Quel George che inventò l’alfabeto: storia di una lingua

 «L’uomo che ha un idea nuova è un matto finché l’idea non ha successo.»
Twain

 

Ho scelto di raccontare la storia di un personaggio poco conosciuto concentrandomi sulla sua biografia, che a mio avviso narra una vicenda di creatività personale che vale la pena conoscere, storia che ha trascinato con se un processo sociale ben più ampio, ovvero  quello della ri-proposta storicamente consapevole di una cosa plastica e viva come una lingua.

Il suo nome era, con molte probabilità George Gist, ma non verrà ricordato come tale.

La creazione linguistica che ideò viene ricordata dalla posterità come il Sillabario Cherokee, un alfabeto ricavato dalla reinterpretazione creativa dei caratteri della lingua inglese e delle cifre arabe, approcciate da quest’ uomo che aveva un patrimonio linguistico tramandato oralmente, ricco di immagini, e che non veicolava il patrimonio simbolico-mitico tramite caratteri alfabetici.

Quest’invenzione fu il traguardo del tentativo di dare una controparte scritta ad un linguaggio e a tutta la sua struttura storico-simbolica, creando una modalità storicamente innovativa per i Cherokee (quella scritta) come risposta positiva  e difensiva agli sconvolgimenti politici di quegli anni.

George Gist aveva discendenza Cherokee da parte di madre, e visse nel XIX secolo in un territorio di contatto tra Cherokee e colonizzatori bianchi, l’Arkansas.

Verrà ricordato dalla discendenza con il nomignolo derisorio affibbiatogli a causa di un suo handicap motorio: Sequoyah, o piede di porco.

Gli Indiani Cherokee, o Tsalagi (nome le cui dovute distinzioni non saranno qui trattate) prima che la colonizzazione avesse avuto luogo, vivevano secondo le loro strutture politiche  nei  territori ancestrali dell’ America settentrionale, a Sud dei monti Allegheny.

Già durante il periodo delle lotte con i bianchi, nel corso del 1800, una parte dei Cherokee era emigrata lungo il Tennessee e oltre il Mississipi nei territori di Texas e Arkansas.

Il nostro George Gist nasce tra gli anni sessanta e settanta del ‘700, in Tennesse, nel villaggio di Overhills che sorgeva nei pressi della comunità Cherokee di Tushkeegee. Figlio di una donna autoctona Wu-teh e di un inglese che commerciava in pellame, George crebbe a contatto dei due ambienti, per poi seguire le orme paterne nel commercio delle pelli.

La storia vuole che ebbe un incidente durante una battuta di caccia, che gli causò danni permanenti, storpiandolo in gioventù e valendogli il soprannome spregiativo summenzionato.

Il giovane Sequoyah, relegato ormai lontano dai sentieri dei cacciatori, scoprì in se stesso un fabbro pieno di talento ed un artigiano dalla mano preziosa. Si trasferì con la famiglia nei territori della Georgia, per essere arruolato nell’esercito americano alle prese con gli inglesi e gli indiani Muskogee (ribattezzati Creek) loro alleati.

Fu proprio in Georgia, sui campi assolati degli scontri, che il fabbro esperì la potenza di una grande, sferragliante macchina organizzativa, fatta di tecnologia ma soprattutto di burocrazia: l’esercito americano.

In questo ingranaggio mai fermo, dispendioso, ben oliato dalla retorica, i bianchi alfabetizzati infagottati nelle divise che schizzavano sui cavalli si scambiavano messaggi tramite dispacci e lettere, fitti di segni, che affascinarono il soldato George Gist.

Il backgroud culturale di Sequoyah e delle persone del suo villaggio, come detto in precedenza, prevedeva tutto un panorama mitologico simbolico con una straordinaria attenzione grafica e pittorica delle narrazioni.

Le immagini evocate dalle narrazioni fondative e dalle imprese dei personaggi di spicco, non poggiavano su medium scritti, ricalcando scelte stilistiche tradizionali e pregiate, in cui il canale comunicativo non funzionava tramite grafemi. I  Cherokee erano dunque analfabeti, e la cultura storico simbolica era affidata all’oralità.

George Gist percepì il potenziale di semplificazione mnemonica di quei fogli scritti, per riferirsi ai quali usava la denominazione foglie parlanti, per ciò che riguardava i concetti che richiedevano lunghe frasi, o il vantaggio e la chiarezza delle possibili annotazioni quantitative…un tipo di tecnologia molto promettente, la cui osservazione sul campo gli valse l’ idea per cui viene ricordato.

Ciò che Sequoyah si ripromise di fare era dunque inventare un alfabeto, o codificare un insieme di simboli formali…che fossero specchio dei fonemi emessi dai parlanti Cherokee.

 

George Gist

 

Escogitò dunque un sistema di segni intelligibili e ricorrenti, che all’inizio consistevano in semplici forme geometriche formate da segmenti e cerchi, in modo da annotare agevolmente la sua piccola contabilità di fabbro.

Questa conquista domestica tuttavia non lo soddisfece, e gli anni che seguirono furono trascorsi nella ricerca febbrile di un metodo, una formula, che permettesse di coagulare in forma scritta la lingua Cherokee, patrimonio storico di un popolo, aleatorio e galleggiante sulle vite di tutti, eppure non abbastanza da non soffrire stretto nella morsa della poderosa burocrazia coloniale, insieme alla cui lingua,  viaggiava l’impero.

