Risvolti etici di un naturalismo in chiave memetica – prima parte

PREMESSA

L’etnografia offre una grande opportunità all’uomo occidentale,
quella di farsi un radicale esame di coscienza
e di rendersi conto che le sue categorie interpretative
hanno una storia che è loro propria.

  Ernesto De Martino La Fine del Mondo, Einaudi, Torino, 1977 , p.396 .

È essenziale esplicitare la propria prospettiva di partenza, delineare il filtro conoscitivo con cui si andranno ad analizzare gli oggetti dell’indagine. Dunque, onde evitare che l’indagine stessa ne esca egocentrica e aprioristica, desidero provare a  situare la mia posizione.

Da sempre amante della natura nella varietà delle sue forme, iniziai con la lettura di saggi sulla biologia e la paleoantropologia, per poi seguire il solco metodologico che da Desmond Morris (1968) muove attraverso Edward O. Wilson (1975), si anima con studiosi come Trivers (1985), Dunbar (1988) ed Hamilton (1963) per poi arrivare alla svolta genocentrica di Richard Dawkins (1976).

Il modo migliore per sintetizzare i risultati di questo percorso ritengo sia attraverso il concetto di “Darwinismo Universale”.

Scaturito dal neo-darwinismo e riaggiustato con le novità apportate da Dawkins, esso esplicita i germi di un profondo naturalismo che fin dai tempi di Darwin aveva iniziato a muovere.

L’algoritmo evolutivo che inconsapevolmente Charles Darwin creò teorizzando l’evoluzione delle specie attraverso la selezione naturale, se analizzato nei suoi meccanismi più intimi, è in grado di applicarsi ovunque nell’universo a patto che esista un elemento replicativo come base della selezione e motore dell’evoluzione (a questo devono aggiungersi gli altri cardini del darwinismo ovvero: la limitatezza delle risorse che crea selezione attraverso il perire degli “organismi” maladattivi; le modificazioni che avvengono casualmente durante il processo replicativo).

Il tema centrale dell’articolo consiste in questo ampliamento del quadro evolutivo darwiniano, capace ora di concepire le straordinarie capacità culturali umane e i suoi improbabili traguardi tecnologici e intellettuali, come frutto di un processo evolutivo analogo a quelle organico, ma talvolta indipendente da esso, esplicabile con il medesimo algoritmo e ora analizzabile nei suoi più intimi meccanismi.

Cresciuto in questa culla scientifica e razionale dell’occidente non posso che amare la ferrea e democratica logica della scienza; al tempo stesso consapevole della sua parzialità e non superiorità rispetto alle altre modalità di lettura e comprensione della realtà, mi permetto di concludere lo scritto delineando quella che sembra essere, una volta concepito il naturalismo in chiave memetica, una ovvia soluzione alle problematiche che la modernità continua a presentarci.

La grandezza di questa prospettiva, a parer mio, sta nel concludersi con una soluzione interna a sé stessa. Questo olismo onnicomprensivo fa corrispondere il modello memetico al naturalismo, un naturalismo nettamente più compatto del fisicalismo e del tomismo, e che, attraverso il nuovo linguaggio fornito dalla memetica, potrà essere in grado di ricolmare il dualismo che ci pervade dai tempi dalla caduta dell’universalità della chiesa.

I TRE CARDINI DARWINIANI E L’ALGORITMO EVOLUTIVO SECONDO DAWKINS

 

Nascendo un numero di individui superiore a quello che può vivere,
deve certamente esistere una seria lotta per l’esistenza,
sia fra gli individui della medesima specie,
sia fra individui di specie diverse,
oppure contro le condizioni fisiche della vita.

  Charles Robert Darwin L’origine delle specie, Newton Compton, 2009

Nel 1859 Charles Darwin in L’origine delle specie ebbe il grandioso merito di esplicare i meccanismi dell’evoluzione organica. Aleggiava ormai da tempo questa concezione evolutiva della vita ma Darwin, da grande osservatore prima di tutto, riuscì a trovare il meccanismo capace di innescarla: la selezione naturale. Questa, forse la più grande idea della storia occidentale, ancora oggi, con diverse modifiche, è in grado di spiegare la diversità e la complessità naturale senza dover ricorrere ad un progetto, un progettatore o un architetto sovrannaturale.

