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Risvolti etici di un naturalismo in chiave memetica. Parte terza

LA SVOLTA IMITATIVA, NASCITA DEL SECONDO REPLICATORE.

Noi esseri umani siamo strane creature.
Senza dubbio il nostro corpo si è evoluto per selezione naturale,
come quello degli altri animali.
Eppure per molti aspetti siamo unici.

Susan Blackmore La mecchina dei memi, 1999, Instar Libri, Torino, p. 1.

 

La presenza di un reale meccanismo di apprendimento imitativo nel mondo animale è un ambito estremamente ambiguo, su cui sarà necessario gettare nuova luce e chiarezza scientifica (probabilmente potrebbe bastare accordarsi sui confini terminologici). Per Tomasello, come per Boyd e Richerson, esso è presente nel mondo animale ma in una modalità non abbastanza precisa da poter permettere un’ evoluzione culturale. Mi ritengo in accordo con questa mera differenza quantitativa umana, ma considero essenziale esplicitare la formazione di questa particolarità.
Nel 1983 il genetista americano Alan Wilson, con diversi collaboratori tra cui l’italiano Luigi Luca Cavalli-Sforza, attraverso il sequenziamento del Dna mitocondriale delle diverse popolazioni sparse per il mondo, arrivò a sostenere la “teoria dell’Eva africana” (1987, Mitochondrial Dna and human evolution, Nature 325, p. 31-36): noi tutti discendiamo da una piccola popolazione vissuta in Africa Sud-occidentale circa 150 mila anni fa (rimane valida ancora oggi la sua opposizione teorica: “origne dell’uomo a livello multiregionale”, bisognerà in futuro esaminare in dettaglio le due ipotesi per arrivare a una conclusione essenziale). Considerando tale scenario è possibile ipotizzare che in una situazione di crisi (collo di bottiglia genetico), partendo dalle predisposizioni socio-cognitive fin qui esposte, nei nostri antenati potesse essere stata selezionata una mutazione fondamentale: lo sviluppo e la specificazione di alcuni neuroni della corteccia pre-frontale, detti neuroni-specchio. Questi, identificati per la prima volta da Giacomo Rizzolati con la sua equipe nel 1992, sono comuni in molti primati e alcuni mammiferi (vengono infatti scoperti per la prima volta nelle scimmie Cappuccino) e permettono agli organismi di sviluppare un’empatia estremamente utile per lo sviluppo della vita sociale. Quello che questi neuroni effettivamente fanno è ricreare nella mente dell’individuo il comportamento osservato in un altro individuo. Questo “mettersi nei panni altrui” è possibile solo una volta concepiti i conspecifici come agenti autonomi, con obbiettivi e sentimenti molto simili ai nostri. In presenza di un modello della realtà estremamente dettagliato, come probabilmente era quello dei nostri progenitori, e di una leggera specializzazione casuale di questi neuroni, è possibile che il meccanismo del “mettersi nei panni altrui” generi la capacità estremamente funzionale ed evolutivamente stabile dell’apprendere attraverso l’imitazione. Per imitare infatti è necessario possedere un ottimo modello della realtà con cui poter “giocare” e con cui quindi poter riprodurre internamente l’azione altrui, con lo scopo finale di metterla in pratica. Quando questo meccanismo è sufficientemente preciso, si genera una vera e propria duplicazione: una movenza, un comportamento, una strategia di caccia, un verso gutturale, passano, attraverso l’imitazione e quindi la copia, da un cervello ad un altro. Un’ imitazione precaria e poco fedele, l’apprendimento emulativo, il condizionamento dell’attenzione, non generano questa duplicazione. Improvvisamente nell’ambiente socio-culturale dei nostri antenati, dove i comportamenti e le strategie si diffondevano ma a una velocità e con un’ accuratezza limitate, entrano in gioco dei replicatori. L’utilità di una tale modalità di apprendimento è ovvia e in linea con quanto detto fin ora sulla ricerca di stabilità da parte dei geni, attraverso lo stratagemma della flessibilità. Di conseguenza una volta generatasi, questa capacità crea una forte pressione selettiva sugli individui e una rapida selezione dei membri in grado di attuarla. Così gli imitatori iniziano a diffondersi. Le idee e i comportamenti imitati velocemente si diffondono tra gli imitatori subendo delle modifiche, piccoli errori imitativi, che accumulandosi generano varietà differenti. Ecco che i primi due cardini darwiniani hanno luogo, replicazione e modificazione, tuttavia ancora non è innescato il processo evolutivo. La selezione, che per il gene nel brodo primordiale era messa in moto dalla penuria delle risorse energetiche presenti, iniziò ad agire silenziosamente anche nei confronti di questo nuovo replicatore, qui venne messa in moto dalla ridotta presenza di cervelli in cui essere ospitati. È ora possibile a tutti gli effetti parlare di un nuovo meccanismo evolutivo e di un nuovo replicatore in grado di innescarla subendo modificazioni che verranno poi selezionate dall’ambiente: il Meme.
