Ritualità techno: trance, solidarietà ed induttori chimici

In un precedente articolo (qui) abbiamo introdotto la dimensione socioculturale della techno music, sottoprodotto della electronic dance music scene. Spostiamo ora l’attenzione su un particolare fenomeno, analizzato nel dettaglio da Georges Lapassade in “Dallo Sciamano al Raver – Saggio sulla Trance”: la trance, a detta di molti ravers e clubbers diffusamente sperimentabile nel contesto di un techno party.

I seguenti paragrafi costituiscono in gran parte la rivisitazione di un passo di una breve ricerca sul campo, che ho svolto ad Amsterdam, in merito alla relazione tra musica techno e sostanze stupefacenti.

  • «What does Techno represent for you?»
  • «Ehm… I think it’s very basic, it’s like the music, the rhythm, the trance, African people dancing around the fire… it’s like the same thing.»

Questo frammento di una conversazione che ho avuto con Chris, un giovane clubber olandese, ha attirato subito la mia attenzione. In poche semplici parole, Chris ha riassunto almeno tre concetti chiave, intimamente interconnessi, che possono aiutarci a esplorare la dimensione musicale dei settings techno: il ritmo, la trance e il tribalismo.

Il secondo concetto chiave, la trance, può essere rappresentato come il risultato ultimo della combinazione tra i ritmi ossessivi e la disinibizione prodotta dall’azione delle droghe e dal ballo. Gli psicologi la etichettano come uno SMC (“Stato Modificato di Coscienza”) che può verificarsi dopo specifiche convergenze di fattori.

Ho particolarmente apprezzato la definizione del fenomeno fornita da Hemment: attingendo da Heidegger, Hemment parla della trance come di una «condizione di evasione dalla superficie delle contingenze della vita […], propedeutica a una contemplazione più profonda dell’essere.» (Hemment, 1996)

Come ben sottolineato da Lapassade, la storia umana presenta diversi esempi di rituali, in seno a culture differenti e non necessariamente “comunicanti”, volti a circoscrivere e istituzionalizzare le esperienze di trance. Secondo diverse testimonianze, i contesti techno sono spesso stati (e sono tuttora) terreni fertili per fenomeni moderni di trance.

L’esperienza della trance può essere concepita come l’apogeo della liberazione dalle catene psicologiche della vita ordinaria. Il senso di unità (“oneness”) con la musica, testimoniato da diversi dancers, è il risultato di un caso speciale di smarrimento del sé. L’individuo si dimentica di tutto. In un particolare, eventuale momento durante la danza egli cessa di esistere in quanto soggetto individuale e distinto e si percepisce come parte del tutto, o anche, perché no, come il tutto stesso.

Viene spontaneo riportare alla mente l’elemento dionisiaco tanto decantato da Nietzsche. Il dissolvimento dell’io soggettivo tipico dei riti orgiastici greci e latini si ritrova millenni dopo nei “riti” Techno.

Abbiamo, allora come oggi, tutto ciò che occorre per una completa esperienza di affrancamento dai confini sicuri della realtà collettiva: ritmi ossessivi e ripetitivi, danze sfrenate, supporto di sostanze psicotrope (vino o MDMA, cambiano solo gli agenti, non gli effetti finali) e sentimenti pervasivi di solidarietà ed empatia tra i partecipanti.

La ricerca di stati di trance, pur rimanendo un’attività nevralgica all’interno dei rave, occupa oramai una posizione più che marginale nel contesto del club party. Come già evidenziato da Kavanaugh e Anderson (2008), le strutture delle “club communities” stanno divenendo sempre più fragili e i sentimenti di solidarietà, in parte stimolati dall’assunzione di psichedelici quali MDMA e LSD, stanno sempre più cedendo il passo a quello che i due autori definiscono come fenomeni di detachment dal gruppo.

Probabilmente un gran ruolo in questa “disgregazione” dei legami comunitari è giocato dai “nuovi” protagonisti dello sballo notturno: cocaina, alcol e speed, per fare solo alcuni nomi, sono potenti stimolanti, preferiti dagli attuali clubbers se si tratta di dover affrontare plurime ore di ballo ininterrotto.

Tuttavia, questa preferenza implica il fatto che la dimensione psichedelica sia in via di smarrimento. Sicuramente questo primato degli stimolanti comporta risvolti non propriamente confortanti, trattandosi di uno dei motivi alla base di comportamenti sempre più edonistici e machisti, e sempre meno volti alla crescita personale e spirituale.

Ancora secondo Kavanaugh e Anderson, la ricerca del piacere effimero, come della temporanea anamnesi dei problemi e delle ansie della vita quotidiana, è diventato uno degli orizzonti principali tra i clubbers. Si ha spesso l’impressione che il tipico frequentatore di club vada in cerca di un trip di una notte più o meno fine a sé stesso.

Al di là di quanto appena detto, c’è una diffusa consapevolezza dei rischi implicati dall’utilizzo delle sostanze “da party” (almeno per quanto riguarda il “pubblico” olandese). Sentiamo cosa ha da dire Kate, una ventunenne tedesca, riguardo all’assunzione di droghe nei club:

«Penso che la maggior parte delle “party drugs” siano utilizzate per le stesse ragioni dell’alcol: per sentirsi bene, più rilassati e meno stanchi. Anzi, spesso i consumatori di droghe sono molto più alla mano di chi beve e, per esempio, trovo che sia positivo che siano più concentrati su sé stessi piuttosto che nel dare fastidio ad altre persone.

Per quanto ne so, molti cliché sui consumatori di droghe dovrebbero appartenere al passato; la maggior parte delle persone che ho conosciuto nella scena techno fanno un uso di droghe analogo a quello che i nostri genitori facevano con l’alcol per divertirsi. E’ un’attività occasionale e ne conoscono bene i limiti. Non è che ognuno è automaticamente un tossicodipendente!»

Effettivamente tutti i ragazzi con cui ho avuto a che fare nei locali techno di Amsterdam erano perfettamente in grado di sostenere normali conversazioni e di elaborare riflessioni interessanti nel rispondere alle domande. Questo tipo di riscontro non sarebbe stato possibile se i miei interlocutori avessero assunto dosi eccessive o mix di sostanze. Ognuno di loro conosceva bene le “schede tecniche” delle sostanze che assumeva.

Verosimilmente, un tale “uso responsabile” delle sostanze stupefacenti potrebbe essere dovuto ad una connotazione di esse generalmente obiettiva: frutto, di conseguenza, non di tabù culturali, bensì di diffuse e (apparentemente) efficaci campagne di sensibilizzazione ed informazione in merito all’utilizzo di droghe.

Concludo con una questione, nel merito di quanto appena detto, da cui mi auguro possa nascere una discussione proficua: possiamo parlare in termini di una diretta influenza dei tabù culturali sull’abuso di sostanze?

 

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Lapassade, G. (2008) Dallo sciamano al raver: saggio sulla Trance. Urra. Italian edition of “Essai sur la trance” (1977)
  • Kavanaugh, P. and Anderson, T. (2008) Solidarity & Drug Use in the Electronic Dance Music Scene
  • Hemment, D. (1996) Electronica, Dance and Club Music
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Matteo Croce

Matteo Croce nasce a Castiglion Fiorentino, frazione di Arezzo, nel 1996. Sviluppa fin dalla tenera età una morbosa attrazione per l'inusuale, le differenze e le peculiarità; impulso che, crescendo, decide di coltivare. Dopo aver terminato gli studi classici si iscrive alla facoltà di Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali a Bologna, considerando l'antropologia l'unica scienza che davvero educhi ad un umile confronto con il non familiare. Parallelamente agli studi, porta avanti la sua adolescenziale passione per la chitarra, il rock e la musica in generale.

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