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Per uno sguardo antropologico al mondo dell’arte

Riflessioni a margine del dibattito Overing-Morphy, l’estetica è una categoria interculturale.

Se ci si vuole avvicinare con sguardo antropologico al mondo dell’arte, a mio parere non si può prescindere dal dibattito che nel 1993 coinvolse diversi accademici attorno alla questione di come porsi di fronte alla categoria di estetica. A me è capitato di imbattermici di recente, perciò cercherò di guidarvi attraverso una riflessione che possa condurre a porre delle buone premesse per approcciarsi al mondo dell’arte.

La mozione del dibattito (sostenuta da Morphy e Coote) riguarda l’utilizzo della categoria di estetica come strumento di analisi interculturale e il suo uso per la ricerca antropologica. Se sosteniamo questa posizione e quindi consideriamo l’estetica come la facoltà di ogni essere umano di rispondere a uno stimolo sensibile e di saper valutare la forma indipendentemente dalla funzione, saremmo portati a rispondere che sì, la categoria in questione può essere considerata interculturale; d’altro canto se, seguendo il ragionamento di Overing (sostenuta da Gow), guardassimo all’estetica come un fatto storicamente determinato e corrispondente a uno specifico contesto culturale, ci troveremmo sicuramente in maggiori difficoltà.

Il dibattito, in verità, mi è parso poi arenarsi, o comunque non condurre a una conclusione che mettesse d’accordo le parti in causa, e questo perché sostanzialmente muovevano da due diverse concezioni del termine in questione. Tuttavia l’ho trovato particolarmente fecondo e ricco di spunti per una riflessione.

In effetti bisogna constatare che, se si guarda al passato, ci si può facilmente rendere conto di come l’estetica sia il prodotto culturale di una particolare epoca (quella moderna). Nello specifico, è un concetto figlio della riflessione illuminista che definisce l’esperienza del bello, della produzione e dei prodotti d’arte.

Fin dall’età moderna, sulla scorta della divisione che Kant opera tra giudizio estetico e giudizio scientifico o morale, in Occidente l’arte è venuta classificandosi come un’espressione che trascende la vita pratica, slegata da tutto ciò che è quotidiano e produttivo, mentre sono stati elevati ad artistici tutti quei prodotti dell’attività umana apparentemente privi di una qualche utilità pratica, considerata un inquinante del valore estetico di un oggetto.

A mettere in discussione la validità della categoria di estetica e lo statuto trascendente dell’arte furono, a partire dalle grandi scoperte geografiche prima e dal colonialismo poi, i numerosi manufatti in cui i primi antropologi s’imbattevano presso le popolazioni che incontravano sul campo. In effetti diventava centrale nella riflessione occidentale la problematica di come definire questi artefatti. Erano opere d’arte oppure oggetti con una specifica valenza pratica?

La questione si trascina lungo buona parte del Novecento e i numerosi resoconti etnografici tendono a sottolineare la dimensione utilitaria dei manufatti delle popolazioni cosiddette primitive e la loro valenza rituale; in questo modo sembra chiaro che tali produzioni materiali non possano essere classificate come opere d’arte, dal momento che, calandosi nella realtà quotidiana, non rispondono alla prerogativa di trascendenza che l’estetica esige per l’arte.

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Attraverso un’opera di contestualizzazione e relativizzazione del concetto di estetica, dunque, sembrerebbe innegabile che esso non possa essere utilizzato come categoria interculturale. In effetti termini che rimandino alla nozione di “coscienza estetica” occidentale non compaiono minimamente nel vocabolario di alcuni popoli. Overing stessa ci dimostra che i Piaroa del Rio delle Amazzoni non hanno un termine specifico per definire un artista o un artigiano; è altresì vero che sarebbe una pretesa discutibile quella di aspettarsi una totale coincidenza tra le categorie del pensiero dell’etnografo e quelle dei soggetti del suo studio. E in ogni caso la medesima via di contestualizzazione ci potrebbe tranquillamente condurre ad esempi antitetici; come del resto ci dimostra l’argomentazione di Coote (favorevole invece a considerare l’estetica come una categoria interculturale): parlare di estetica nel caso degli Yoruba dell’Africa Occidentale si può e risulta particolarmente evidente dal contributo di autori di origine Yoruba alla riflessione.

Se ci si rivolge direttamente ai manufatti delle popolazioni cosiddette primitive, sembra tuttavia evidente che essi, tanto quanto le opere d’arte in Occidente, siano il risultato tangibile dell’elaborazione mentale di uno stimolo sensibile, che trova in tali oggetti la propria espressione di valore. Certo, l’attribuzione di valore varia a seconda del contesto culturale, e sta proprio al lavoro dell’antropologo cogliere le visioni del mondo che stanno alla base dei prodotti culturali (qualsiasi essi siano) di uno specifico sistema.