Richard Dawkins, nell’ undicesimo capito del suo libro del 1976, conia per la prima volta questo termine, in assonanza con il Gene, e derivante dalla parola Greca “mimeme”(ciò che viene imitato).
Egli non si concentrò in quell’opera sui vari meccanismi messi in moto, coniò semplicemente il termine credendo di poter in qualche modo attribuire un processo evolutivo, analogo a quello organico, alla cultura umana. Susan Blakmore nel suo libro La macchina dei Memi (Blackmore 1999) parte da questa brillante idea e arriva a definire nello specifico i vari meccanismi di questo nuovo replicatore, finendo per formulare una vera e propria ipotesi sulla mente umana.
Le leggi che determinano la sua replicazione, diffusione e selezione rispondono allo stesso algoritmo, di conseguenza la terminologia usata è ricca di metafore antropomorfiche alla Dawkins, tuttavia la portata e la rapidità di questo nuovo replicatore lo rendono qualcosa di unico.
L’analisi della Blackmore riesce a non perdere mai il carattere scientifico pur essendo ricca di creatività e congetture, con la grande speranza che un giorno esse vengano accertate.
Risulta ovvio come i primi memi ad essere copiati di cervello in cervello fossero comportamenti e strategie atte alla sopravvivenza, le modificazioni casuali e le varianti che riuscivano a farsi memorizzare più profondamente da questi cervelli, vennero selezionate rispetto alle varianti di impatto minore. Ci fu così inizialmente un rapporto simbiontico tra i due replicatori, i memi che si diffondevano andavano a vantaggio del gene che al tempo stesso incentivava una pressione selettiva atta a favorire lo sviluppo di cervelli sempre più predisposti all’imitazione, cuccioli sempre più flessibili e immaturi per un lungo periodo, garantendo ai memi più spazio e maggiori possibilità di stabilità e diffusione. In questa prospettiva è possibile spiegare lo straordinario incremento cerebrale che caratterizzò i nostri antenati e che a pare mio è difficilmente attribuibile a tempo, ambiente e geni; un’espansione delle dimensioni craniche che rappresenta un pericolo ancora oggi per l’uomo, la morte della madre al momento del parto è infatti estremamente frequente, ed è probabile che abbia rappresentato un fattore determinante per l’estinzione dei cugini Nenderthal.
Anche lo sviluppo di un linguaggio codificato è probabilmente una conseguenza diretta di questo rapporto simbiontico con un nuovo replicatore, capace con il tempo di rendersi indipendente. Già predisposti alla vocalizzazione e alla socializzazione il linguaggio sembra per molti una ovvia conseguenza evolutiva, utile alla vita sociale e alla sociogenesi; le teorie sono molte ma non analizzano in dettaglio i meccanismi che avrebbero permesso all’uomo una tale invenzione e agli altri animali no. Non è tanto il linguaggio ad essere incredibile biologicamente, ma piuttosto la creazione di grammatiche complesse: con la prospettiva memetica questo risulta essere un ovvio processo autogenerativo, con progressivo aumento di fedeltà e quindi di stabilità dei singoli memi che vengono diffusi verbalmente. Infatti così come il gene, anche il meme, attraverso i suoi impulsi egoistici, lavora constantemente per migliorare le sue possibilità di fedeltà, fecondità e longevità; cervelli con alto grado di memoria, linguaggio, grammatica, scrittura fino ad arrivare alle tecnologie di oggi, questi sono i veicoli che si sono formati sotto la spinta egoistica dei memi. Sono convinto che anche la monogamia, e le conseguenti idee sull’amore romantico, i processi neotenici di fetalizzazione e la nostra prolungata immaturità e tendenza al gioco, siano frutto di questo stesso meccanismo, difficilmente spiegabili solo attraverso l’egoismo del gene.
Come per l’evoluzione della complessità organica a partire dal gene, anche la complessità culturale umana è immaginabile in maniera nitida, sotto la spinta egoistica di questo nuovo replicatore.
