Rifugi illusori. La disinformazione in materia di immigrazione

Una storia da ricomporre

Una fila di grigi container, baracche, casupole in mattoni e tende forma lo skyline del ghetto La Pista a Borgo Mezzanone (Foggia). E ancora, un salone di parrucchieri, un alimentari, persone che vanno e vengono. Un tempo pista di atterraggio per aerei militari, oggi è un piccolo universo costantemente in movimento che dà alloggio a più di tremila migranti.

Ospite per qualche ora, insieme agli altri operatori europei coinvolti nel progetto di study visit Ghetto Out (con l’obiettivo di comprendere da vicino la realtà della migrazione), comincio a chiacchierare con un ragazzo: mi racconta che viene dall’Afghanistan, che sa parlare il dari, il pashtu e l’inglese, e che gli piace cucinare…

Troppo poco tempo per conoscerci davvero, ma abbastanza per capire. Capire che quelle parole rappresentavano un tassello mancante. Non si trattava di qualcosa di fondamentale importanza per cui la sua storia dovesse finire al centro dell’attenzione. Ma erano particolari di vita quotidiana la cui importanza sta nella capacità di comunicare qualcosa di diverso.

Dall’esperienza con Ghetto Out nasce la mia riflessione, che va ad unirsi a quella dei tanti antropologi che ne hanno ampiamente (e con ben altre parole) discusso, sull’importanza di dar voce a quei particolari. E non si tratta di redigere una fredda mappatura di tutte le inclinazioni e abitudini quotidiane dei migranti, per soddisfare una qualche curiosità che si rivelerebbe fine a se stessa e priva di senso.

Ma di comprendere quanto sia necessaria una narrazione più completa se si parla di immigrazione, un approccio diverso rispetto a quanto, ogni giorno, viene raccontato su questo tema. Semplicemente ponendosi delle domande, facendo domande alle persone, conoscendole, si può capire quanto la storia di ognuna di queste rappresenti un universo molto più grande (e autentico) della zona delle risposte facili e riduttive nella quale siamo sempre più confinati. Comprendere che c’è di più, ed è lì che aspetta due occhi che sappiano guardare nel modo giusto, un paio di orecchie che ascoltino, per davvero, fino in fondo.

La scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie parla del “pericolo di un’unica storia” (The Danger of a Single Story il titolo della sua Ted Talk del 2009), del rischio di adottare un unico punto di vista, su qualsiasi cosa, e di condurlo ostinatamente di fronte a tutto ciò che potrebbe smentirlo, o presentarlo in una veste più critica. L’unicità di un punto di vista, e la cecità di non voler (e saper) vedere altro porta alla creazione di stereotipi, e il problema con essi non è tanto la loro veridicità quanto l’incompletezza.

Quale single story sull’immigrazione viene raccontata?

Social network, giornali e reti televisive sono ormai diventate l’agorà in cui si discute di attualità. E l’aggiornamento continuo delle notizie, diffuse in tempo reale, cerca di star dietro alla nostra fame di informazione, accompagnandosi a un linguaggio veloce, testi brevi e frasi concise. Dobbiamo sapere, e dobbiamo saperlo ora. Condividere, commentare, discuterne.

Questa frenesia di collezionare informazioni, molto spesso non lascia il tempo di pensare, di adottare uno sguardo critico per analizzare cosa ci viene proposto, e in quali termini. E una tale frettolosità non può che generare interpretazioni e narrazioni riduttive e stereotipate.

E di immigrazione, essendo uno dei temi di attualità più discussi ogni giorno, se ne parla tanto e spesso anche male. Magari inventando o manipolando informazioni, come il caso della fake news del ghetto di Rignano Garganico, uscita nell’agosto del 2016.

Al centro della questione gli scontri religiosi fra migranti cattolici e musulmani, i quali avrebbero dato fuoco ad una croce e messo in atto una serie di atti persecutori volti a impedire la libertà di culto. Senza andare oltre nella narrazione della vicenda la cui precisazione (e smentita) arriva da Don Francesco Catalani, direttore della Caritas Diocesana di Foggia, è interessante analizzare alcuni punti.

