“Pet” come costruzione: un ponte tra umanità e animalità

Cos’ è il “pet”?

Il termine inglese “pet” rientra anche nella nostra lingua, designando una categoria di animali “da compagnia”.

Ci pare abbastanza chiaro a che cosa ci riferiamo con il concetto di “pet”, ma non sappiamo che cosa abbia portato certi animali ad assumere una posizione diversa rispetto ad altri loro simili. Soprattutto, quando pensiamo ad un animale domestico, ci ricordiamo che ogni cultura ha i suoi “pet”?

In questo articolo approfondiremo come il concetto di “animale domestico” sia un costrutto culturale e come questa categoria non sia affatto omogenea, in riferimento ad un confronto tra culture diverse e all’ interno di una stessa cultura.

 

 Costruzione dell’identità umana e del “pet”

Come e perché certi animali sono considerati compagni dell’ uomo?
Quale è il processo messo in atto da società diverse per definire che cosa sia e come debba essere trattato un animale domestico?

In ogni cultura, l’uomo tende a differenziarsi dall’animale e l’identità umana si configura in termini di negazione dell’animalità: in ogni società vige il costrutto «sono uomo perché non sono bestia».

In tutte le società, ritroviamo due categorie ben distinte di umanità e di animalità, mediate da una categoria intermedia (animale domestico).

Costruzione del “pet” in Occidente

La società occidentale elabora la dicotomia uomo/animale all’interno di quella più generale di mondo umano/mondo naturale.
Questa divisione concettuale porta l’uomo a confinare gli animali selvatici in un ambito di “non esistenza”, e confina gli animali da allevamento negli spazi extra-urbani. All’interno della categoria “animale” si forma una ulteriore frattura tra animali (sia selvatici che addomesticati) e animali domestici.

 

Animali selvatici

L’animale selvatico vive una contraddizione: è inesistente nell’ambiente urbano, viene utilizzato sul piano simbolico per veicolare significati che si ricollegano alla forza della natura e alla perduta vicinanza dell’ uomo al mondo naturale.
Allo stesso tempo, però, l’animale selvatico è oggetto di una manipolazione simbolica opposta, quando nelle fiere e negli zoo viene snaturato e umanizzato per ribadire il potere dell’uomo sulla natura. Una categoria particolare è quella della selvaggina, che è considerata una categoria edibile.

 

Animali domestici

L’animale da allevamento è separato dalla sfera d’azione umana e dalle abitazioni; la sua collocazione è la struttura zootecnia, che lo separa fisicamente e concettualmente dalla popolazione.
La mentalità intensiva di produzione ci ha portato a percepire gli animali da allevamento soltanto come “macchine da produzione”, tramite dispositivi culturali che allontanano la consapevolezza dello sfruttamento e della macellazione trasformandole in necessità legittimate dal bisogno.

 

Categoria dei “pet”

All’interno di questa categoria è possibile delineare alcune caratteristiche, il pet:
1) non si uccide;
2) non si mangia;
3) è oggetto di un processo di umanizzazione e di investimento affettivo;
4) è collocato all’interno dello spazio esistenziale dell’ uomo;
5) svolge una mediazione tra l’ uomo e il mondo naturale;
6) ha un nome;
7) può fungere da indicatore di status sociale e veicolare informazioni su chi lo possiede.

 

 

cane pet in occidente
Nella foto vediamo una donna occidentale mentre abbraccia il suo cane

 

 

 

Esaminiamo l’argomento della edibilità, che si presenta come elemento di differenziazione nella “costruzione del pet” in diverse culture.

Costruzione del pet ed edibilità

Per quanto riguarda la non edibilità del pet, è necessario ripercorrere la teoria di Edmund Leach sulle proibizioni alimentari. Secondo lo studioso, l’uomo crea tre categorie per classificare le sostanze edibili:

  •  riconosciute nella dieta;
  •  riconosciute come possibile cibo, ma sottoposte ad una proibizione conscia;
  • non riconosciute dalla cultura come cibo, e quindi sottoposte ad una proibizione inconscia (tabù alimetare). I pet rientrano nell’ultima categoria.

Secondo Leach, le riflessioni sull’edibilità degli animali si organizzano in uno schema egocentrato, in cui esiste una corrispondenza tra edibilità/non edibilità per Ego e tra accessibilità sessuale/proibizione sessuale per Ego.
Ciò significa che in ogni cultura gli animali vengono categorizzati come edibili o non edibili e questo trova una corrispondenza con il modo in cui gli esseri umani sono categorizzati in base ai rapporti sessuali (sessualmente accessibile/sessualmente proibito).
Ciò che conta osservare è che le definizioni di edibilità rispetto agli animali e dei rapporti sessuali rispetto agli esseri umani, sono stabilite culturalmente.