Uno dei primi stratagemmi che resero i primi memi adattivi, fu quello di radicarsi al modello della realtà predisposto filogeneticamente e strutturato ontogeneticamente. In questo modo essi trovavano una dimora sicura permettendo al tempo stesso all’organismo di “giocare” meglio con il suo modello della realtà. Dawkins a tal proposito definisce la coscienza come il probabile apice di questo perfezionamento del modello della realtà, una volta inserito il sé nel modello, esso risulta più completo, concepito e dunque manovrabile (Dawkins, Il gene egoista, 1992, Arnoldo Mondadori, Milano,cap. 3). La Blackmore segue questo principio dandogli un carattere memetico, a parer suo la strutturazione del sè è frutto di un accumulo di memi, un complesso memico fondato sulla corporeità dell’individuo. La concezione di “sé” che abbiamo si fonda innanzitutto sulla nostra corporeità, questo perché, secondo Blackmore, i primi memi trovarono all’interno del modello della realtà degli individui, nel loro corpo, uno spazio sicuro dove agganciarsi. Era ed è uno spazio sicuro perché permette all’individuo che assimila queste concezioni, una maggiore flessibilità e competenza del modello della realtà: ora “io” sono al comando, e attraverso una storia raccontata a posteriori, credo perfettamente e “coscientemente” di sapere cosa sto facendo. Partendo dall’ idea di un corpo proprio, velocemente si crea una bolla di coscienza dove ogni meme che riesca ad entrarvi è estremamente protetto: le “mie” idee, le “mie” credenze, i “miei” comportamenti, sono i memi per cui sono disposto a morire e che tenterò a ogni costo di diffondere. Scrive Blakmore: ” Una conseguenza interessante è che le credenze, le opinioni, le proprietà e le preferenze personali, promuovono l’idea che esista, dietro di loro, qualcuno che crede o che possiede.(…) Il sé è un grande protettore di memi, e più è complessa la società memetica in cui vive una persona, più i memi entreranno in competizione per aggiudicarsi la protezione del sé” (Blackmore La macchina dei memi, 1999 Instar Libri, Torino, p 398) e l’ovvia conclusione di questo meccanismo, che è utile definire parassitario, dei memi, è che il “Sé” non ha per forza successo in quanto buono o vero, ma semplicemente perché i memi che vi penetrano ci persuadono a lavorare per la loro propagazione.
Un utile esempio per comprendere come a volte i memi riescano a parassitare i nostri cervelli e a divenire controproducenti al sistema biologico, è rappresentato dal meme della castità diffuso tra i preti cattolici. Un tale meme, che va ad inserirsi in uno dei complessi memici più arcaici, quello della religione, diviene di successo perché una volta acquisito esso aumenta esponenzialmente le proprie possibilità di diffusione: un prete che assimila questo meme, non avendo famiglia spenderà sicuramente molto più tempo di un prete sposato e con figli nella diffusione del meme religioso e quindi del meme stesso della castità. In questo modo lavorano egoisticamente i replicatori. Ecco perché difficilmente riusciamo a smettere di pensare, ecco perché quando siamo a cena proviamo imbarazzo nello stare in silenzio, all’interno dei nostri cervelli c’è una continua competizione memetica e nella modernità questa competizione aumento in maniera drastica portando probabilmente a forme di stress e depressione mai provate prima. La natura fittizia del “Sé” proposta dalla Blackmore viene parzialmente confermata dagli esperimenti di Libet, capaci di dimostrare, attraverso la registrazione delle diverse onde cerebrali, che ciò che noi chiamiamo “coscienza” è in realtà una storia che raccontiamo a posteriori; in realtà la vera decisione di agire è già stata presa. Tutto ciò dovrebbe cambiare drasticamente la nostra concezione identitaria, secondo questa prospettiva infatti ciò che noi esseri umani facciamo è frutto di questi due forti impulsi replicatori che con il tempo hanno trovato modo di convivere. Nascendo in un ambiente memetico, predisposti alla loro assimilazione, siamo in grado di apprendere rapidamente tutto ciò che nella storia è risultato essere utile alla sopravvivenza, allo stesso tempo però nelle società moderne, veniamo bombardati da una marea di memi che tentano disperatamente di trovare uno spazio nei nostri cervelli, e che ormai hanno perso ogni valore adattivo (le differenze culturali, lette sotto questa luce, risultano frutto di una ferrea ma casuale logica memetica che sarà utilissimo definire in dettaglio).

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Sempre di più nella quotidianità riesco a spiegarmi, attraverso questo paradigma, il senso di molti comportamenti, dallo scrivere questo paper desiderando che venga compreso e diffuso, alle mode che divampano per le strade, da nuove forme di altruismo umanitario ai desideri sessuali più reconditi, tutto ciò che siamo è l’apice di una simbiosi tra due dinamiche evolutive parallele, innescate da due replicatori egoisti.