Reversibilità del progresso tecnologico: le armi da fuoco in Giappone

Uno degli assiomi fondamentali del pensiero occidentale contemporaneo in merito all’evoluzione delle civiltà è la presunta irreversibilità del progresso tecnologico. Le implicazioni di tale prospettiva non sono di carattere puramente descrittivo o storiografico: essa non riguarda solo il progresso della conoscenza scientifica, cui pure si accompagna, ma alimenta l’ideale di crescita materiale illimitata in ogni ambito che informa la struttura economica, sociale e culturale delle società contemporanee in una dialettica auto-alimentantesi.

Il progresso tecnologico viene considerato una cifra ineludibile dell’avanzamento delle civiltà e delle società: esso è condizione necessaria per poter definire il progresso, una condizione naturale ed inevitabile per una società che viva in condizioni di relativa pace e prosperità, i cui eventuali esiti pericolosi vanno gestiti, controllati e tollerati, ma visti come effetti collaterali ineliminabili. Eppure, non sempre la storia procede in linea retta, e considerazioni di natura sociale, filosofica, estetica possono prevalere sulla corsa all’efficienza tecnica, un’idea assolutamente eretica per la civiltà occidentale.

Un esempio ne è l’uso delle armi da fuoco, in Giappone, fra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo. Introdotte dagli occidentali verso la metà del ‘500, esse conobbero per mezzo secolo un entusiastica diffusione e un’evoluzione tecnica superiore rispetto alle controparti europee, salvo venire poi pressoché abbandonate per oltre due secoli in favore del ritorno all’arte bellica tradizionale. Il Giappone tornerà alla polvere da sparo, e su larga scala, solo dopo l’arrivo della flotta statunitense dell’ammiraglio Perry nella baia di Tokyo (1853), che forzerà il paese a rinunciare alla secolare politica isolazionista e ad aprire i porti al commercio con l’occidente. Una trattazione sintetica ma abbastanza completa del fenomeno è presentata da N. Perrin in Giving Up the Gun: Japan’s Reversion to the Sword, 1543-1879, Boston, Mass., 1979.

 

L’introduzione delle armi da fuoco europee in Giappone

Il primo contatto dei Giapponesi con le armi da fuoco ebbe luogo nel 15431La polvere da sparo, così come un tipo rudimentale di arma da fuoco di origine cinese (tetsuho, una sorta di schioppo) erano in realtà già noti in Giappone da circa 270 anni (Perrin, 1965, nota 1), quando tre avventurieri portoghesi giunsero sull’isola di Tanegashima2A lungo le armi da fuoco vennero indicate, in Giappone, col nome di tanegashima , all’estremo sud del paese, ed impressionarono il signore del luogo abbattendo delle anatre coi loro moschetti (Perrin 1979:6; Lidin 2002). Entro un anno, gli armaioli di Tanegashima erano in grado di riprodurre alla perfezione i moschetti portoghesi. Già nel 1549, Oda Nobunaga, il signore della guerra che in pochi anni avrebbe ottenuto il dominio di gran parte del paese, ordinò cinquecento moschetti (teppo, 鉄 砲 ) per il proprio esercito (Perrin 1965:6-8). In un decennio, ne furono prodotti 300 000 ( Kōkan, 1998:30). Nel 1560, in uno scontro fra Nobunaga e il clan Imagawa, il generale Sakuma Morishige – prima vittima di alto rango delle armi da fuoco – cadde colpito da un proiettile di moschetto (Turnbull 1998:215).

 

 

Giappone
Sistema per sparare al buio (sinistra) e dispositivo per sparare sotto la pioggia (destra), Collezione S. Yoshioka, Kyoto

 

 

Nel corso di questi pochi anni, l’evoluzione tecnica fu rapida notevole: furono sperimentati calibri maggiori per aumentare il potere di penetrazione delle armature, furono inventato dispositivi di mira accurati, un sistema per sparare al buio e un dispositivo per sparare sotto la pioggia3Uno dei principali problemi del moschetto era l’impossibilità di funzionare in condizioni piovose, in quanto la pioggia tendeva a spegnere la miccia che fungeva da innesco per la polvere pirica. Tale problema, in Europa, venne superato con l’introduzione dell’innesco a pietra focaia (Perrin 1965:17). Furono scritti manuali ad uso dei patrizi come delle truppe popolari. Anche la tattica d’impiego subì notevoli sviluppi: l’uso di far ricaricare le armi alla prima linea mentre i ranghi retrostanti facevano fuoco permise di ottenere un fuoco continuo4In Occidente, tale tecnica venne elaborata prendendo spunto dalla tattica legionaria di far alternare i ranghi nel combattimento corpo a corpo col nemico , e venne introdotto l’uso di steccati e palizzate da campo per proteggere gli archibugieri (Perrin 1965:19).

