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Pratiche del corpo: i maisin, i sapeurs e il bleaching

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Vediamo tre esempi di come la cultura agisce sul corpo in un contesto sociale: il caso della società maisin in Papua Nuova Guinea, il fenomeno congolese di alta moda denominato La Sape e la pratica di sbiancamento della pelle molto diffusa a Lisbona.

 

La società maisin in Papua Nuova Guinea

Provincia di Oro, Papua Nuova Guinea, fine degli anni ’90: nella comunità maisin la credenza nella stregoneria ha una posizione preponderante e una notevole diffusione ed è intimamente connessa con la malattia o con eventi fatali della vita di un individuo. Per i maisin, la stregoneria appartiene all’unico e grande continuum che è la vita, senza «fare una netta distinzione tra la vita normale e i periodi in cui essa è minacciata dagli stregoni»1J. Barker, “Christian bodies: Dialectics of Sickness and Salvation Among the Maisin of Papua New Guinea”, in The Journal of Religious History, Vol.27, No.3, October 2003, p.282, traduzione mia, inserendo sia la malattia che la guarigione in un sistema morale che dirige l’interpretazione degli eventi straordinari e non.

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Papua Nuova Guinea

Come riporta John Barker, in questa società la stregoneria è considerata come un qualcosa di sbagliato in sé e per sé, ma allo stesso tempo è inevitabile: essendo considerata come la conseguenza di un comportamento scorretto, ed essendo gli esseri umani spesso capaci di compiere atti cattivi o provocanti e nuocere così ai propri simili2Ivi, p.283, non è raro che si verifichino episodi di stregoneria all’interno della comunità.

Nonostante la società maisin sia stata a lungo a contatto con la religione cristiana, tale credenza nell’esistenza della stregoneria si è perpetuata nel tempo, ma ha subito delle modifiche da un punto di vista pratico ed ontologico e in particolare «nei modi in cui i maisin tendono a concepire il proprio corpo, la malattia e la guarigione»3Ivi, p.286, traduzione mia.

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Maisin People

Come sostiene Barker, la conversione al Cristianesimo ha comportato prevalentemente la considerazione di tutta la stregoneria come qualcosa di diabolico; oltre a ciò, i corpi “riscaldati”, ovvero quelli degli stregoni che si “scaldano” assumendo cibi specifici e praticando l’astinenza sessuale4Ivi, p.287, sono considerati i più soggetti alla stregoneria, mentre i “corpi cristiani” risultano immuni grazie alla fede nel divino5Ivi, p.289.

Il corpo che viene colpito dalla stregoneria è indice della presenza di una divisione sociale, alla quale si può porre rimedio attraverso azioni collettive e di supporto alla comunità, che permettono al corpo individuale di guarire e di conseguenza alla frattura sociale di ricomporsi.

Allo stesso tempo, il “corpo cristiano”, tutelato da uno stato di salvezza, «rompe la relazione interna tra il corpo e la comunità morale»6Ibidem, traduzione mia e la guarigione passa ad essere da un fatto sociale una questione religiosa tra l’individuo credente e il Dio cristiano.

 

I sapeurs del Congo

Un secondo esempio da analizzare a riguardo è il movimento de La Sape, la Societé des ambianceurs et des personnes élégantes, nato a Brazzaville, nella Repubblica del Congo, e poi sviluppatosi nella capitale francese: all’interno di esso, i partecipanti congolesi fanno dell’alta moda parigina il principio trainante della loro vita, la quale ruota attorno all’acquisto di nuovi capi di lusso, di feste di soli sapeurs, di ostentazione delle proprie capacità di acquistare gli abiti eleganti, anche richiedendo ingenti prestiti, e di ritorni annuali da Parigi alla patria africana, carichi di decine di sfarzosi vestiti da esibire quotidianamente ai conoscenti e ai parenti locali.

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I sapeurs di Brazzaville

Come scrive Alain Mabanckou,

il loro segreto è proprio il portamento, grazie al quale qualsiasi abito indossato da un sapeur guadagna immediatamente un’altra dimensione7Alain Mabanckou, articolo su Internazionale.

Tale fenomeno può essere letto come incorporazione dei valori moderni del mondo occidentale, come il benessere, la ricchezza, l’allontanamento dalle realtà più disagiate, ma anche come indice del desiderio di rivalsa ed emancipazione della popolazione africana nei confronti di quella europea.

