fbpx

Riflessioni etnografiche sulla pandemia

Cara Italia,

i mesi sono trascorsi così in fretta che gennaio sembra ieri mentre, oramai, la fine di agosto si avvicina. Questo 2020 è stato strano, assurdo ed imprevedibile ma, soprattutto, triste. Abbiamo vissuto momenti di paura, noia, disperazione e solitudine.  Nessuno si sarebbe mai aspettato di fare i conti con un virus ed una pandemia mondiale! Tutto è iniziato con i primi casi, la coppia di turisti cinesi in visita a Roma, la Città Eterna: come dargli torto. I giorni seguenti sono stati un susseguirsi di contagio e morte: l’aperitivo delle cinque in centro, le scampagnate del weekend e i musei sono divenuti un ricordo.

Sai cos’è cambiato? Abbiamo iniziato a sentire la mancanza di tutto, anche di ciò che non ci interessava. A qualcuno è mancata la biblioteca o la libreria, ad altri la possibilità di uscire liberamente e rincasare la mattina seguente. Sono stati mesi difficili cara Italia, lo sai bene pure tu con le tue meravigliose Piazze e Vie vuote e silenziose, battute solamente dai carri dell’esercito e dalla lugubre parata delle ambulanze. Quanti infermieri, medici e volontari sono morti per salvare vite? I turni massacranti, le mascherine incollate al viso e le tute biohazard da film post-apocalittico. I reparti al collasso con infermieri stremati e in lacrime perché, nei tristi giorni di massima escalation, la gente che accedeva alla terapia intensiva sarebbe uscita avvolta da un telo.

 

 

Medici in pensione sono tornati in corsia e nelle sale d’emergenza, a loro rischio e pericolo, centinaia di infermieri sono stati arruolati per far fronte alla crisi sanitaria. Il grazie più grande va senza dubbio a loro e ai ricercatori impegnati nello studio di un vaccino, ma anche a tutti coloro che sono stati dietro una cassa automatica per far sì che l’Italia non morisse. A tutte le forze dell’ordine impegnate in strada, lungo i confini delle Regioni, a coloro che dinanzi agli anziani privi di soldi e mascherine si sono impegnati per assolvere personalmente alle loro esigenze: agli invisibili colpiti da un nemico impercettibile.

Il merito più lodevole va a tutti loro. Il virus ha portato sofferenza e oblio negli ospedali e nelle città. Venezia (così come le più grandi e ammirevoli città d’arte) non ha tuttavia perso il suo splendore: i suoi canali sono tornati a vivere senza che nessun battello o nessun rifiuto venisse gettato inconsciamente. L’unica cosa positiva in tutto questo disastro è stato il risvolto ambientale: i canali limpidi, lo smog ai minimi e gli animali, il mondo stesso, che si sono ripresi i propri spazi.

 

 

E’ bastato così poco per far chiudere prima i comuni colpiti e poi… tutto il Paese. Milioni di persone chiuse in casa o in appartamento, centinaia anzi, migliaia di persone in fuga dal nord per tornare a casa e stare con i propri cari nonostante i pericoli e le raccomandazioni. Avremmo fatto tutti lo stesso, non amiamo il dubbio e l’imprevedibile, dinanzi ad un nemico invisibile e delle previsioni apocalittiche non abbiamo avuto scelta.

Leggi anche:  Confronto di esperienze: la Cultura nel suo rapporto con l'alterità

Da giovani studenti o lavoratori abbiamo reso il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con le sue rassegne stampa, una sorta di “compagno d’avventura” perché pure lui, nonostante la sua carica, si è trovato nelle medesima situazione, con la sola eccezione che lui ha dovuto prendere decisioni difficili a nome di tutti. Da una parte mi chiedo se se la sia presa per tutti i meme che gli sono stati dedicati, ma forse ‘na risata se l’è fatta pure lui.

 

Italia, un po’ tutti abbiamo pianto per te, gli italiani e il tricolore. Vedere i reparti ospedalieri di terapia intensiva al collasso e mai vuoti ci ha fatto comprendere quanto fosse grave la situazione, ci ha fatto aprire gli occhi sul virus e sulla sua capacità di uccidere anche i giovani, quelli che dicevano: “eh, ma tanto è un’influenza!”.

