Prima esperienza di “Masticare Paan”

«Ho saputo che vuoi masticare paan

«Certo. Ne ho sentito a lungo parlare.»

«Allora vieni con me.»

Queste le parole di Dominique, il ragazzo bengalese che quest’estate mi ha fatto da guida durante il mio soggiorno presso le missioni P.I.M.E in Bangladesh. Fin dai primi giorni sono preso da una curiosità: per le vie di Dhaka e di ogni paesino o pari (villaggio) che visito, molti uomini hanno una dentatura colorata di rosso. Perché?
“Scarsa igiene”, penso. Spesso noto che alcuni di questi ogni tanto sputano e ciò che ne esce fuori, allo stesso modo, assume un colore rossastro. “Tubercolosi”, penso all’inizio. Il mio dubbio sarebbe a lungo rimasto irrisolto se non mi fosse stata pronunciata questa strana parola bengalese, in linguaggio sanscrito: paan.

In India e Bangladesh è una vera prelibatezza, tanto da diventarne un simbolo, quasi. Da ciò che ho visto e da ciò che mi è stato raccontato sotto forma di aneddoti, viene consumato in moltissime occasioni: dopo i pasti, durante un momento di relax, in casa al chiuso, ma soprattutto nei luoghi pubblici: il mercato, lungo le strade o anche durante cerimonie ufficiali, per esempio i matrimoni. Può assumere un valore di ospitalità: il più delle volte viene offerto scambievolmente. Donne, anziani e addirittura giovanissimi lo consumano senza alcuna remora, magari dopo averlo acquistato in una qualche bancarella lungo i margini delle vie percorribili. Gli indù lo gustano durante i loro puja e non è strano vederlo offrire per poi essere lasciato davanti i luoghi di preghiera, i mandira. Il paan è qualcosa che rappresenta un aspetto vivo della vita quotidiana.

Il paan (letteralmente “foglia”, in sanscrito) non è altro che una foglia di betel, una pianta della famiglia delle Piperaceae, la quale cresce il tutto il subcontinente indiano e in tutto il sud-est asiatico. Viene consumato nel subcontinente già da quasi tredicimila anni ed è citato persino nelle opere del grande viaggiatore nordafricano Ibn Battuta del XIV secolo. Si tratta di una foglia di betel arrotolata al cui interno è presente della noce (seme) di areca (il classico paan-shupari) polverizzata assieme a diversi altri ingredienti, in base alla tipologia preferita, tra questi: chiodi di garofano, cannella, cocco polverizzato, tabacco. Il paan si distingue anche in base alle tecniche di coltivazione del betel. Ancora oggi il paandanii è un’arte riconosciuta in tutto il paese.

Sono presso il piccolo centro di Zirani, a pochi km da Dhaka, lungo la strada principale che conduce a Rashahai, verso ovest. La strada è costellata di centri di raccolta materiali e piccoli empori, i quali si intensificano sempre più man mano che ci avviciniamo al centro abitato con l’ autobus pubblico. Il via vai di persone è incredibile: ovunque mi giro ci sono persone. Mi fermo a dormire presso il centro missionario del luogo, lungo una stretta stradina sterrata. Percorrendola, ci conduce alla grande strada trafficata, da una parte, e verso ampie aree di verdi campi, dall’altra. La pioggia ha reso quasi impraticabile il percorso, ormai diventato fango e pozzanghere nelle quali arrancano i cng. La stradina è costellata di bancarelle che vendono di tutto: dalla frutta alle sigarette (vendute singolarmente), dal thè alle pungenti spezie. Calata la luce, il via vai continua e le bancarelle diventano gli unici punti luce.

 

 

Visuale di Zirani

 

 

Dominique mi presenta un suo conoscente del posto, appena fuori dal centro missionario. Sono spaventato: ho appena avuto 39 gradi di febbre e non sono certo delle proprietà di ciò che sto per assaggiare. Si tratta, tra l’ altro, della prima volta che esco, praticamente solo, di notte e tutto mi sembra così suggestivo. Il mio scarso bengalese non mi permette di districarmi tra le persone. In realtà appena identifico meglio la situazione mi rassicuro: non c’è poi troppa gente in giro questa sera e, soprattutto, il clima sembra molto disteso e rilassato: le risate degli uomini fuori seduti a bere il thè e discutere tra loro, le donne che portano i bimbi in casa, la brezza che accarezza il volto dopo la pesante afa della giornata. L’odore delle strade a Zirani è molto meno acuto e impregnante che nella capitale. Il cielo è coperto.