 

Schema di Edmund Leach

 

schema Edmund Lech per capire la costruzione del pet
Schema egocentrato rispetto alle relazioni sessuali e alle norme alimentari di un soggetto (Ego)

 

 

 

Nello schema analogico di Leach osserviamo quattro livelli di corrispondenze:

  •  divieto di commettere l’ incesto = divieto di cibarsi del proprio pet;
  •  divieto di sposarsi con la propria cugina, ma di poter intrattenere con lei relazioni sessuali pre-matrimoniali = possibilità di cibarsi di animali allevati a condizione che siano immaturi o castrati;
  • possibilità di contrarre matrimonio con una vicina =  possibilità di cibarsi di selvaggina;
  • prescrizione di non contrarre matrimonio con un’ estranea =  non edibilità di animali selvatici.

Il primo livello il divieto è stabilito in base alla troppa vicinanza tra Ego e il partner sessuale/il proprio animale.
L’ ultimo livello, invece, è diametralmente opposto al primo perché il divieto è stabilito in base alla troppa lontananza tra i due termini.

Leach sostiene che inizialmente tendiamo a compiere distinzioni binarie, e in un secondo momento a mediare tra esse creando una classe intermedia.
A porsi tra i due estremi di “essere umano” e “animale selvatico” è il “pet”, l’animale da compagnia. Esso è un elemento di collegamento da un punto di vista categoriale, essendo una creatura ambigua : né del tutto animale e né del tutto uomo. Questa ambiguità categoriale lo rende il mediatore ideale tra le due categorie opposte di partenza, poiché conserva la sua natura animale e, allo stesso tempo, esibisce i tratti di umanizzazione.

In teoria, qualsiasi animale potrebbe entrare in un rapporto familiare con l’uomo; nella pratica, conosciamo alcuni esempi diversi in cui ogni cultura umana ha sviluppato il suo corrispettivo “pet” in base alle proprie necessità e al contesto in cui vive.

Costruzione del “pet” in Nuova Guinea

In Nuova Guinea, la donna vive in una capanna con i figli piccoli e con i maiali, mentre gli uomini conducono un’esistenza separata e vivono nella “casa degli uomini”.
La donna papua alleva i cuccioli di maiale come se fossero dei figli: li nutre, li assiste nella malattia, li coccola e li sgrida, li tiene con sé nei campi durante le ore di lavoro e li tiene a dormire con sé nella capanna. Li allatta al seno.

Rappaport si è occupato dello studio degli tsembaga, orticultori papua semi-itineranti. Secondo lo studioso, il maiale diventa un membro della famiglia in Nuova Guinea e può essere paragonato al cane in Occidente.
Gli tsembaga uccidono e mangiano i maiali, in Occidente questo non avviene con il cane. Il maiale ha un valore economico e nutrizionale importante presso i papua e viene macellato, anche se raramente e soltanto durante i rituali.

 

 

 

il maiale è il pet in Nuova Guinea
Donna papua che tiene in braccio il figlio e il cucciolo di maiale

Il kaiko

L’ uccisione dei maiali avviene durante il kaiko. Questa festa riunisce i membri di più villaggi che consumano un banchetto comune, rinsaldando i legami sociali.
Il kaiko chiude un cerchio temporale che va dai cinque ai venti anni.
Durante il tempo in cui “la festa dei maiali” non si pratica, questi vengono uccisi soltanto dai loro padroni in occasione di altre cerimonie (matrimoni e rituali di guerra), eventi associati alla sfortuna (malattia, incidenti, morte) o in casi di emergenza.

Le donne hanno investito rapporti affettivi sui maiali, che vengono uccisi dagli uomini i quali ne sono emotivamente svincolati. Gli uomini non uccidono un animale da compagnia, ma un animale da macello, allevato tra le mura domestiche in vista del sacrificio e del consumo alimentare.
Gli uccisori, inoltre, non sono mai locali ma provengono da altri villaggi.

Il caso dei maiali presso gli tsembaga costituisce un caso particolare di ambivalenza funzionale dell’ animale (investimento affettivo, valore economico e simbolico, impiego rituale, consumo alimentare) e la collocazione all’interno di sistemi oppositivi come donne/uomini, gruppo ospitante/gruppo ospitato.

 

Il cane in Australia e Polinesia

Anche in Australia e in Polinesia il cane è considerato un “pet”, tranne per il fatto di essere considerato cibo commestibile.

Il dingo, una specie di cane che vive nei boschi attorno ai villaggi australiani, conduce una vita separata dalle attività umane. I cuccioli di dingo, però, vengono allevati nei villaggi e quando diventano adulti ritornano alla vita nei boschi.
Durante la permanenza nei villaggi, il dingo vive a stretto contatto con l’uomo. Viene allevato e allattato dalle donne aborigene, così come le donne papua allattano i cuccioli di maiale e le donne polinesiane allattano i cuccioli di cane. Anche in Australia si verifica che lo stesso animale che è oggetto di cure e attenzioni, viene ucciso a scopo alimentare. Vi sono, però, alcune limitazioni.

Il percorso che devono subire il dingo e il cane per diventare cibo edibile, è un percorso di estraneazione: l’allontanamento da tutto ciò che lo legava affettivamente a qualcuno.
E’ possibile cibarsi di un dingo o di un cane solo se l’animale non appartiene alla sfera domestica. Se appartiene ad altri, l’animale è considerato semplicemente un essere edibile, non essendo investito da nessun vincolo affettivo.

 

Costruzione del “pet” presso i bororo

I bororo del Brasile centrale allevano molti animali domestici, in condizioni di vicinanza all’essere umano. Una posizione privilegiata, però, è occupata dall’arara, una specie di pappagallo. Per il suo piumaggio variopinto, è ritenuto la manifestazione dello spirito aroe in cui vivono gli antenati. L’arara è considerato proprietà personale, ha un nome, riceve cure dalle donne e gioca con i bambini. L’arara non è considerato edibile e non viene ucciso né per scopi alimentari, né per scopi rituali. Le piume necessarie ai rituali vengono procurate dall’uccisione di arara selvatici.

 

 

arara come pet presso i bororo
Bambino che gioca con l’ arara, uomo decorato di piume di arara durante un rituale

«Noi uomini bororo siamo arara rossi»

Gli uomini bororo dicono: «noi bororo siamo arara rossi». La frase esprime con ironia la particolare condizione in cui vengono a trovarsi gli uomini per cui finiscono per essere assimilati agli arara:

  • durante i rituali, gli uomini indossano le piume iridescenti degli arara, diventando il ricettacolo dello spirito dell’aroe. Di conseguenza, vengono assimilati ai pappagalli.
  • i bororo hanno un sistema di discendenza matrilineare1Il termine matrilinearità indica un sistema sociale in cui la proprietà dei beni e altri oggetti sociali dell’uomo vengono trasmessi ai figli delle sue sorelle e un modello di residenza uxorilocale2uxorilocalità: in etnologia, è un modello di residenza in base al quale la coppia, dopo il matrimonio, va a vivere presso la famiglia della sposa. L’uomo sposato è tenuto a risiedere nella parte del villaggio abitato dalla famiglia della moglie.
  •  tra i bororo i pappagalli sono gli unici animali da compagnia.

Il pappagallo riveste un alto valore simbolico per la società bororo: simbolo dello spirito aroe, della simbiosi uomo-animale per il fatto di essere custoditi e allevati amorevolmente dalle donne, della strana condizione in cui vengono a trovarsi gli uomini.
Questi, infatti, vivono in un ruolo preminente, ma in uno stato di apparente dipendenza delle loro mogli.

Conclusione

Ogni società opera similmente nella costruzione della categoria “pet”; le differenze nel trattamento dell’animale domestico devono essere interpretate alla luce del contesto in cui emergono.
Il fenomeno “pet”è una costruzione culturale che opera una mediazione tra le classi distinte di umanità e animalità. La mediazione permette all’uomo di mantenere un rapporto con la parte “animale” perduta, dalla quale si è distanziato per stabilire la propria identità tramite contrapposizione.

La cultura occidentale presenta tutti i tratti fondamentali del fenomeno “pet”: divieto di uccisione, non edibilità, ammissione allo spazio domestico, trattamento affettuoso dell’ animale come punto forte del  fenomeno.

In alcune culture tradizionali esistono fenomeni che presentano questa configurazione, ma che si distinguono per il tratto dell’ edibilità: esso differenzia il fenomeno “pet” per come lo si intende in Occidente.

I confini della distinzione tra diverse categorie, però, non sono mai così netti, e i comportamenti umani necessitano di un’interpretazione a seconda del contesto culturale/economico-ecologico in cui sono inseriti.

 

 

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