Dal suo capolavoro del 1859 è possibile estrarre un algoritmo, per l’appunto evolutivo, capace di innescare l’evoluzione. Tre sono i pilastri fondamentali, gli elementi costitutivi e necessari per questo algoritmo: replicazione; modificazione; selezione.

Negli anni successivi, grazie agli studi di Mendel (Saggio sugli ibridi vegetali 1866) sull’eredità dei caratteri e alla identificazione del DNA da parte di Watson e Crick (Nature Aprile 25, 1953), presero vita differenti interpretazioni dell’algoritmo darwiniano.

Compreso il meccanismo replicativo del DNA, le sue inevitabili modificazioni, e la selezione competitiva innescata da questa replicazione e già egregiamente delineata da Darwin attraverso le teorie di Malthus (Essey on the principle of population, 1826), divenne possibile concepire l’origine della complessità organica. Ovvia conseguenza di questa comprensione fu una sua trasposizione teorica nell’ambito comportamentale.

Dall’etologia di Konrad Lorenz alla sociobiologia inaugurata da Edward O.Wilson (1975), la domanda fondamentale che iniziava a porsi era: “cui bono?”, ovvero a vantaggio di chi o cosa effettivamente va il comportamento del singolo individuo? Grande successo, come risposta a questa domanda, ebbe la “teoria delle selezione di gruppo” (nata negli anni 60 con Wynne-Edwards e inserita nel quadro della “selezione multi-livello” di David S. Wilson) per la sua nitida ma superficiale logicità e semplicità, e anche perché come sostiene Dawkins :

“Forse una ragione del grande fascino della teoria della selezione di gruppo è che essa è perfettamente in linea con gli ideali morali e politici che la maggior parte di noi condivide” (Il gene egoista, 1992, Arnoldo Mondadori, Milano, p. 12).

Osservando il comportamento animale in generale e quello sociale nello specifico divenne evidente come alcuni meccanismi di altruismo e cooperazione potessero essere descritti solo ponendo come elemento competitivo e quindi motore effettivo dell’evoluzione, la specie o quanto meno il gruppo di appartenenza. L’errore di questo ragionamento divenne presto evidente alla maggior parte dei biologi evoluzionisti (infatti, se casualmente all’interno del gruppo di altruisti per la specie, nascerà un individuo egoista, egli per definizione avrà più probablità degli altri di sopravvivere e riprodursi), i quali tentarono di rispondere diversamente al “cui bono?” essenziale per comprendere appieno il meccanismo evolutivo e l’agente selezionato naturalmente.

La soluzione sembrò presentarsi sotto forma di “teoria dei giochi” (Von Neumann; Morgenstern Theory of Games and Economic Behaviour 1944) e di “soluzione evolutivamente stabile” (Mynard-Smith, Evolution and the Theory of Games 1982) con cui era possibile dimostrare che i comportamenti apparentemente altruistici che si ritrovano in natura possono essere riconducibili a una convenienza per la linea genetica dell’individuo, attraverso meccanismi come la “selezione parentale” teorizzata da Ronald Fisher e poi formalizzata da William Hamilton nel 1964 ( The genetic evolution of social behaviur), o nel caso manchi la parentela diretta, secondo il meccanismo dell’ “altruismo reciproco” proposto da Robert Trivers nel 1971 ( The evolution of reciprocal altruism).

Questo rappresenta un passaggio, una tappa che porterà alla grande rivoluzione del 1976. In questo anno viene pubblicato Il gene egoista di Richard Dawkins come apice di questo processo di ridimensionamento del meccanismo ultimo dell’evoluzione: ora il vero ed unico agente selezionato dalla natura è il gene.

Di conseguenza alla domanda: a vantaggio di chi o cosa va un determinato comportamento? La risposta è: a vantaggio del gene, che per questo viene antropomorficamente detto egoista. È ora necessario esplicare sinteticamente la prospettiva di Dawkins.

Abilmente Dawkins riesce ad astrarsi a livelli altissimi semplificandoci tuttavia la comprensione del processo evolutivo e della selezione naturale: “La darwiniana sopravvivenza del più adatto è in realtà un caso speciale della legge più generale di sopravvivenza di ciò che è stabile. L’universo è popolato di cose stabili. Una cosa stabile è un insieme di atomi che è abbastanza permanente o comune da meritare un nome.” (Dawkins, Il gene egoista, 1992, Arnoldo Mondadori, Milano, p. 15). Questo principio della stabilità ci permette di concepire l’evoluzione come una disperata ricerca di equilibrio all’interno di un’ instabilità originariamente innescata dal primo replicatore; niente in effetti vuole evolvere, l’evoluzione è una necessità.

