul jaar ci kenn

jaaral ci man mii di ndey taw

wa bidig bidig wa badag badag

wa bantoum bantoum

wa anaa raki bantoum

wa diikoum diikoum

wa daakoum daakoum

wa dandakoumdanda sooré

Yaw njàay, man njaay,

Yaw taabou, man taabou

yaw Taábou dou laal moroómou Taáboum

Aie Jinéé, Hjaáy!!!

Dagli anni 50′ le pratiche sembrano essere più comuni e la danza dei “falsi leoni” ricorre in varie occasioni di festa. Oggi ad essere ammirata maggiormente è la bravura dei ballerini e le loro vesti sgargianti, volte a farli somigliare a dei veri e propri leoni. Di fatto è divenuta più un’ esperienza giocosa, con una forte connessione al background culturale di cui faceva parte, al punto che molti senegalesi hanno preferito celebrazioni come queste alla  manifestazione per festeggiare l’ indipendenza.

Questo particolare attaccamento ad una tradizione ci rende consapevoli di quanto le persone si sentissero più accomunate da celebrazioni di questo tipo piuttosto che da quelle ufficiali. E’ interessante osservare come queste pratiche siano tipiche e peculiari ma coinvolgano interi quartieri, in cui la vita si cristallizza per la durata dell’ esibizione, e come ognuno sia convinto che gli uomini sotto ai vestiti e al trucco siano veri e propri leoni, capaci di rapire bambini e donne, e contrastabili solo e soltanto attraverso il Jat.

 

 

 

 

 

 

Nel nostro caso, le persone rapite siamo state noi. Forse soprattutto perché eravamo le uniche occidentali tra il pubblico, gli organizzatori hanno pensato bene di coinvolgerci. Mentre io e un’ altra siamo state prese in ostaggio, la nostra amica ha recitato il Jat, davanti a tutti, liberandoci dalle grinfie dei temibili Simb.

Inutile dire che la nostra presenza è stata molto apprezzata, e se avessimo voluto forse per noi la danza dei Simb avrebbe potuto essere una sorta di “combattimento tra galli” di Geertz. Se fossi stata interessata, al tempo, a portare avanti un’ indagine etnografica, avrei senz’ altro potuto cominciare da lì.

Infatti il Senegal è uno dei paesi dell’ Africa dell’ Ovest in cui la presenza dei leoni è stata alquanto significativa. Ancora nei parchi nazionali del paese ve ne sono allo stato brado. La possessione da parte del leone e la conseguente danza di liberazione, seguita dal Jat, sono quindi estremamente costitutivi di un panorama ricco e variegato. Attendono solo di essere approfonditi e maggiormente indagati.

 

 Inizio di un viaggio, cultura in movimento

La prima lezione che ho imparato da questo viaggio è stata dunque l’importanza di lasciare che il campo ti sorprenda. Essere iper-documentati è assolutamente utile, ma non ti insegna il colpo allo stomaco la prima volta che vedi un talibe, lo strano senso di inadeguatezza quando vieni chiamato “toubab” per la prima volta, l’ebrezza di osservare la danza dei Simb e avere accanto persone sconosciute che vivono in un mondo molto diverso dal tuo.

Il campo è totalizzante e immenso, e più di una volta sembra di uscire sconfitti da un confronto con qualcosa di così sconfinato. Ciò non vuol dire che non valga la pena di misurarsi con questa sfida, qualunque cosa stiate cercando in quella parte del mondo in quel momento. Nessuno vi vieta di emozionarvi per ciò che è diverso. 

 

 

Sitografia:

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