Sta all’antropologo, insomma, cercare di capire (ed essere in grado di tradurre) il modo di percepire il mondo di chi è oggetto del suo studio. Indubbiamente per svolgere quest’arduo compito di traduzione, ci sarà bisogno di un vocabolario in grado di adattarsi ad una varietà di contesti, ma anche capace di servirsi di concetti quanto più generalizzanti.

In quest’ottica è veramente affascinante immaginare l’estetica come categoria interculturale, specie se si pensa al fatto che l’arte, nel corso del suo sviluppo in Occidente, si è fatta carico della sfida di confrontarsi con la natura frammentaria che dalla modernità in avanti caratterizza la società post-industriale, assumendo su di sé un ruolo di sintesi totalizzante della realtà.

Tuttavia per pensare all’estetica come categoria interculturale, bisognerà svincolarsi dalla valenza che essa ha assunto all’interno del nostro contesto di riferimento. Per quanto possa esserci cara l’idea di un concetto che ci permette di rivolgerci disinteressati alla contemplazione di un’opera d’arte, dobbiamo altresì convenire che esso ha ragion d’essere solo entro un determinato panorama storico e concettuale.

Inoltre, come ci ricorda Gow, il fertilissimo lavoro di Pierre Bourdieu dovrebbe mettere in guardia ogni buon antropologo dal ricorrere con leggerezza a una categoria che tutto sommato basa la propria azione sulla distinzione, nel momento stesso in cui definisce cos’è arte e cosa non lo è. Non solo, andando ancora più in profondità, l’estetica opera una discriminazione anche in termini di classe, distinguendo un’arte colta e un’arte per la massa.

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Certo, allo stesso modo dell’antropologia, l’estetica occidentale opera attraverso la comparazione, il confronto. Ma proprio nel momento in cui esprime un giudizio, si discosta imprescindibilmente dai metodi dell’antropologia.

La possibilità di considerare l’estetica una categoria per l’analisi interculturale è dunque da escludere?
Forse no. Secondo i sostenitori della mozione presentata all’inizio del dibattito potremo ovviare a tale impasse considerando l’estetica come ciò che si occupa della capacità di attribuire valore a uno stimolo sensoriale. La capacità insomma di unire sensibile e semantico.
Tuttavia quella che a mio parere potrebbe essere la criticità di questa posizione è che bisognerebbe presupporre che nell’essere umano siano presenti delle capacità universali e che queste vengano poi declinate a seconda dei diversi sistemi culturali di riferimento.

In ogni caso, secondo me, entrambe le parti in causa offrono ottimi spunti di riflessione, che si sviluppano, però, su terreni differenti. Da un lato chi si esprime a favore della mozione fornisce un buon punto di partenza per un approfondimento neurofisiologico del mondo dell’arte; dall’altro lato chi si dimostra contrario rimanda a riflessioni critiche interne al mondo dell’arte nello specifico e della storia del pensiero occidentale in generale.

Per quanto mi riguarda, credo che il modo più consono che l’antropologia possa adottare per approssimarsi senza timore allo sconfinato mondo delle produzioni materiali (quale che sia il loro statuto), sia quello di adottare ciò che Alfred Gell propone come filisteismo metodologico, ovvero la capacità di avvicinarsi agli oggetti artistici (in senso lato) assumendo un atteggiamento di assoluta indifferenza verso il loro valore estetico, un punto di vista problematico certo, ma anche estremamente innovativo per la riflessione antropologica sull’arte.
Per non rischiare di dilungarmi oltre e perdere le fila del discorso, però, mi riservo di approfondire questo tema in un prossimo articolo.

 

Note
Per la definizione del concetto di estetica in Occidente: http://www.treccani.it/vocabolario/estetica/

 

Fonti:
-Dibattito del 1993. L’estetica è una categoria interculturale, di J.F. Weiner, H. Morphy, J. Overing, J. Coote, P. Gow, contenuto in Antropologia, estetica ed arte (a cura di) A. Caoci, FrancoAngeli, 2008, Milano
-La distinzione. Critica sociale del gusto, P. Bourdieu, [trad. it.], Il Mulino, 1983, Bologna
-L’arte primitiva e la necessità del primitivismo per l’arte, di D. Miller, contenuto in Antropologia, estetica ed arte (a cura di) A. Caoci, FrancoAngeli, 2008, Milano
-La tecnologia dell’incanto e l’incanto della tecnologia, di A. Gell, contenuto in Antropologia, estetica ed arte (a cura di) A. Caoci, FrancoAngeli, 2008, Milano