Non si tratta di una notizia inventata di sana pianta, ma della rielaborazione di alcuni fatti avvenuti nel ghetto di Rignano. Quello che salta subito all’occhio è la chiave islamofobica in cui viene presentata la situazione di disordine religioso all’interno del ghetto: sono i migranti musulmani che danno fuoco alle croci cattoliche perché intolleranti e fondamentalisti.

E questa islamofobia veste i panni di uno scontro antitetico fra Islam e Cattolicesimo: si parla di paura e violenze oltre ogni umanità. Certamente una notizia raccontata in questo modo fa scalpore, si parla di Apocalisse. E fa comodo proprio per diffondere un senso di insicurezza. L’Islam è ormai percepito come un universo a sè stante entro cui confinare gli altri, quelli che vengono da fuori e che fanno paura perché sono così diversi.

Questo frame della paura, rintracciabile in moltissime delle notizie sull’immigrazione, genera una percezione alterata del fenomeno. A una diffusa sovrastima dell’effettiva presenza di stranieri in Italia, come indica il Rapporto Eurispes Italia 2018, si accompagna dunque un modo di raccontarlo, una costruzione narrativa che si nutre di alcuni elementi costanti.

L’allarmismo di fondo nell’informazione mediatica e televisiva alimenta un continuo senso di minaccia. Si parla sempre di episodi negativi, quando si parla di immigrazione, o con un linguaggio emergenziale si raccontano gli sbarchi. Inevitabilmente viene riprodotta quella dicotomia criminalizzazione/vittimizzazione a cui vengono ricondotte le problematiche sociali come disoccupazione e criminalità. E anche quando a subire sono i migranti, il fatto di parlare di aggressioni o persecuzioni a sfondo razziale non fa che aumentare il senso di insicurezza.

Il fatto di cristallizzare l’intero fenomeno migratorio in una parola, “migranti”, senza porre attenzione alle sue molteplici sfaccettature, indica quanto quotidianamente venga riprodotta una narrazione stereotipata. Le parole, in particolare, hanno una grande potenza evocativa. “Migrante” è un participio presente: indica un processo in continuo divenire, qualcosa di irrisolto, uno status di attesa. E ciò che è irrisolto comunica un senso di precarietà.

I migranti dunque, sono raccolti in modo netto e omogeneo in questa macrocategoria spersonalizzante: una massa compatta e indistinta, inserita in una rappresentazione collettiva del fenomeno che non considera il vissuto individuale di ognuno. E, che ci piaccia o no, anche parlarne in questi termini più critici contribuisce a portare avanti il discorso immigrazione solo da un lato, quello che paradossalmente si vuole contrariare.

La stigmatizzazione della categoria “migranti” porta spesso con sè la diffusione di sentimenti di insicurezza e precarietà: da qui la materializzazione di un grande e pericoloso “nemico comune”, origine di tutti i mali della società. Fondamentale dunque, il ritrovare una qualche conferma che siamo al sicuro. E finché ci sarà un capro espiatorio, qualcuno che viene da fuori a destrutturare il nostro equilibrio contro cui puntare il dito, ci si potrà rifugiare dalla parte della difesa.

Didier Bigo parla di discorsi di sicurizzazione: l’immigrazione è oggi letta in chiave di sicurezza sociale: propagandata dalla politica, questa retorica è alla base dell’opinione pubblica in materia, alimentando stereotipi e visioni semplificate. Il discorso sicuritario sull’immigrazione è in una posizione di forza simbolica (Bigo 2000:213) e diviene una strategia di comunicazione politica. I promotori di questa retorica insistono sulle differenze di tipo culturale e religioso come blocco insuperabile per qualsiasi integrazione.