Tramite il corpo, tramite gli abiti con cui i sapeurs si propongono al resto del mondo, si delinea una strategia di ridefinizione dell’identità congolese, che si appropria attivamente di elementi della vita – agiata – occidentale e ne propone una rielaborazione in chiave africana.

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Nella lettura di Jonathan Friedman, gli abitanti di Brazzaville

cercavano di acquisire l’apparenza degli europei, impiegando in questo progetto anche delle creme sbiancanti per la pelle8J. G. Ferguson, “Of Mimicry and Membership: Africans and the “New World Society””, in Cultural Anthropology 17(4):55, American Anthropological Association, 2002, pp.1-569, p.554.

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Tuttavia, le loro pratiche non sono da intendersi come occidentali quanto piuttosto come imitazioni di quelle occidentali, per così dire occidentaloidi. I sapeurs, difatti, «attuavano all’interno di una cosmologia indigena nella quale la “forza vitale” può essere estratta da persone potenti tramite una specie di magia simpatica»9Ivi, p.554, motivo per cui il movimento de La Sape è da intendersi come «interamente Africano»10Ibidem, traduzione mia, rif. a J. Friedman, Global System, Globalization, and the Parameters of Modernity: Is Modernity a Cultural System?, Roskilde University, International Development Studies, Occasional Paper No.14, Roskilde, Roskilde University, 1995, p.29;

[il sapeur] “si pone in competizione con il colono: se l’europeo non è in grado di portare gli abiti che fabbrica, il sapeur saprà metterne in luce il valore. In questo senso, l’eleganza è “negra”11Mabanckou, articolo su Internazionale.

 

La pratica del bleaching a Lisbona

Passiamo ora al contesto occidentale della realtà metropolitana di Lisbona, prendendo un esempio lampante di come la cultura possa avere non solo un’influenza ma delle ripercussioni vere e proprie sul corpo e sulla salute dell’essere umano.

L’“industria dello sbiancamento”12C. Pussetti, I. Pires, The industry of whitening in Lisbon: an ethnography of practices and products for skin bleaching and its risk to dermatological health, Saúde Soc. São Paulo, Vol.29, No.1, e200018, 2020 (bleaching) è una realtà molto diffusa in Africa, Asia e nei Caraibi, ma, come dimostrato dallo studio di Chiara Pussetti e Isabel Pires, essa ha una notevole presenza anche nella capitale portoghese e in particolare nel suo antico ghetto arabo chiamato Mouraria, quartiere multietnico e luogo di forte immigrazione.

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Nelle spa, nei saloni di bellezza e in quelli dei parrucchieri, come nei vari negozi del quartiere, è facile reperire prodotti per allisciare i capelli ricci e parrucche di capelli finti, ma ciò che più salta agli occhi è la presenza ricorrente di creme, maschere e lozioni “sbiancanti”, dai nomi quali “Supreme White Intense”, “Whitenicious”, “Bel Dam” o “Rapid’Clair”13 Ivi, p.8.

Tali prodotti hanno la funzione di sbiancare chimicamente la pelle e vengono pertanto utilizzati da uomini e donne di origini prevalentemente asiatiche o afroamericane che aspirano all’ideale di bellezza occidentale della pelle chiara e “pulita”14 Ivi, p.3.

Che correlazioni troviamo tra il corpo di questi individui e l’ambiente e le ragioni culturali? Le origini di questo riconoscimento del candido stereotipo dell’incarnato occidentale come ideale estetico si radicano nella dominazione coloniale e nell’imposizione di una morale e di valori occidentali alle popolazioni colonizzate e tuttora il concetto di “etnicità” ha una grande influenza nel mercato di questi prodotti medici e farmacologici.

La globalizzazione ha rafforzato la diffusione di stili di vita e ideali di bellezza occidentali, in contrapposizione alla concezione della pelle scura come emblema di arretratezza, degenerazione razziale, sporcizia, iperpigmentazione patologica e vizi morali15Ibidem, p.3, con la conseguente correlazione con una determinata classe e uno status sociale, discriminazioni razziali, schiavitù e il sistema delle caste indiano16Ivi, p.4.

Dall’altra parte, la pelle bianca si è affermata ancor più come chiave d’accesso a élite culturali e privilegi economici, all’educazione, al lavoro, alle relazioni sociali17Ivi, p.3, anche se nel corso del XX secolo l’Europa ha visto uno stravolgimento dei canoni estetici tramite il diffondersi di modelli di bellezza diversi, non occidentali, “esotici”, come una pelle più scura, considerata segno di salute e benessere economico per una presunta lunga esposizione al sole, permessa da uno stile di vita agiato e ricco di tempo libero.

