fbpx

RIFLESSIONI VAGABONDE: tra individualismo e omologazione

Un po’ della “me-adolescente” sotto la lente d’ingrandimento

Trascorsi il primo semestre della quarta superiore in Irlanda.
In quel periodo mi piaceva pensare che la mia vita potesse assomigliare a una canzone di Vasco Brondi.
Scrivevo delle mie esperienze, degli affetti lontani, del freddo dell’Atlantico; lo facevo disobbedendo alle regole della punteggiatura, come se abolire le pause e abusare delle congiunzioni fosse l’unico modo per trasmettere efficacemente come mi sentivo stando al centro di un tornado di entusiasmo, disagio, spaesamento, determinazione.
Era il caos.

Mi ricapitano tra le mani, dopo qualche anno, alcune righe scritte durante una lezione di home economics che, evidentemente, non consideravo molto interessante:

“Si presenta silenzioso il momento giusto per sfogare le preoccupazioni e diventare registi di film mentali spaziali per riempire lo spazio che ci divide e moltiplica strani pensieri, tipo “chissà se ancora dormi abbracciato a quel cuscino” che, mannaggia, dovrei essere io e invece sto qui a fare origami coi ricordi e fogli riciclati che ora sono meravigliosi e fragili cigni bianchi appoggiati sul mio banco per dare spettacolo; direi che funziona perché i compagni di classe mi chiedono com’è che faccio, e se mi faccio, mi chiedono, e mi domando, io, cosa traspare dalla mia faccia semipermeabile e dai miei capelli intrecciati e tra quanto accenderemo un falò in qualche terreno edificabile permettendoci il lusso di chi, senza permesso, lascia in giro pezzi di se stesso come traccia del suo passaggio e poi passeggia nelle proprietà private per allontanarsi da un passato scomodo quanto quei pantaloni con la cerniera dietro che ti facevano interrogare sul perché qualcuno li comprasse e li indossasse e la risposta era che i gusti son gusti quindi siamo tutti giusti (?), come gli esercizi di quella verifica di matematica in cui fui l’unica a prendere cento e mi sentivo sul pezzo, ma sola tra la gente, allora la volta dopo presi quaranta ma non cambiò niente.”

Mi lascio disturbare un poco dal mio tono da “giovane donna vissuta”, prima di concentrarmi su ciò che più di tutto mi ha sorpresa: l’episodio cui faccio cenno nelle ultime due righe che, fino a pochi giorni fa, era accantonato sotto una montagna di polvere, in qualche angolino remoto dalla mia memoria.

Il buon esito del primo test di matematica mi costò un’etichetta che mi stette subito stretta, più di tutte le altre: non ero più “la studentessa italiana”, né “quella con i dread”; non ero neanche “quella che faceva giocoleria nella pausa pranzo”. Ero la “geek”, la “secchiona“, e non c’era niente di positivo o scherzoso in questo termine, ragion per cui la volta dopo consegnai il foglio della verifica quasi in bianco.

Leggi anche:  Turisti di culture: riconoscere i limiti dell'etnografia

Non cambiò molto, per fortuna.
Dico “per fortuna” perché se avesse funzionato, se la situazione si fosse ribaltata e fossi diventata un po’ più popolare nella classe di matematica, probabilmente mi sarei convinta che appiattirsi sulla media nascondendo o negando le proprie inclinazioni, i propri talenti, le proprie aspirazioni fosse l’unico modo per sentirsi parte di un gruppo. Per sentirsi a casa.
Dico “per fortuna”, dunque, ma lo dico adesso, a distanza di tempo, con il rinomato “senno di poi”; lì per lì non la pensavo allo stesso modo: lì per lì avevo bisogno di sentirmi accettata e di trovare il mio posto a 1.534,61 chilometri in linea d’aria dal luogo in cui ero cresciuta.

Dopo aver letto le poche righe sopra riportate, per un attimo mi sono sentita stupida. Giusto un attimo, prima di iniziare a provare una certa tenerezza verso quella giovane studentessa spaventata che, fino a quel momento, si era sempre trovata a proprio agio nell’essere considerata “anticonformista”.
Cosa significa questo termine?

Credo sia chiaro e cristallino per tutti il fatto che “anticonformismo” sia l’opposto di “conformismo”.
Passiamo dunque a quest’ultimo: con il termine conformismo ci riferiamo alle modificazioni del nostro comportamento che nascono da una pressione (reale o immaginata) del gruppo o della società, anche quando sono in contrasto con il nostro modo di pensare.
Si tratta, dunque, di un’influenza sociale i cui effetti sono principalmente due, e sono opposti: l’acquiescenza e l’accettazione. Con “acquiescenza” intendiamo la modificazione del nostro comportamento esteriore, pur rimanendo fedeli alle nostre opinioni e inclinazioni.
Se, invece, arriviamo a credere sinceramente in quello che “il gruppo” propone, si parla di “accettazione”.