 

 

Stradina notturna a Zirani
Stradina notturna a Zirani

 

 

Ci dirigiamo tutti e tre verso la bancarella più vicina, a pochi passi.  Al banco il proprietario mi guarda con stupore, sgranando gli occhi, la stessa cosa che ho notato fare a molti bengalesi che improvvisamente incontrano un italie bideshi (uno straniero italiano).

«Tina paan den… doher koer» insisto nel chiederlo io, sfoggiando un po’ di lingua locale, ma suscitando lo stesso i sorrisi divertiti di Dominique, del suo amico e del paandanii, oltre che il mio lieve imbarazzo. Dominique ripete la mia stessa frase correggendola e subito al banco l’uomo si mette al lavoro estraendo dal Kartik paan, già confezionato, tre foglie uguali.

Al loro interno spruzza oltre che l’areca tritata, un po’ come facciamo con il sale, anche della cannella, altre spezie ma soprattutto un pezzetto di calce spenta per rendere il composto più solido e compatto. In pochi secondi arrotola le foglie ed ecco tre perfetti paan. Assieme ad essi estrae da un pacchetto tre sigarette benson e ce le porge, quasi come se fossero parte integrante. “Spesso piace fumare appena dopo averlo preso.” Mi dice Dominique. «Coto?» Chiedo e subito mi viene fatto capire a gesti il prezzo: cinque taka bengalesi. Sto per estrarre il portafoglio ma con una mano la guida mi blocca: offre lui, «Non preoccuparti, sei ospite.» Dice.

 

 

paan
Paan

 

 

Ci mettiamo sopra una chiazza di asfalto. Lo mettiamo in bocca. La prima cosa che sento è il pezzo di calce, duro come un sasso, il quale si ammorbidisce poco a poco. La prima cosa che sento davvero, però, è l’amaro sapore della foglia. Appena si spezza, ecco salire al palato l’ intenso, estremamente pungente e lievemente piccante sapore dell’areca tritata che rende asciutta la bocca, simile ad una anestesia. Sto per deglutire ma subito Dominique mi ferma: non si deve mandar giù, solo masticare e poi sputare la saliva, arrossata dalla noce.

Il masticare il paan mi aumenta la salivazione, ogni sputo lascia per terra un’enorme chiazza rossa. La bocca alla fine è disidratata, completamente. Continuo a cercare di produrre saliva per sputare i rimasugli di foglia e di calce rimasti in bocca e tra i denti, suscitando le risate dei miei due compagni. Questi provvedono offrendomi un bastoncino di nim, per pulirmi i denti. La sigaretta infine sembra risultare davvero un piacere, a palato asciutto. Prima di dormire mi sciacquo la bocca.

Ripeto questa scena molte sere durante il mio soggiorno: Gulta, Rajshahi, Nobai Bottola, Bumhara. Opinione diffusa è che il paan conferisca il valore energetico di una o due tazze di caffè fresco, in alcuni casi addirittura si riscontrano valori terapeutici e digestivi. Per me “masticare il paan” ha significato “mettere in bocca un pezzetto della quotidianità bengalese” e scoprirne gli usi più semplici, ma allo stesso tempo, più usuali della vita di tutti i giorni. Il paan è stato uno dei tanti modi per poter entrare in relazione non solo con questa antica cultura culinaria, ma anche con le persone. Masticare il paan assume il valore di momento di condivisione, un momento di intimità nel tempo libero, nei miei confronti forse anche di ospitalità.

 

 

 

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Nicolò Favotto

Studente e prossimo alla laurea triennale in Storia e Antropologia presso l'Università Ca Foscari di Venezia. Amante dei viaggi (di volontariato e anche non) e della lettura. Interessato alla disciplina su più livelli (sia in termini di tempo che di spazio) ma in particolare e soprattutto all'ambito delle religioni, dei culti e dell'identità etnica legata ed esse oltre che per situazioni sociali in cui molte "culture tradizionali" vertono oggi. Credente e a tratti "superstizioso" ha un certo interesse anche per il mondo della divulgazione orale e della scrittura.

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