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Resistenza al matrimonio nel Guangdong

O come risparmiarsi il matrimonio grazie ai bachi da seta e ai culti messianici.

Il rifiuto categorico da parte delle donne a sottostare al rituale matrimoniale, o a ciò che esso comporta – quindi convivenza con il partner e avere dei figli – era qualcosa che fino agli anni ’50 del Novecento in Italia poteva destare sospetto, disapprovazione e stigma.

Come immaginare una cosa del genere in Cina, una società tradizionale condizionata da rigide leggi e da una cultura millenaria fondata sui doveri filiali verso la famiglia, primo dei quali produrre degli eredi?

Si è riscontrato un fenomeno di questo tipo, in un’area circoscritta e in un momento storico molto preciso, studiato da Marjorie Topley nel 1978. Si è trattato di una situazione del tutto particolare e irripetibile. Siamo nel Guangdong rurale, nel delta del Canton, tra la fine del XIX secolo e i primi anni della rivoluzione industriale, non prima, e mai più successivamente.

Le ragazze coinvolte nella pratica del rifiuto del matrimonio, o della resistenza alla convivenza dopo un matrimonio forzato, erano spesso unite sia dall’adesione allo stesso culto messianico, lo H’sien-t’ien Ta-tao, o The Great Way of The Former Heaven, una religione sincretica millenaria basata sull’adorazione di una dea madre, spesso protettrice dei bambini nati con un oroscopo infausto, sia dall’impiego nella sericoltura.

In questa zona infatti si sono praticati per secoli l’allevamento del baco da seta e la filatura, in cui tradizionalmente erano molto più impiegate le donne rispetto agli uomini, che per ragioni rituali dovevano essere nubili.

La medicina tradizionale cinese, fondata sui concetti cosmologici dello yin e dello yang, insegna che la gravidanza e il parto saturano il corpo della donna di sostanze venefiche e inquinanti, che possono danneggiare gravemente gli organismi in crescita, come i bambini piccoli o il baco da seta.

Tra l’altro si pensa che, viceversa, sia l’allevamento del baco da seta sia la filatura siano lavori di natura “umida”, in quanto a stretto contatto con l’acqua, e quindi vadano ad interferire con il ciclo mestruale e con la fertilità femminile, quindi un’interferenza minima per quanto riguarda le madri di famiglia.

Tutto ciò è supportato dallo stretto contatto della donna, secondo la medicina tradizionale e i precetti confuciani, con l’elemento cosmologico yin, oscuro, vuoto, negativo, infausto, portando con sé un preconcetto di inferiorità assoluta della figura femminile nella mentalità cinese.

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Ma è proprio in questa zona che questa situazione di inferiorità, apparentemente insormontabile perché supportata dal pensiero confuciano radicato nella tradizione, venne meno.

Le donne, infatti, dato il loro esclusivo impiego in alcune delle fasi più importanti del ciclo produttivo della seta, rappresentavano una forza lavoro indispensabile e insostituibile, spesso supportando economicamente tutto il nucleo famigliare. Il lavoro portava sostentamento ai genitori anziani, ai fratelli minori, e, nel caso essa fosse stata sposata, anche al marito e alla famiglia del coniuge.

Nel caso ci fosse stato un matrimonio forzato, la donna poteva scegliere di comprare e mantenere per tutta la vita una concubina al partner (trattandosi degli anni prima di Mao il concubinato era ancora una pratica largamente usata e permessa), sostentando anche i figli che sarebbero nati dall’unione.

Nel Guangdong le donne impiegate nella sericoltura avevano, a differenza della maggior parte delle donne cinesi, la possibilità di lavorare fuori dall’ambiente domestico e di spostarsi a loro piacimento. Infatti non subivano la pratica molto diffusa della fasciatura dei piedi. Esse rappresentavano una forza economica portante della struttura famigliare.

Da qui il desiderio di non sposarsi, di non farsi recludere in un’istituzione soffocante come quella del matrimonio, che le costringerebbe a sposare un uomo destinato loro dai genitori, anche molto più vecchio o molto più giovane, e di non essere sradicate dal loro ambiente famigliare per andare a vivere con la famiglia del marito.

Molto spesso il desiderio di rimanere nubili era supportato dai genitori: permettere ufficialmente alla ragazza di rimanere a lavorare nella sericoltura implicava prendere dei voti religiosi e andare a vivere in una comunità di sole donne, sotto il culto dello H’sien-t’ien Ta-tao.

Queste comunità solo femminili erano chiamate Girls’ houses o Vegetarian halls , le ultime caratterizzate dal regime alimentare vegetariano, pratica veicolata nella vita religiosa cinese dal pensiero Buddhista. Esse garantivano alle donne una vita autonoma, un’istruzione attraverso la lettura dei testi sacri con dei precettori, la partecipazione alle manifestazioni religiose, le processioni, gli spettacoli teatrali, senza l’obbligo di rasarsi il capo né di indossare i paramenti sacri, se non nelle festività.

Era abbastanza frequente l’instaurarsi di relazioni amorose tra adepte di una stessa sorellanza, situazione ben accetta all’interno della comunità. Molte informatrici durante la ricerca di Topley (1978) avevano dato notizia di una convinzione generalmente condivisa, ovvero che una persona, nelle sue successive reincarnazioni, si unisca in matrimonio sempre con lo stesso partner, e che alle volte possa succedere che questo nasca dello stesso sesso del soggetto, conservando invariabilmente il sentimento di attaccamento dato dalla predestinazione.

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Queste comunità rappresentavano per le donne un ambiente protetto in cui vivere, e anche una garanzia per l’aldilà, in quanto le adepte si occupavano della cura del culto delle sorelle defunte, assicurando loro un riposo sereno dopo la dipartita, cosa che altrimenti una donna nubile non avrebbe potuto avere in nessun modo.

Dopo l’avvento di Mao e la rivoluzione industriale, la crisi economica portò moltissime donne del Guangdong ad emigrare a Hong Kong o in Malesia in cerca di lavoro, così le Girls’ houses furono smantellate.

Si pensa che questo fenomeno sia stato esclusivo di quest’area e di questo periodo proprio per la particolarità delle circostanze, i processi culturali legati alla sfera economica e ambientale e ad elementi religiosi che hanno contribuito a creare una situazione assolutamente unica per le donne cinesi.

In questa nicchia culturale, nella sicurezza di una comunità esclusivamente femminile, con la legittimazione ideologica del rituale, che per altri versi dà spazio e rifugio agli individui pericolosi da un punto di vista cosmologico, le donne trovarono qualcosa che altrimenti non avrebbero avuto da nessun’altra parte.

Per le donne nubili, quindi senza figli, non c’è spazio alcuno nella struttura sociale cinese, così come, con un parallelismo perfetto, non c’è spazio per la loro lapide sull’altare di famiglia, dopo la morte. Queste comunità, grazie al culto dello H’sien-t’ien Ta-tao e all’impiego nella sericoltura, hanno dato uno spazio alle donne cinesi, in un senso nuovo e profondo, che non si ripeterà più in seguito.

 

Bibliografia

Topley M. And J. Debernardi, 2011, Cantonese Society in Hong Kong and Singapore: gender, religion, medicine and money, Hong Kong University Press

Topley M., 1978, «Marriage Resistance in rural Kwangtung», in Topley and Debernardi, 2011, cit. pp. 423-446