La creazione di questo linguaggio e l’invenzione strettamente grafica del suo patrimonio segnico fu un parto travagliato: ai pittogrammi dalla breve vita, accantonati perché scomodi e goffi, si susseguirono eserciti di simboli che corrispondevano ai suoni delle parole pronunciate, paurosamente numerosi e poco pratici. Qualsiasi bimbo Cherokee avrebbe gettato la spugna dopo pochi tentativi.

Eppure l’intuizione fondamentale, ovvero il fatto che in tutte le parole esistessero suoni, fonemi che si ripetevano a rotazione ma con combinazioni diverse, non poteva essere sbagliata.

Fu il fortuito incontro con un maestro di scuola di madrelingua inglese, e del sillabario da lui avuto in prestito, consultato avidamente dall’illetterato fabbro del tutto a digiuno di alfabeto latino e grammatica, a ribaltare completamente la situazione.

Quei segni, cifre comprese, offrivano al creativo le materie prime che cercava per il suo edificio concettuale…quello che poi fu ricordato come il Sillabario Cherokee, che vide finalmente la luce negli anni venti del 1800.

Fu un atto straordinariamente creativo e meticolosamente studiato: i simboli della lingua inglese, approcciati da un parlante senza grammatica scritta, vennero completamente reinterpretati (ad esempio il numero 4 fu usato per il suono se), molti furono conservati e affinati, a tal punto da risultare la controparte visibile ottimale per la lingua della comunità.

Il ricco e complesso linguaggio Cherokee fu sintetizzato e reso trasmissibile in 86 simboli, ognuno a carattere univoco. Il colpo di coda delle conseguenze storiche?

I capi clan appoggiarono l’ iniziativa di questa nuova idea: i Cherokee reimpararono in veste nuova la loro lingua e se stessi, raggiungendo in pochi anni un tasso di alfabetizzazione del 100%. Il loro alfabeto passò ai posteri con il nome di Sillabario.

Inutile dire che la vita da studioso eremita di Sequoyah cambiò. Un ulteriore strumento tecnologico fu assorbito e adattato brillantemente: la procedura di fusione in piombo dei caratteri alfabetici, che permetteva l’ utilizzo di un torchio da stampa, e per dirla in breve, potenzialmente, la circolazione di materiale stampato cartaceo.

Nel 1827, il Consiglio delle Nazioni Cherokee decise di stanziare i fondi per la stampa del primo giornale indiano pubblicato negli Stati Uniti, il che permise dagli anni venti in poi il fiorire delle stampe in lingua Cherokee, Bibbia compresa.

Oggi è risaputo che i Cherokee parlano una lingua detta irochese, e si ritiene sia l’unica ancora parlata, dando credito alla teoria di alcuni studiosi secondo cui quello di Sequoyah fu un vero e proprio salvataggio culturale.

Per concludere, a parte tutta la letteratura lievemente sentimentale che presenta il personaggio di George Gist come un emarginato geniale, alcune voci storiche suggeriscono l’esistenza di un proto-sillabario antecedente e molto antico, che avrebbe potuto fungere da spunto per il nostro fabbro.

Eppure, senza gli anni di studio di George Gist non possiamo sapere se quell’embrione linguistico fosse condannato a rimanere  in uno stato umbratile, a non poter mai vedere la luce. La creazione finale è qualcosa di affascinante, come la lingua da cui scaturisce, viva, pulsante, e piena di cicatrici storiche.

Sequoyah fu investito di molte cariche prestigiose e perpetrò con costanza il suo attivismo per i Cherokee nei panni di funzionario di stato e diplomatico.

Chi derideva questo fabbro non seppe mai che il suo epiteto divenne una parola transcontinentale: le maestose sequoie, i celebri sempreverdi emblema della Wilderness americana, la selvaticità assoluta e sublime tanto cara a Jack London, riportano il suo nome in segno di onorificenza.

Morì durante un viaggio in circostanze opache e aneddoti riesumati solo a monconi, lasciando il mistero del luogo della sua sepoltura.

Anni dopo tuttavia, le cosiddette Cinque Tribù Civilizzate fecero un tentativo diplomatico di riappropriazione delle terre ancestrali, proponendo una soluzione statale (dal non felice esito), la cui dichiarazione di intenti era nel territorio indiano le Cinque Comunità, presentando, nell’osservanza  della dialettica statale, una Costituzione scritta e un’idea di Governo. Il nome di questo agognato Stato, proposto ai restii americani, avrebbe avuto un nome che nella mente dei suoi filosofi avrebbe soffiato sulle  terre il buon auspicio: Stato di Sequoyah.

Naturalmente, di tutte le cose bisogna vedere come vanno a finire, e sarebbe un utopismo un po’ dolciastro pensare che le comunità native americane abbiano avuto un percorso facile dopo questa conquista.

Ma a me la storia di quest’uomo, del suo potenziale creativo in quanto agente singolo, coraggiosamente solitario, e di questa comunità linguisticamente combattiva (se mi si può passare il termine) capace di riscrivere se stessa alla luce di una politica aggressiva, è piaciuta, e l’ho voluta raccontare.

 

Bibliografia:

  • Diamond J., 2014, Armi, acciaio e malattie. Torino, Einaudi

 

Sitografia:

  • http://www.treccani.it/enciclopedia/cherokee_%28Enciclopedia-Italiana%29/
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Cherokee
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