Essendo noi umani “animali sociali” ed essendo la nostra vita basata su convenzioni, non credo che il conformismo sia di per sé negativo.
Negativo è, piuttosto, “l’effetto gregge” che può innescare, e la possibile conseguente esclusione, talvolta anche violenta, di ciò che “conforme” non è.

Nel caso in cui il mio racconto non vi abbia convinto fino in fondo (lo capirei), nel caso aveste ancora dubbi sul fatto che, tendenzialmente, siamo disposti a negare l’evidenza (e noi stessi) pur di essere conformi agli “altri”, vi propongo l’esperimento svolto da Solomon Asch (1907-1996) nel 1951.

Ai nove partecipanti veniva chiesto di identificare quale, fra tre linee di diversa lunghezza, fosse uguale a una quarta linea proposta. Otto persone del gruppo erano precedentemente state invitate dal ricercatore a dare una risposta sbagliata: l’intento era quella di studiare le reazione della nona persona, il soggetto che sarebbe stato in “minoranza”.

Leggi anche:  Ayahuasca sul campo: prima notte e prime condivisioni (pt.2)

Ripetendo l’esperimento si notò che i “noni” tendevano a cambiare la loro opinione esatta per adeguarsi a quella errata della maggioranza e che, anche tra quelli che non cambiavano idea, pochi erano sicuri della loro opinione, molti si mostravano incerti o disorientati. [1]

Basandomi sulla mia esperienza, mi sento di ricondurre l’apice di questa tendenza “uniformante” principalmente (ma non esclusivamente) a una meravigliosamente ben riuscita costruzione sociale: l’adolescenza.
Età dell’incertezza, della ribellione, della scoperta di sé. Età balorda, all’interno della quale è facile che si soffra in modo particolare della tensione tra l’omologazione, il conformismo, l’appartenenza a un gruppo da una parte e l’affermazione di sé, il bisogno di riconoscimento, quell’individualismo profondo che secondo Augé è uno dei tratti caratteristici della “surmodernità”: una “nuova modernità” visceralmente contraddittoria, fatta di eccessi di avvenimenti, di spazi, di individualizzazione dei riferimenti. Una “nuova modernità” in cui, nonostante l’evoluzione dei mezzi di comunicazione, ci si può sentire terribilmente soli… e se ne ha paura.

Come coniugare, dunque, la voglia-necessità di sentirsi speciali e irripetibili e il “bisogno” di appartenere a “qualcosa di più grande”?
Come dar vita a un’interazione umana che non sia fondata né in una logica omologante, né in un logica di “ghetti contigui”, di “differenze blindate” senza porte né finestre, di «piccole isole, ciascuna fuori dalla portata intellettuale e normativa dell’altra» [2]?

Forse è possibile liberarci dalla paura della solitudine e dall’ossessione dell’appartenenza.
Forse potremmo riuscirci rinunciando al desiderio di essere straordinari, di essere e avere sempre un po’ di più, e accogliendo invece l’aspirazione ad essere le persone migliori che riusciamo ad essere, rimanendo sempre presenti e fedeli a noi stessi perché, come disse de André:

sostanzialmente quando si può rimanere soli con sé stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addirittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri.”

 

FONTI:
[1] http://psiche.org/classici-della-psicologia/conformismo-solomon-asch/
[2] A. Sen, Globalizzazione e libertà, Mondadori, Milano 2002, p. 59; cfr. anche Id., Reason Before Identity, Oxford U.P., Oxford-New Delhi 1999. In F. Sollazzo, Antropologia e politica. Forme di convivenza (https://costruttiva-mente.blogspot.it/2016/12/antropologia-e-politica-forme-di_23.html)

2 commenti su “RIFLESSIONI VAGABONDE: tra individualismo e omologazione”

  1. Delizioso lo spacco temporale che hai deciso di condividere. L’ho trovato “tipicamente adolescenziale” per gli argomenti, ma assolutamente essenziale per una meravigliosa ricostruzione temporale di sé, tramite prove vibranti, e non solo, come ahimè spesso capita, grazie a fotografie!
    Continuerò ad intrattenermi e a riflettere con le tue pennellate ad olio di pensieri, cui tempo di asciugatura è assai lungo.

    1. Grazie mille per il tempo che hai speso per leggermi, per l’attenzione e per queste parole: sono di una delicatezza disarmante e mi riempiono di gioia, dai capelli alla punta dell’alluce.
      Continua a riflettere con noi, se ti va: ne siamo solo contenti.
      A presto!
      Sara

I commenti sono chiusi.