Vedere i carri dell’esercito trasportare fuori dalla città di Bergamo tutte quelle bare è stato un pugno al cuore, nemmeno i cimiteri avevano più posto. Prima che la pandemia fosse definita tale dall’OMS i casi di sinofobia sono aumentati così come i casi di aggressione contro le comunità asiatiche, anche noi ci siamo un po’ persi in tutto questo. Ci è stata sottratta la libertà di muoverci e di andare a fare la spesa, quella maledetta auto-certificazione che veniva aggiornata un giorno sì e l’altro pure, i controlli, la distanza sociale e la fila in cassa con tanto di:”Non ti devi abbassare la mascherina!”, “Scusa, ma le rispetti le distanze?”.

Abbiamo dovuto imparare ad adattarci a nuove conformità, regole inflessibili e necessarie. Abbiamo sentito il vuoto, l’incapacità di reagire. Ci siamo passati la colazione da un terrazzo all’altro, siamo diventati panettieri di giornata e la prima cosa nella lista della spesa era sempre il lievito.

 

 

Noi giovani ce la siamo cavata, un po’ coi meme, un po’ con netflix… ma poi penso a tutte quelle persone che un computer o una connessione internet non ce l’hanno, a quelli che non hanno famigliari. Non dev’essere stato facile: c’è chi ha sentito oppressione, ansia, claustrofobia e chi ha perso amici e parenti. Sentivo i miei genitori e gli  amici al telefono che mi dicevano: “Abbiamo messo la bandiera fuori dalla finestra!” oppure “I vicini ci hanno lasciato il caffè sul terrazzo, domani glielo prepariamo noi.”

 

 

Poi c’era sempre la diretta delle sei di sera per aspettare i nuovi dati della protezione civile, il 21 marzo con i suoi 6553 contagi seguito dal 27 marzo, oltre 900 decessi. Le strade erano una parata di ambulanze, silenziose sino al loro passaggio, colte dallo straziante e spettrale suono delle sirene o dalle raccomandazioni che le macchine della Protezione Civile emettevano con i megafoni nei centri e nelle periferie. Siamo stati colpiti con violenza dalla perdita umana e sfiorati dalla crisi economica.

Leggi anche:  0\6: intervista senza veli

Tra tanto dolore ci sono stati momenti di commozione, quanti paesi ti hanno aiutato: i più ricchi del Medio Oriente e i più umili del Sud America, la grande Russia con i suoi aerei militari e virologi professionisti, l’Albania con i suoi medici e infermieri. Nessuno si è lasciato persuadere dall’egoismo e ognuno ha fatto ciò che poteva inviando mascherine, gel sanificante, medici, infermieri, virologi o addirittura aerei militari con ospedali mobili. Il mondo si è mosso per te e per gli italiani perché alla fine anche noi siamo tra i primi a renderci utili quando succede qualcosa, no?

 

 

Papa Francesco ha cercato anch’egli di colmare il vuoto celebrando la Messa Urbi et Orbi in una Piazza San Pietro surreale, avvolta da un assordante silenzio. Andrea Bocelli ha donato la sua voce per un evento benefico all’interno del Duomo di Milano e nella sua celeberrima Piazza, una Milano mai vista prima e che mai vorremmo vedere, così priva di vita. Il giovane Jacopo Mastrangelo ha fatto sognare tutti con le note di C’era una Volta in America, ha dato voce e melodia a Piazza Navona, ha fatto danzare la Nostra bandiera da una parte all’altra di Roma, a nome tuo.

 

 

Ci sarebbero così tante cose da dire eppure, sembrano così poche… ora si può uscire, ci sono ancora dei limiti ma la situazione pare essersi ripresa. L’estate ci farà dimenticare i mesi trascorsi, andremo al mare e in montagna respirando aria pulita, dimenticandoci della mascherina eppure… non dobbiamo abbassare la guardia perché è proprio in questo che rischiamo di inciampare nuovamente.

Il nostro Paese si è preparato a morire in un qualche modo, le persone hanno dovuto organizzarsi e gestire l’emergenza, le città sono divenute delle necropoli, ma passerà. Durante questi mesi di isolamento abbiamo rivalutato le piccolezze da sempre sminuite e viste con noia sino a qualche tempo fa: il pranzo in giardino o sul balcone, i giochi da tavolo, la lettura, i picnic, le chiacchierate, eccetera.

Nonostante le grandi perdite umane il virus ci ha permesso di valorizzare le emozioni, da sempre considerate fluide ed instabili, l’ambiente, ai nostri occhi mai sull’orlo del tracollo, ed ogni altra cosa che è mancata. Abbiamo riscoperto la vita e il suo valore, l’importanza dei piccoli gesti e delle piccole cose.

Facebook Comments