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Qual è, ad oggi, il contesto culturale all’interno del quale avviene una pratica invasiva e dannosa come quella del bleaching? Lo studio ha portato alla luce questioni di intolleranza e discriminazione razziale, ingiustizie sociali e lavorative, valori eurocentrici, nonostante sia stato condotto nel XXI secolo e in una capitale multietnica e cosmopolita come Lisbona.

Le persone di origine asiatica e afroamericana, sia immigrate che nate in Portogallo, lamentano serie difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro a causa del colore della loro pelle; come sostiene una ragazza di 26 anni durante un’intervista,

If I hadn’t changed my appearance a little I wouldn’t have worked for companies like Sephora or Perfumes & Companhia. Europeans like thin women, with skin not so dark. Black women who do not adapt to European tastes are frying hamburgers at McDonald’s, but not serving, even in the back, in the kitchen, where people cannot see you18Ivi, p.7.

Le disparità e discriminazioni sul piano lavorativo sono solo uno dei motivi che si trovano a monte di questo processo di sbiancamento dermatologico; per cercare di entrare a pieno nella società occidentale ed essere trattati al pari dei bianchi, gli abitanti del quartiere Mouraria mettono a rischio la propria salute con la pratica del bleaching, per la quale vengono utilizzati prodotti dalle ostentate capacità sbiancanti, senza che però sia riportato alcun tipo di avvertenza sui loro effetti nocivi per la salute.

Il risultato schiarente, difatti, si ottiene mediante l’utilizzo di ingredienti chimici ed altamente tossici, legalmente proibiti nel commercio all’interno dell’Unione Europea19Ivi, p.1: i prodotti sbiancanti sono infatti importati principalmente da India, Cina e Africa occidentale e sono facilmente reperibili e acquistabili per un massimo di 5 euro a pacchetto.

Tra i vari ingredienti si trovano dentifrici, acido delle batterie, detergenti, nonché idrochinone, corticosteroidi, mercurio e acido salicilico, che possono causare problemi di salute di vari livelli di gravità quali bruciature, irritazioni e carcinomi della pelle, diabete, cataratta, infertilità, ipertensione, problemi renali e perfino la morte20Ivi, p.10.

Abbiamo visto come l’essere umano sia un prodotto della cultura, risponda al proprio habitus, a quell’insieme di strutture che fanno della cultura il sistema di riferimento delle azioni e del comportamento di un individuo. Abbiamo anche analizzato come il corpo possa fungere da strumento per approcciarsi al mondo e tentare di scalfire le sue dure pareti sociali che possono precluderne l’accesso, per affermare i propri valori e principi e le proprie rivendicazioni identitarie, e anche come le percezioni e le pratiche sul corpo cambino a seconda dell’ambiente sociale e religioso nel quale i soggetti sono immersi.

È il globale nel locale, è l’universale nel particolare, è la storia e la conseguenza della colonizzazione – e della cristianizzazione nel caso dei Maisin – nei corpi e nelle menti di coloro che le hanno vissute: è la cultura nel corpo, nelle pratiche, nei vestiti, è l’ibridazione e il cosmopolitismo delle infinite sfaccettature che caratterizzano la vita socio-culturale dell’essere umano.

 

Ti consigliamo anche la lettura della prima parte dell’articolo.

 

Bibliografia:

  • Barker J., 2003, “Christian bodies: Dialectics of Sickness and Salvation Among the Maisin of Papua New Guinea”, in The Journal of Religious History, Vol.27, No.3, October;
  • Ferguson J. G., 2002, “Of Mimicry and Membership: Africans and the “New World Society””, in Cultural Anthropology 17(4):55, American Anthropological Association, pp.1-569;
  • Friedman J., 1995, Global System, Globalization, and the Parameters of Modernity: Is
    Modernity a Cultural System?, Roskilde University, International Development Studies, Occasional Paper No.14, Roskilde, Roskilde University, p.29;
  • Pussetti C., Pires I., 2002, The industry of whitening in Lisbon: an ethnography of practices and products for skin bleaching and its risk to dermatological health, Saúde Soc. São Paulo, Vol.29, No.1, e200018.

 

Sitografia: