fbpx

Scienza e magia, al di là del vero o falso

All’interno dell’immaginario occidentale scienza e magia sono collegate ed è difficile pensare all’una senza richiamare alla mente l’altra. Il filo che le collega è quello della profonda diversità d’approccio alla conoscenza della realtà.

Inoltre, in virtù dell’affidabilità del metodo di origine galileiana, si suole associare la scienza al vero, mentre la magia, che non pone le sue basi su un metodo riconosciuto altrettanto valido, al falso. Più specificatamente, si ritiene che la scienza sia capace di descrivere il mondo così com’è, invece la magia si occupa dell’occulto, del fantastico, del paranormale e spesso viene accostata a una visione superstiziosa e credula del mondo.

Si è andata dunque costruendo, nel corso dei secoli, un’opposizione tra le due, un opposizione che si erge su un rapporto dicotomico di verità/falsità. Per quanto la scienza muova i primi passi incerti accompagnata dall’immaginazione e dalla fantasia e, spesso, mescolandosi ad elementi magici, man mano che compie il suo cammino tende ad escludere dal suo dominio tutto ciò che non è più provato dal metodo che la sostiene.

Un altro elemento che ha contribuito ad alimentare l’opposizione tra scienza e magia consta nella diversa concezione del sapere. Infatti, quello scientifico fin dalle sue origini si caratterizza come un sapere libero, accessibile a tutti e, quindi, democratico; il sapere magico, invece, si delinea come un sapere per pochi, riservato agli esperti e, quindi elitario, esclusivo.

Oggi, nonostante siano nati movimenti che mettono in discussione l’affidabilità della scienza, questa tende ancora a essere riconosciuta valida e considerata come «lo strumento migliore che fino ad oggi la specie umana ha prodotto per conoscere la realtà che la circonda.»1Ciardi, 2014:9

Insomma man mano che la scienza progrediva, tutto ciò che non soddisfaceva i presupposti per essere definito tale, veniva relegato nell’ambito della magia, dell’occulto, nel dominio di ciarlatani e imbroglioni. E anche se la magia mantiene per lungo tempo – e probabilmente ancora oggi – la capacità di affascinare e di far presa sulle persone, tuttavia la questione in occidente sembrava risolta.

 

 

 

 

Cionondimeno, a partire dal XVIII secolo, con una nuova ondata di scoperte geografiche, l’incontro con l’altro spalancò le porte a una nuova riflessione sulla magia come forma di sapere e sul suo rapporto con la scienza occidentale.

In questo l’antropologia giocò un ruolo fondamentale, dal momento che le pratiche dei popoli con cui gli esploratori, i missionari e i primi etnografi entravano in contatto, suscitarono l’interesse della nascente disciplina e ne alimentarono lo sviluppo.

La questione diventò come considerare tali pratiche rispetto a quelle che vigevano in un occidente che appariva più progredito. La magia rientrava tra queste pratiche e, inizialmente, si utilizzò questo fatto per avvallare l’ipotesi che l’intera storia umana procedesse lungo un cammino scandito da tappe di sviluppo differenti, di cui il sapere magico costituiva non solo la più antica, ma anche la più arretrata intellettualmente.

Un chiaro esempio di questo modo di concepire la magia presso le popolazioni native è contenuto nell’opera Il ramo d’oro di James G. Frazer. L’antropologo britannico pone la magia come forma di sapere anteriore alla religione e alla scienza, dal momento che ritiene «la magia tanto un falso sistema di leggi naturali quanto una guida fallace della condotta.»  La magia, infatti, costituisce per lo studioso una falsa scienza a tutti gli effetti.

Frazer, inoltre, è convinto che tra i maghi di professione, presso i popoli etnologici, vi sia chi è ben consapevole della fallacia della magia e sfrutta la credulità dei propri fratelli per acquisire potenza e ricchezza. Un pensiero questo, in linea con l’accezione negativa che la magia e i suoi specialisti avevano assunto in occidente.

Leggi anche:  Immaginari preconfezionati e soggettività a confronto. Il turismo come percorso di conferma

Del resto, per Frazer, che è considerato l’ultimo grande evoluzionista,  la questione è lapalissiana: presso i popoli “primitivi”, considerati alla stregua di infanti dell’umanità, non possono che essere in uso pratiche primitive e superstiziose.

Tuttavia, per quanto ci si possa aspettare dall’antropologo britannico una cieca fiducia nella scienza e nel progresso, Il ramo d’oro si chiude con un’amara considerazione sul futuro dell’umanità. Frazer, infatti, afferma che «una pallida e vacillante luce illumina le parti già ordite [della storia dell’uomo], il resto si nasconde nella nebbia, nell’ombra, nel buio.»2Frazer, 1990:827

 

 

Frazer

 

 

La magia viene dunque riconosciuta come una forma di pensiero comune nelle società cosiddette primitive. Forma di pensiero che per la teoria evoluzionista rimane anteriore al pensiero scientifico occidentale. Eppure il pensiero magico presso i popoli nativi può essere considerato come un modo di pensare diverso da quello scientifico, ma non arretrato, semplicemente legato ad una diversa  forma mentis.

È quanto sostiene l’antropologo francese Lévy-Bruhl: in La mentalità primitiva, infatti, egli sostiene che il pensiero primitivo non sia una forma di sapere anteriore, e quindi mancante dal punto di vista razionale, ma che sia piuttosto una mentalità diversa nella sua qualità: esso si basa su presupposti diversi e non su principi riconducibili al pensiero scientifico e critico, a cui si rifà la scienza in Occidente.

Seguendo le intuizioni di Lévy-Bruhl, si può cominciare a considerare la magia non come risultato di un errore del pensiero poco sviluppato di una popolazione che si ritiene primitiva, ma come esito di un naturale sviluppo in un contesto culturale diverso da quello occidentale.

La magia, infatti, come la scienza è una risposta che l’uomo fornisce a se stesso di fronte ad una situazione incontrollabile, di fronte a qualcosa che sfugge alla sua comprensione. Con le parole di un altro importante studioso, essa trae la sua origine dalle «appassionate esperienze che lo [l’uomo] assalgono nelle impasse della sua vita istintiva e delle sue attività pratiche.» [3]3Malinowski, 2008:86

Quello che per Malinowski si può definire magia deriva da una risposta emotiva dell’essere umano dinanzi ad un evento straordinario, a qualcosa che rompe la sua routine e non è qualcosa di anteriore alla scienza, bensì un «possesso primordiale che afferma il potere autonomo dell’uomo di creare dei fini desiderati.»4Ibid., p. 93

 

 

Malinowski alle Isole Trobriand

 

 

Dunque la magia si delinea come un complesso di pratiche attraverso cui l’uomo è in grado di mantenere un proprio equilibrio e di compiere con fiducia i propri compiti e non più come pratica di ciarlatani e imbroglioni, non come un pensiero erroneo e anteriore alla scienza.

La magia sembra dunque andarsi a integrare in un sistema dotato di una propria coerenza interna, ma, leggendo quanto riportato da Evans-Pritchard riguardo agli Azande del Sudan meridionale,  può arrivare a delinearsi come «una filosofia naturale attraverso la quale spiegarsi le relazioni tra gli uomini e gli avvenimenti sfavorevoli, sia un mezzo immediato e stereotipato per reagirvi.»5Evans-Pritchard, 1976:101

 

 

Evans-Pritchard tra gli Azande

 

 

Così dunque, la magia assume senso non come parte integrante di un sistema, ma come sistema di idee tout court, attraverso cui leggere il mondo e all’interno del quale vige una determinata coerenza e per cui ogni disgrazia, anche la più banale è riconducibile alla stregoneria.

Leggi anche:  L'accusa di stregoneria nel sistema giudiziario centrafricano. Il carcere femminile di Bimbo, Bangui

Poc’anzi si è accennato al fatto che il pensiero magico scaturisce in risposta ad una crisi che colpisce l’essere umano di fronte allo straordinario. Il momento di crisi è fondamentale nel movimento di avvicinamento dell’uomo al mondo magico.

Nel momento in cui ci si avvicina al mondo magico, però, bisogna lasciare da parte il presupposto secondo cui esso sia ovviamente irreale. S’incorrerebbe altrimenti in quello che Ernesto de Martino definisce come l’errore degli studiosi che si interessano ai fenomeni legati al magismo. Secondo l’antropologo italiano, si deve invece interagire con la realtà magica da vicino, attraverso l’esame di testi e fatti etnografici.

In questo modo si scopre che il fenomeno della magia è strettamente connesso al processo di costituzione della presenza, ovvero all’agire dell’uomo volto a cercare di affermare il proprio esserci nel mondo dinanzi alla possibilità di veder vanificata la propria presenza.

È questa la crisi cui poc’anzi si accennava: l’uomo posto di fronte ad un accadimento catastrofico sente minacciata la volontà di affermare la propria presenza nel mondo. Per questo motivo ricorre alla magia; essa infatti è il primo tentativo messo in atto per contrastare la crisi della presenza.

Allargando il campo di indagine si è potuto riconoscere come la magia sia un fenomeno molto più ampio di quanto il giudizio che se ne è sviluppato in Occidente lasci immaginare. Un ulteriore esempio lo si trova nella lettura che Alfred Gell dà del saggio malinowskiano I Giardini di corallo e la loro magia.

Lo studio di Malinowski viene utilizzato da Gell per dimostrare come la magia presso gli abitanti delle isole Trobriand non sia altro che un diverso modo di considerare la strategia tecnica più adatta alla realizzazione di un lavoro e può considerarsi alla stregua della chimera delle società moderne: il mezzo attraverso cui arrivare alla produzione a costo zero. La magia si configura perciò come la tecnologia ideale che pervade le società in cui  la scienza ancora non ha fatto il suo ingresso.

Questo rapido excursus dello sviluppo del concetto di magia in seno all’antropologia ci può dimostrare che tramite il confronto con realtà altre si può arrivare alla messa in discussione delle più radicate credenze che caratterizzano il proprio contesto culturale. Tali credenze, tali giudizi derivano dallo sguardo etnocentrico gettato sull’altro, sul diverso, uno sguardo che ancora oggi rischia di portare a considerarlo arretrato, superstizioso e selvaggio.

 

Fonti e approfondimenti

  • Ciardi, M., 2014, Galileo & Harry Potter, La magia può aiutare la scienza? Roma, Carocci editore
  • Ciardi, M., 2017. Terra, Storia di un’idea, Bari, Editori Laterza
  • De Martino, E., 1967, Il mondo magico, Prolegomeni a una storia del magismo, Torino, Editore Boringhieri
  • Evans-Pritchard, E.E., 1976 [1937] Stregoneria, oracoli e magia tra gli Azande. Milano, Franco Angeli Editore
  • Fabietti, U., 2011, Storia dell’antropologia, Bologna, Zanichelli editore
  • Frazer, J., G., 1990 [1915] Il ramo d’oro, studio sulla magia e sulla religione. Torino, Bollati Boringhieri editore
  • Malinowski, B., 1976 [1948] Magia, scienza e religione. Roma, Newton Compton editori
  • Gell A. 2008, La tecnologia dell’incanto e l’incanto della tecnologia. in Antropologia, estetica ed arte (a cura di) A. Caoci, Franco Angeli editore, Milano