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Riflessioni vagabonde: la notte porta scompiglio

Una riflessione al chiaro di luna su Wittgenstein e le forme di vita

Scrissi la mia tesina per la maturità di notte.
Avevo diciotto anni, ero arrogante e romanticissima, e non riuscivo mai ad addormentarmi prima di quell’orario che non si capisce se è un “troppo tardi per dormire” o un “troppo presto per alzarsi”.

Cito direttamente dalla mia tesina: “per definizione, la notte è l’intervallo di tempo che corre fra il tramontare e il successivo sorgere del sole [1].
Per me, la notte è una sfida: ho sempre pensato che ci voglia coraggio per affrontare la notte (o almeno, per farlo da sobri), perché ci costringe a fare i conti con noi stessi… e ci vuole coraggio per affrontare noi stessi.
Non sono sicura di potermi considerare una persona coraggiosa, ma quella notte ero sveglia e guardavo il cielo dall’altalena del parco vicino a casa. Mi venne in mente il professore di scienze che, in prima superiore, il primo giorno di scuola, disse: “Come compito, stasera uscite di casa e osservate un po’ il cielo. Poi domani ne parliamo”.
Sosteneva che per diventare grandi fosse necessario imparare a guardare in alto, imparare a farsi delle domande e lasciarsi meravigliare.
Quella notte scoprii che questi tre punti sono strettamente collegati uno con l’altro.

Di fronte alla volta celeste, il mio pensiero cercava di abbracciare un universo che va disordinandosi costantemente. Di fronte all’impossibilità di farlo, mi resi conto di quanto, in realtà, io fossi infinitamente piccola.
La finitezza della mia forma vivente e l’infinito dell’ambiente sono due aspetti della realtà contrastanti: mettendoli in rapporto sono giunta alla conclusione che tendiamo vertiginosamente all’essere nulla.
Mi è parso vitale trovare qualcosa che, nonostante la nostra finitezza e piccolezza, potesse dare un senso al nostro esistere; un conflitto non risolto tra la forma vivente e l’ambiente, infatti, può portare alla dissipazione totale dell’energia, e nei casi più gravi, alla morte del sistema stesso.

Discussi del senso del vivere partendo dalle posizioni più svariate, che ricondussi ad autori quali Leopardi, Kierkegaard, Wilde, de Unamuno e Camus.
Fu incredibile realizzare quanto fosse fitto il ventaglio di possibilità ragionevoli che ci si può aprire davanti quando si è disposti ad osservare uno stesso oggetto, un qualunque oggetto, da diversi punti di vista.

Il “senso” è qualcosa di così intimo, così drammaticamente intrecciato con la nostra biografia, col nostro sentire, che non è possibile tracciarne dei tratti universalmente condivisi, forse non è neanche possibile analizzarlo. Forse a volte, semplicemente, un senso non c’è. Sicuramente non è giusto pretendere di potere giudicare quello di qualcun altro, anche se (o forse soprattutto se) tanto distante dal nostro.
Me lo ha ricordato Wittgenstein, qualche tempo dopo la maturità.

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Nel saggio di Jacques Bouvresse “Wittgenstein antropologo”, ci viene proposta una breve panoramica sulla civiltà contemporanea. L’essenza di quest’ultima, secondo l’autore, è definita dal progresso e dall’accumulazione: ci affanniamo attorno alla produzione costante di novità, il modo di vivere e di pensare va complicandosi incessantemente e, assieme ad esso, rincorriamo più o meno goffamente i più svariati tentativi di razionalizzare le innovazioni e complicazioni crescenti.

Viene opposto a tale tendenza il cammino del filosofo: la filosofia non scopre, non produce, non inventa, non si propone di cercare e trovare cose inedite, ma in tutte le cose cerca la chiarezza.
In una società che ha fatto della produzione e del movimento la sua parola d’ordine, la filosofia rappresenta l’improduttività e l’immobilità per eccellenza [2].
Improduttività e immobilità: condizioni crudelmente sottovalutate.

Nelle moderne società industriali, il mito del progresso indefinito della specie ci ha portati a credere che le leggi scientifiche spieghino realmente i fenomeni naturali: ci mostrano che tutto quello che accade può essere, fino ad un certo punto, previsto e calcolato.
Tutto deve essere spiegabile, tutto deve essere spiegato.
O forse no.