 

 

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La battaglia di Nagashino: la morte di Yamagata Saburōhei Masakage, di Tsukioka Yoshitoshi, 1868. Herbert R. Cole Collection, Los Angeles County Museum of Art.

 

 

L’uso di queste tecniche permise ai luogotenenti di Nobunaga di avere ragione della temibile cavalleria dei Takeda nella giornata di Nagashino (1575). Qui, su un esercito di circa 40 000 effettivi, Nobunaga schierò circa 10 000 archibugieri (Turnbull 2000). I fatti di Nagashino portarono al riconoscimento dell’arma da fuoco come una componente insostituibile degli eserciti,  utilizzata sia dai samurai, sia da truppe di estrazione popolare (ashigaru, 足軽 ) ed a modifiche sostanziali nelle pratiche belliche giapponesi. Sul fronte esterno, l’uso massiccio delle armi da fuoco determinò la supremazia giapponese contro Coreani e Cinesi durante il tentativo di invasione della Corea (1592-1598)5E’ interessante notare come i Coreani stessi, nel corso della guerra, tentarono rapidamente di imitare le armi da fuoco giapponesi..

 

Le cause della rapidissima diffusione delle armi da fuoco

Per comprendere una diffusione tanto celere ed estesa, è necessario considerare diversi fattori. In primo luogo, la struttura feudale del paese e la (conseguente) mentalità guerriera della classe patrizia dominante. Nel XVI secolo, in Giappone, il potere era, de facto, nelle mani dei daimyō ( 大 名 ), i signori feudali, e della casta dei guerrieri (bushi, 武 士 ) o samurai ( 侍 ), per i quali l’esercizio delle armi e la gloria militare costituivano la prima preoccupazione, e la principale forma di realizzazione individuale e collettiva. Inoltre, il paese stava attraversando il cosiddetto Sengoku Jidai ( 戦 国 時 代 , 1467-1600 ca.), “l’epoca degli stati belligeranti”, un periodo di accanite lotte fra gli stati feudali. In questo clima di contesa, ciascuno stato o clan doveva certo vedere di buon occhio ogni mezzo in grado di fornire un vantaggio di tipo militare.

L’interesse per le nuove tecnologie, poi, poteva essere assecondato grazie alla presenza di una solida tradizione tecnico-artigianale, in particolar modo per quanto riguarda l’estrazione del ferro e la metallurgia. L’acciaio prodotto all’epoca in Giappone, esportato in tutta l’Asia orientale, era di qualità eccellente, probabilmente superiore a quello europeo6Si vedano i tentativi della Compagnia Inglese delle Indie Orientali di vendere acciaio europeo ed indiano in Giappone (Pratt 1822, vol. I:22, in Perrin 1979:10) . La manifattura delle lame in particolare aveva raggiunto un elevatissimo livello tecnico (Boxer 1951:68, e Montanus 1670:65, in Perrin 1979:11). I fabbri nipponici pertanto non dovettero avere difficoltà ad applicare le loro conoscenze alla forgiatura di armi da fuoco. Pur in un periodo di conflitti, poi, il Giappone era un paese prospero, con una popolazione di circa venticinque milioni di abitanti (la Francia e la Spagna continentale dell’epoca, Perrin 1965:12) ed un’economia fiorente.

 

 

Giappone
Samurai a cavallo con pistole e moschetto, dal Budo Gaijutsu hiden zue, Collezione S. Yoshioka, Kyoto

 

 

Le premesse materiali e culturali per la diffusione della nuova arma c’erano dunque tutte. In questa vicenda, vi è poi un fattore che, apparentemente trascurato dalla storiografia, è a nostro avviso determinante. La diffusione delle armi da fuoco ha avuto avvio grazie all’interesse di Tokitaka, il signore di Tanegashima, e di Oda Nobunaga. È un dato che entrambi, all’epoca dei fatti, fossero quindicenni. La giovane età deve averli resi particolarmente aperti al fascino delle novità.

 

L’inversione di tendenza, i primi tentativi di disarmo e l’abbandono delle armi da fuoco

Negli ultimi anni del XVI secolo, l’uso delle armi da fuoco era ormai tanto diffuso ed efficace da cominciare a presentare dei problemi per la prassi bellica nipponica. L’episodio più emblematico è forse lo scontro presso Gakuden nel 1584: qui, due eserciti rivali si fronteggiarono a lungo senza che nessuno dei due riuscisse a prendere l’iniziativa e ad attaccare, temendo di subire pesanti perdite a causa del fuoco nemico. Al contrario, finirono per scavare delle trincee in cui si asserragliarono, scambiandosi sporadiche raffiche (Sadler 2010; Perrin 1979:26). Una situazione fin troppo simile a quella verificatasi sui fronti della Grande Guerra nel 1915. Questo ed altri episodi, in particolare quelli relativi all’uccisione di personaggi d’alto rango, cominciarono a porre delle domande relative all’uso massiccio del teppo, e, in alcuni ambienti, cominciò ad affacciarsi l’idea che le armi da fuoco stessero ‘sfuggendo di mano’, insieme ad una certa antipatia nei confronti di questa ‘invenzione straniera’.

 

 

Giappone
Samurai a cavallo con moschetto e pistola, dal Budo Gaijutsu hiden zue, Collezione S. Yoshioka, Kyoto.

 

 

Dei motivi su cui essa si fondava, alcuni sono evidenti, altri meno. Ancora una volta, la mentalità guerriera deve aver svolto un ruolo fondamentale. L’ideale marziale giapponese esaltava il combattimento individuale ed eroico, in cui gli avversari si mettevano in mostra e riconoscevano a vicenda. L’uso dei moschetti imponeva una tipologia di combattimento molto più anonima, e in cui esporsi all’attenzione del nemico risultava controproducente, e in cui il valore individuale passava in secondo piano. Era uso che, prima di iniziare il combattimento, comandanti e campioni presentassero se stessi davanti alle schiere: l’uso del moschetto costrinse ben presto ad abbandonare tale prassi (Perrin 1979:16 e sgg.). Di fatto le armi da fuoco costituivano un intralcio e una minaccia per la morale eroico/guerriera dell’aristocrazia feudale, e di conseguenza per la sua stessa cultura e per la legittimazione del suo dominio.

 

 

Giappone
Samurai con cannone manesco.

 

 

Ad un livello ancora più profondo, esse urtavano considerazioni di carattere estetico. Se la mentalità occidentale è ormai abituata a separare nettamente ciò che è bello da ciò che è utile (si veda Nef 1950), non così nel Giappone del XVI secolo. Ogni gesto veniva valutato, come ancora in molte arti tradizionali nipponiche, sulla base di criteri estetici. È interessante notare come gli stessi manuali di tiro dell’epoca evidenzino la mancanza di grazia ed eleganza dei movimenti necessari a sparare. Nel manuale di Inatomi (1595), pur rivolto ai samurai, le immagini raffigurano, dietro ai loro moschetti, esclusivamente dei popolani, quasi fosse osceno mostrare un gentiluomo in pose così sgraziate (Perrin 1979:45 ). L’ideale guerriero si associava irrinunciabilmente alla spada e alle sue movenze fluide ed eleganti, al suo significato simbolico di alter ego del guerriero. Se è vero che già prima dell’introduzione del teppo il samurai aveva come arma principale l’arco o la lancia, è pur vero che la spada manteneva, anche da un punto di vista pratico, un’importanza fondamentale in battaglia. L’arma da fuoco rendeva difficile entrare in contatto corpo a corpo, vieppiù riducendo l’importanza della spada.

 

 

Una delle tavole del manuale di tiro di Inatomi, 1595.

 

 

A queste considerazioni si aggiungono motivazioni più pratiche, in primo luogo di ordine sociale: ci si rese ben presto conto come le armi da fuoco permettessero ad un plebeo di uccidere facilmente un aristocratico. Questo avrebbe potuto significare una maggiore indipendenza delle classi sociali inferiori, le quali avrebbero potuto esigere, o tentare di strappare con la forza, una maggiore mobilità sociale e maggiori diritti. Non per niente, i primi tentativi di disarmo mirarono in generale a ridurre in senso assoluto il numero di armi possedute dai ceti sociali inferiori. È il caso di Toyotomi Hideyoshi, reggente del paese, che intorno al 1586 ordinò che tutti i civili e i monaci, entrando in Kyoto, dovessero cedere le loro armi, al fine di fornire l’acciaio necessario per costruire una statua colossale del Buddha (Perrin 1979:26-27). In ultimo, va considerato che il Giappone non aveva, all’epoca, nemici esterni che potessero concretamente mettere in pericolo la sua indipendenza.

Anche in Europa vi furono delle voci favorevoli alla dismissione delle armi da fuoco, motivate forse in parte da motivi analoghi. Nel Giappone del XVI secolo, però, l’aristocrazia militare ammontava a circa l’otto per cento della popolazione, ad aveva pertanto un peso nell’economia sociale e culturale, almeno numericamente, molto maggiore dell’aristocrazia europea dell’epoca, che non arrivava all’uno per cento (Perrin 1979:33-34), nonché le risorse per affermare la propria volontà e la propria visione del mondo.

Questi atteggiamenti di crescente ostilità, o quanto meno di calo dell’entusiasmo, della casta guerriera nei confronti delle armi da fuoco, più che agire direttamente nel senso di una collettiva dismissione del loro uso da parte dei signori feudali costituirono il substrato di disprezzo e disinteresse che permise all’autorità centrale di metterle, de facto, al bando. Fu infatti il governo centrale nipponico che, nel giro di alcuni decenni sotto gli shogun7Shogun (将軍), letteralmente ‘comandante dell’esercito’, era il titolo ereditario dei dittatori militari, formalmente nominati dall’imperatore, che governarono de facto il Giappone tra il 1198 e il 1868. Tokugawa (siamo agli inizi del ‘600), riuscì a limitare significativamente il numero delle armi da fuoco in circolazione, tanto da far sì che, dopo la fine del XVII secolo, esse non fossero di fatto più usate in guerra, e che se ne perdesse perfino la memoria8Nell’800 restavano solo quattro famiglie di fabbricanti di armi da fuoco.

Un bando ufficiale non ci fu mai. Il governo centrale impose come prima cosa il concentramento di tutti i fabbricanti di armi da fuoco a Nagahama. Venne poi fondata una apposita commissione, la quale avrebbe dovuto valutare, approvandoli o respingendoli, gli ordini di armi da fuoco provenienti da tutto il paese. Di fatto, la commissione autorizzava soltanto gli ordini provenienti dal governo centrale. Ne seguì ovviamente la crisi economica degli armaioli, a cui il governo rispose fornendo delle ‘pensioni’ ed aumentando drasticamente i pagamenti per le sempre più rare commesse. Di fatto, molti di essi tornarono a forgiare lance e spade. Soltanto la città mercantile di Sakai, tra tutte le città nipponiche la più vicina al concetto occidentale di ‘libero comune’, riuscì, per un certo tempo, a mantenere una produzione autonoma (Perrin 1979:47-64).

Mediante queste politiche, in meno di un secolo una tecnologia che aveva subito una diffusione ed uno sviluppo senza pari in termini di velocità, venne altrettanto rapidamente abbandonata, mostrando come, anche in assenza di eventi catastrofici, il progresso tecnologico non proceda in modo lineare in un crescendo di complessità tecnica in cui una tecnologia venga dismessa solo quando ve ne è un’altra più avanzata a soppiantarla, ma sia reversibile e suscettibile dell’influenza di considerazioni molto lontane dall’ambito puramente tecnico.

 

Bibliografia:

  •  Boxer, C. R., 1951, The christian Century in Japan, University of California Press, Berkeley
  • Kōkan, N., 1998, The connoisseur’s book of Japanese swords, Publisher Kodansha Internationa
  • Lidin, O. G., 2002, Tanegashima: The arrival of Europe in Japan, Nordic Institute of Asian Studies, Copenhagen
  • Montanus, A., 1670, Atlas Japannensis
  • Nef, J. U., 1950, War and Human Progress, Harvard University Press, Cambridge, Mass.
  • Perrin, N., 1979, Giving Up the Gun: Japan Reversion to the Sword, 1543-1879, D. R. Godine Publisher, Boston, Mass.
  • Pratt, P., 1822, History of Japan. Compiled from the records of the English East India Company at the instance of the court of directors, M. Paske-Smith, C.B.E., H.B.M. Consular Service, Japan
  • Sadler, A. L., 2010, The maker of modern Japan: The life of Tokugawa Yeiasu, Routledge
  • Turnbull, S., 1998, The Samurai Sourcebook, Cassell & Co.
  • Turnbull, S., 2000, Nagashino 1575: Slaughter at the Barricades, Osprey Publishing
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