Rivoluzione Punk: un’anarchia ordinata

Con il termine “Punk” ci si riferisce ad un movimento subculturale di stampo anarchico ispirato dall’omonima Punk Music. Nato nei sobborghi del Regno Unito, si diffuse a macchia d’olio in pochi anni apportando profondi cambiamenti, se non non a livello sociale, sicuramente nei modelli di consumo del mercato mondiale. Costituisce uno dei casi più emblematici di come un agente strutturalmente antisociale possa essere inquadrato, domato e mercificato grazie agli “anticorpi” della società occidentale. 

Una subcultura è una dimensione culturale che nasce e si sviluppa all’interno di e, solitamente, in opposizione ad una cultura dominante egemonizzante. Per un approfondimento sul fenomeno subculturale consiglio la lettura di Hebdige [1979] e Bennett [1997]. Il primo, in particolare, svolge una lucida analisi sul processo di assimilazione dell’anomalia contro-culturale all’interno dei confortevoli schemi concettuali della società occidentale.

E’ interessante sottolineare come apparentemente ogni dimensione subculturale abbia prodotto o adottato uno specifico filone musicale a mo’ di “colonna sonora” della propria impresa. Pensiamo al Rock’n’Roll per Teds e Mods, al Reggae per il rastafarianesimo giamaicano, allo Ska per lo Skinhead. Nel caso del Punk, in particolare, l’identità tra musica, ideologia e attitudine è praticamente perfetta. La cacofonia musicale si riflette nell’anarchismo ideologico.

Sono gli inizi degli anni Settanta. L’Inghilterra, già principale palcoscenico di un radicale mutamento dell’industria musicale grazie a esponenti quali Beatles, Rolling Stones, Who e Led Zeppelin, si ritrova ad essere nuovamente fucina di una rivoluzione culturale ancora più deflagrante.

Fedele ad un modello tipico delle trasformazioni socioculturali, l’agente si situa ai margini della struttura sociale, l’azione si sprigiona secondo una direttrice bottom-up, dal “basso” verso “l’alto”. Il Punk comincia a prendere le sue prime, plateali mosse nel seno della working class britannica. 

Le grandi istituzioni del decennio precedente non sembrano più soddisfare le esigenze di riscatto sociale di una consistente porzione della gioventù inglese. Quello che è stato prima, per quanto recente, risulta obsoleto, inadeguato. Cosa che attesta la vertiginosa accelerazione che la rapidità di modificazione dei modelli culturali ha conosciuto dal Dopoguerra in avanti.

La cadenza delle trasformazioni diviene generazionale. Nuova generazione coincide quasi matematicamente con nuovi valori, nuovi modelli, nuovi mercati.

La Beat Generation è ormai al suo tramonto, il movimento hippie viene visto come un derivato di una borghesia inglese che “gioca a fare la rivoluzionaria” (il cui pacifismo, per altro, assume connotati estremamente utopistici) e “vecchie” star quali Rolling Stones e Neil Young sono sempre più spesso additate come “dinosauri” da cui prendere le distanze piuttosto che guide spirituali. Sono tutte voci che ora risultano afone quando si tratta di urlare la rabbia e la disillusione dei giovanissimi figli del proletariato inglese.

Per dirla con le parole del critico Dave Marsh, “l’innocenza degli anni ’60 si raggrumava nel cinismo dei ’70.” Il passo dalla disillusione e dal cinismo al nichilismo è più breve di quanto sembri. Potremmo dire che è su questo che si fonda la nuova “idea Punk”: abiurare, o usando un termine più contestuale, sputare sugli idoli della Società, fare terra bruciata di tutti i valori.

C’è un “problema” però. Lo storico acceleratore di questo sommovimento antisociale è tutt’altro che antisociale. Si muove lungo le logiche del mercato occidentale, dello show-business. Si chiama Malcolm McLaren e si ritrova fortuitamente a possedere un piccolo negozio di vestiti al 430 di King’s Road, alla periferia di Londra. E’ il 1971 quando McLaren e consorte, Vivienne Westwood, inaugurano ufficialmente “Let it Rock”.

L’attività cambierà nome diverse volte (“Too Fast to Live, Too Young to Die”, “Sex”…) e attraverserà varie identità, ma il concept di base rimane lo stesso: vendere capi abbastanza originali, stravaganti e provocanti da poter incontrare il gusto per l’eccesso dei giovani ribelli.

McLaren e la Westwood hanno un ottimo fiuto per gli affari e realizzano da subito che gruppi quali teds e mods non possiedono linee d’abbigliamento ufficiali. Il business parte così, da una parte come inventario di modelli di consumo subculturali, dall’altra come vera e propria fabbrica di inedite mode alternative.

La principale di queste “mode” sarà proprio quella Punk. Il successo di essa non è dato solo da un catalogo di vestiario, bensì da una delle iniziative più brillanti della storia dell’industria musicale mondiale. I protagonisti di questa iniziativa sono più che famosi, e prendono il nome a prestito dall’insegna del negozio di McLaren al tempo della loro formazione (“Sex”).

Sono ragazzi di bassissima estrazione sociale cresciuti nei sobborghi londinesi, hanno strumentazioni rubate e nessuna competenza musicale teorica o tecnica, sono sboccati, violenti e semi-analfabeti; dal punto di vista degli standard del mercato del tempo, un investimento disastroso; agli occhi di un anticonformista come McLaren, i Sex Pistols incarnano invece la formula perfetta per una rivoluzione nel panorama discografico anglosassone.

L’iconico Sid Vicious e Johnny “Rotten” Lydon, rispettivamente bassista e cantante dei Pistols

Così, dal 1974 in avanti il Punk, che ha i suoi archetipi negli eccessi dei Sex Pistols e nello stile d’abbigliamento firmato McLaren – Westwood (del quale i Sex Pistols costituiscono una sorta di manichini d’esposizione viventi), emerge all’attenzione generale come un “cancro” morale nel cuore del corpus sociale inglese. La sua rapida diffusione tra le due sponde dell’Atlantico suscitò preoccupazioni enormi nell’opinione pubblica.

L’analisi di Cohen sulla costruzione del “moral panic” individua nei mass-media i principali artefici di esso. In periodi di profonda crisi sociale, sono i distributori pubblici di informazione ad individuare il soggetto deviante e destabilizzante e ad esacerbarne i tratti demoniaci. In questo caso, il Punk venne spesso rappresentato dai media come un movimento dalle posizioni radicali e dall’orientamento quasi terroristico.

Ciò non fece altro che amplificare il panico e il conseguente vulnus nel common sense britannico. Insomma, lo sbandierare svastiche e croci celtiche non doveva certo fare una bella impressione agli occhi di un’Europa da poco ripresasi dai traumi della Guerra.

“Ho fatto una svastica in centro a Bologna ma era solo per litigare” oggi risulta una frase pietosa, ma negli anni ’70 avrebbe avuto complessi connotati politici, in quanto atto estremo di cesura con l’immediato passato e snaturamento simbolico.

Naturalmente, persino un fenomeno intimamente anarchico e decostruzionista come il Punk aveva bisogno di munirsi di un certo grado di ordine strutturale per perseguire i propri scopi. A questo proposito, Hebdige riadatta il concetto levi-straussiano di omologia al discorso subculturale: ogni subcultura presenta una precisa coerenza interna che si riflette nell’omogeneità tra la visione del mondo, l’estetica (il modo di vestire, per esempio) e la musica adottate.

Proprio questo ordine interno permette una definizione dei confini del fenomeno stesso. Nel momento in cui la cultura dominante è in grado di individuare tali confini ha gli strumenti per arginare la portata del fenomeno. E come? Rappresentando quest’ultimo non come una deviazione dalla norma, ma come una modalità di espressione della norma stessa. 

Anche in questa “terapia di psicanalisi sociale” i media e il discorso politico giocano un ruolo da protagonisti [Hebdige, 1979]. La conversione del “male” in ordinarietà e la sua progressiva perdita di potere sociale vanno a braccetto. L’evidenza di questa assimilazione si ha nel momento in cui i modelli di consumo subculturali vengono adottati dalla cultura dominante.

Tale è stato il destino del Punk e della sua rivoluzione. Nato come moda alternativa e provocatoria, sviluppatosi come fenomeno contro-culturale e bersaglio di stigma sociale, esso finì per essere ridotto ad un modello di consumo underground tra i giovani di tutto il mondo. A questo esito concorse la frammentarietà del movimento, che, non possedendo una linea d’azione precisa, si scisse in numerosi sottogruppi (anarcho-punk, Street punk, Nazi Punk, Straight Edge, Skinhead, Hardcore, Emo, ecc…).

Tuttavia, le conseguenze di quel viscerale grido anarchico dei Seventies non sono state per nulla superficiali, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto musicale. Grazie al Punk, l’accesso all’esibizione live è divenuto estremamente più inclusivo: chiunque abbia qualcosa da dire ha in teoria la possibilità di salire su un palco. L’identità concettuale tra competenza tecnica e talento si è dissolta, e ciò ha permesso la ribalta di giovani artisti che fino al tempo dei Beatles non avrebbero avuto nessuna evidenza.

Nota a parte: “riti” di pubblico e musicisti oggi estremamente in voga, come il cosiddetto “pogo” o lo “stage-diving”, si sono affermati e consolidati durante le esibizioni di band Proto-Punk o Punk.

Dal cadavere della prima ondata Punk, inoltre, si originò un filone presente ancora oggi, etichettato col generico appellativo di “Post-Punk”. Questo “termine-ombrello” racchiude al suo interno tutte quelle espressioni musicali odierne che concordano sull’aderenza al modello della matrice classica e sul rifiuto del coinvolgimento con le major (le maggiori case discografiche) e la loro politica capitalistica.

I Ramones in una celebre foto di Godlis

Il Punk dei ’70s ha costituito un terremoto socioculturale dalla durata breve ma dal magnitudo elevatissimo, con epicentri diffusi e distanti. 

L’immaginario Punk trovò espressioni concrete nelle arti visive (Art-Punk, le fotografie di David Godlis…), nella poesia e nella letteratura mondiali. Soprattutto le correnti più moderate e “intellettuali” (Clash, Patti Smith, Pere Ubu, Talking Heads, ecc…) hanno contribuito sostanzialmente ad una delle conquiste più grandi del secolo scorso: la “democratizzazione” dell’arte.

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Savage, J. (1994) “Punk! I Sex Pistols e il Rock inglese in rivolta”, Arcana Ed, Milano (titolo originale “England’s Dreaming”)
  • Hebdige, D. (1979) “Subculture: the Meaning of Style”, Routledge
  • Bennett, A. (1999) “Subcultures or Neo-Tribes? Rethinking the relationship between Youth, Style and Musical Taste” 
  • Cohen, S. (2002) “Folk Devils and Moral Panics”, Routledge

 

 

 

 

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Matteo Croce

Matteo Croce nasce a Castiglion Fiorentino, frazione di Arezzo, nel 1996. Sviluppa fin dalla tenera età una morbosa attrazione per l'inusuale, le differenze e le peculiarità; impulso che, crescendo, decide di coltivare. Dopo aver terminato gli studi classici si iscrive alla facoltà di Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali a Bologna, considerando l'antropologia l'unica scienza che davvero educhi ad un umile confronto con il non familiare. Parallelamente agli studi, porta avanti la sua adolescenziale passione per la chitarra, il rock e la musica in generale.

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