L’unico contributo esplicito di Wittgenstein all’antropologia è contenuto nelle “Note sul Ramo d’oro di Frazer”.
Si tratta, come suggerisce il titolo, di appunti di lettura, la cui stesura è iniziata nel giugno del 1931 in seguito alla lettura dell’opera monumentale dell’etnologo scozzese.
Secondo Wittgenstein non può esistere una conoscenza assoluta, essenziale e completa; va bene così, possiamo accettarlo con serenità nel momento in cui riconosciamo che quello che importa davvero sono le singole prospettive significanti: come l’uomo attribuisce significato alla realtà attraverso una particolare, e comunque in potenza perfettamente coerente, forma di vita.
Le culture, in fondo, costituiscono un paradigma di possibilità [3] e le forme di vita non sono altro che costellazioni di senso incarnate nella pratica quotidiana: ciò che è, proprio perché è, è precario e drammaticamente legato alla contingenza.
L’invito del filosofo austriaco è di non dare maggiore importanza a ciò che è rispetto a ciò che non è, perché anche ciò che non è potrebbe essere. Proprio per questo viene definito da Musil un “uomo del possibile”.

Secondo Wittgenstein, il fatto che Frazer volesse a tutti i costi dare una spiegazione delle origini e delle cause di usanze “altre” è la dimostrazione che egli non riuscisse a “comprendere una vita diversa da quella dell’inglese del suo tempo”.
Gli evoluzionisti, insomma, nella loro chiusura e pretesa di scientificità, risultano non essere stati in grado di capire quanto i “primitivi” che studiavano fossero in realtà molto più vicini a “noi” di quanto potesse sembrare.
Frazer è molto più selvaggio della maggioranza dei suoi selvaggi, perché questi non potranno essere così distanti dalla comprensione di un fatto spirituale quanto lo è un inglese del XX secolo. Le sue spiegazioni delle usanze primitive sono molto più rozze del senso di quelle usanze stesse” [4].

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Credo possa essere interessante tenere presenti queste considerazioni, in particolar modo oggi: dal momento in cui la biologia non ha fornito basi accettabili all’idea di razze superiori e razze inferiori, mi sembra sia avvenuta una sorta di sostituzione del concetto di “razza” con quello di “cultura” che ha dato vita a un germe che ha portato allo sviluppo di una specie di paranoia collettiva dell’identità minacciata.

C’è un risvolto di ciò che Bernard Williams definisce “relativismo volgare o bruto” [5] che potrebbe risultare inquietante: la politica del laissez-faire, lo scetticismo, un permissivismo tragico, rassegnato. L’indifferenza.
L’indifferenza mi spaventa molto più della notte.
Trovo che la necessità di una sospensione del giudizio e il ripudio dell’indifferenza possano convivere in una stessa posizione senza necessariamente farla cadere in contraddizione: probabilmente non possiamo liberarci delle nostre “finzioni” culturali, dei ricordi inscritti nel nostro corpo e delle esperienze che ci hanno portato ad essere ciò che siamo (e che, inevitabilmente, indirizzano il nostro sguardo e influenzano il nostro modo di guardare), ma non è di questo che si tratta.
Il punto è che ponendoci davanti ad un evento o ad un oggetto con la convinzione di sapere già di cosa si tratti ci condanniamo a una sua totale incomprensione.

Nella prospettiva wittgensteiniana le nostre forme di vita risultano essere come la vita stessa: non giustificabili, non arbitrarie, non razionali né irrazionali. La forme di vita, secondo Wittgenstein, vanno semplicemente accettate e il nostro torto risiederebbe nel voler giustificare e spiegare laddove si dovrebbe semplicemente dire “ha avuto luogo questo e quest’altro evento; ridine, se puoi”.
Non superficiale, non rassegnato, ma umile nella consapevolezza della propria parzialità e, soprattutto, instancabilmente curioso.

FONTI:
[1] http://www.treccani.it/vocabolario/notte/
[2] Bouveresse J., Wittgenstein antropologo, in Wittgenstein Note sul Ramo d’oro di Frazer, Adelphi, Milano 1975
[3] Bettini M., Radici, Tradizione, identità, memoria, il Mulino, 2016
[4] Wittgenstein L., Note sul Ramo d’oro di Frazer, Adelphi, Milano 1967
[5] Williams B., Moral Luck (1981); trad. it. Sorte Morale, il Saggiatore, Milano 1987

-S. Rossi

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