Ma se per integrazione intendiamo un processo attraverso cui un “qualcosa che viene da fuori”, concepito cioè come compatto e definito, debba sgomitare per farsi largo e semplicemente coesistere, senza scontri, con un sistema di pensiero altrettanto chiuso e poco incline al confronto, allora non si fa altro che riprodurre un’idea di cultura essenzializzata, fatta di piccoli universi a sè stanti e nettamente contrapposti.

E al massimo otteniamo un vivere sociale fatto di differenze poste le une accanto alle altre, ma visibilmente separate, in quella che Baumann chiama la parata multietnica (2003:127); il che fa perdere di vista il fatto che quello che ricade sotto il nome di cultura è in realtà un processo in continuo divenire fatto di continue rielaborazioni, cambiamenti, influenze da ogni parte.

 

Stereotipi duri a morire

Questa stigmatizzazione, se da un lato assume la configurazione di una cieca celebrazione del multiculturalismo, dall’altro può acquisire caratteri più radicali, nei termini di un “razzismo differenzialista” (o razzismo culturale) che reifica i confini culturali e inquadra le differenze come pericolo e contaminazione dell’equilibrio sociale.

Come spiegare la forza di questo discorso? Perché gli stereotipi e i luoghi comuni continuano ad essere la single story dell’immigrazione? Cos’è uno stereotipo se non una piccola narrazione semplificata, che proprio in virtù di questa sua semplicità trova rapida diffusione?

Lo stereotipo vive nella paura che la gente ha dell'”altro”, di ciò che non conosce, e come appiglio psicologico rassicurante è riproposto continuamente, nei discorsi quotidiani: perché è subito compreso, subito accettato e non ha bisogno di tanti ragionamenti. E’ la via più facile per parlare di questo fantomatico “altro”, e così facendo anche chi lo utilizza rientra, per contrapposizione, in quella narrazione. Sentendosi al sicuro nell’aver definito ciò che fa paura, ciò contro cui c’è da difendere.

Ma difendere cosa? La retorica della sicurezza è costruita anche intorno al concetto di “territorio” e “origine”: i migranti portano disordine e scompiglio in una terra madre che si vorrebbe popolata  e vissuta solo da chi ha i requisiti (di sangue) per farlo. Questa concezione di priorità, che vuole legare un dato gruppo a un dato territorio è costruita sulla base di un legame che si vuole “naturale” fra popolazione e territorio. “Prima gli italiani”, gridava qualcuno.

E in nome di un’illusoria stabilità sociale e culturale un fenomeno come quello migratorio, che ormai è diventato parte della società in maniera molto più evidente di tutto lo stantio complesso di valori che essa si ostina a proteggere, è ancora narrato con le solite parole. La solita storia che si ripete, dura a morire.

 

 

Bibliografia:

  • Baumann, G. (2003), “L’enigma multiculturale. Stati, etnie, religioni”, Il Mulino;
  • Bigo, D. (2000), “Sicurezza e immigrazione. Il governo della paura, in S.Mezzadra, A. Petrillo (a cura di), I confini della globalizzazione. Lavoro, culture, cittadinanza, Manifestolibri, pp. 213 – 235;
  • Castellano, V. (2014), “Razzismi”, in Bruno Riccio (a cura di), Antropologia e Migrazioni, CISU, pp. 2019 – 219;
  • Loperfido. G. (2014), Integralismo culturale e xenofobia”, in Bruno Riccio (a cura di), Antropologia e Migrazioni, CISU, pp. 221 – 232;
  • Remotti, F. (2010), “L’ossessione identitaria”, Laterza.

Sitografi:

  • https://www.cartadiroma.org/wp-content/uploads/2018/01/Rapporto-2017_-cartadiroma_small.pdf,  Rapporto Associazione Carta di Roma 2017, ultimo accesso 23/10/2019;
  • https://www.cartadiroma.org/wp-content/uploads/2018/12/cartadiroma_rapporto2018.pdf. Rapporto Associazione Carta di Roma 2018, ultimo accesso 23/10/2019.
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