Ecco precisamente come Dawkins riesce ad attribuire i tre cardini darwiniani al singolo replicatore, al singolo gene, e come una volta compreso questo, tutto il resto (la incredibile complessità e varietà che vediamo) sia concepibile logicamente partendo da quel primo replicatore e dalla sua diffusione. Nel brodo primordiale erano presenti molecole rudimentali frutto di processi ordinari di chimica e fisica, la forma più precoce della selezione naturale fu semplicemente una selezione di forme stabili e un’eliminazione di quelle instabili.

L’esperimento Miller-Urey (1953 Science, Production of amino acids under possible primitive Earth conditions)) dimostrò come a partire da composti inorganici fosse possibile la formazione di composti organici in particolare aminoacidi, sostanze purine e pidamidine, ovvero i mattoni che compongono il Dna. Queste sostanze organiche si incontravano e si stabilizzavano se possibile in composti in maniera del tutto casuale, fino a quando, sempre casualmente, si creò un composto capace di fare copie di sé stesso. È effettivamente un avvenimento molto improbabile ma come sottolinea Dawkins fu sufficente che avvenisse una sola volta nella storia. Diffondendosi nel brodo primordiale queste copie lentamente accumulavano dei piccoli errori di copiatura finendo così per generare delle varianti dalla copia originaria. Ecco che i primi due pilastri darwiniani sono formati (replicazione; modificazione).

Essendo il brodo primordiale uno spazio limitato, e limitate erano le risorse e gli elementi al suo interno, con il diffondersi di queste copie arrivò il momento in cui non ci furono più risorse per tutti i composti organici. Ecco il terzo pilastro darwiniano, vero propulsore evolutivo, la selezione dovuta alla penuria di risorse, l’accetta che cala dall’alto e seleziona le varianti adattive da quelle maladattive di un determinato ambiente. D’ora in poi una vera e propria corsa agli armamenti caratterizzerà la materia organica. Unirsi, proteggersi, imparare a scomporre e assimilare gli altri elementi organici, queste furono le tendenze genetiche selezionate dall’ambiente. Una sempre maggiore competizione rese vantaggioso per i geni riuscire a “cooperare” (mi verrebbe quasi da definirla simbiosi) con altri geni, specifizzarsi nella creazione di membrane e involucri resistenti all’ambiente.

Questa prima complessa aggregazione genetica, da cui scaturirono le prime cellule specializzate nella protezione e duplicazione del codice genetico (in quanto frutto dell’egoismo del gene e del suo inarrestabile “desiderio” replicativo), porterà a una ancor più complessa aggregazione delle cellule in colonie, che successivamente daranno vita ai primi organismi pluricellulari (datati apparentemente 750 milioni di anni fa). Spesso quindi i geni vennero selezionati non come “buoni” da soli ma come buoni a lavorare insieme ad altri geni nel pool genetico. Un buon gene deve essere compatibile e complementare per gli altri geni con cui deve dividere una lunga successione di corpi.

È ora possibile, partendo da queste congetture, immaginarsi il cammino competitivo che stimolò i singoli replicatori alla cooperazione e creazione di veicoli garanti della loro fecondità, fedeltà e longevità, fatti di carne, foglie, ossa e corteccia. Ecco che la complessità organica prende senso all’interno delle basilari leggi fisiche e chimiche dell’universo. Osservando il mondo animale e vegetale, o ancor meglio scavando dentro noi stessi, possiamo ancora vedere quali siano le nostre più istintuali e profonde inclinazioni; gli stimoli alla sopravvivenza e alla riproduzione governano i movimenti della biosfera, poiché queste sono le “necessità” dei geni che ci strutturano.

 

-F. Balzan

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Pierpaolo Chiti

Fondatore ed attuale direttore di HomoLogos, laureato alla triennale di Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali di Bologna. Attualmente vivo in Spagna, dove porto avanti il mio interesse per l'antropologia digitale attraverso vari progetti.

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