Oltre il Tabù darwiniano (Parte terza – Memetica)

Nel corso di questo breve articolo, tenteremo di chiarire i punti chiave della teoria memetica come manifestazione moderna dell’applicazione delle teorie evolutive all’ambito culturale umano. Il tutto, ricordo, con l’obiettivo di donare maggior chiarezza alle varie incursioni della teoria darwiniana all’interno delle tematiche gelosamente custodite dagli umanisti (si veda il primo articolo di questa serie) e, soprattutto, al fine di avvicinarsi a una possibile risposta alla domanda che sta a fondamento di questa indagine:

le teorie evoluzionistiche moderne applicate alla cultura umana creano nuovamente una scala gerarchica delle società e delle culture in stile vittoriano? Oppure sono compatibili con la neutralità valoriale tipica dell’ etnologia moderna?

 

 

Memetica

Come accennato al termine del precedente articolo, per rispondere alla forte insoddisfazione verso le spiegazioni sociobiologiche e biologiche della cultura Richard Dawkins, nell’undicesimo capitolo del suo libro del 1976, conia la parola meme, l’unità di imitazione alla base dell’evoluzione culturale. In assonanza con il gene e derivante dal greco mimeme (ciò che viene imitato) la parola meme è presente, a partire dal 1998, nell’Oxford English Dictionary dove viene così definita: «Meme (mi:m), n. Biol., (abbreviazione di mimeme … ciò che è imitato, derivato da GENE n.). Un elemento di una cultura che può considerarsi trasmesso mediante mezzi non – genetici, in particolare attraverso l’ imitazione.»

Dawkins non si concentrò nell’opera del 1976 sui vari meccanismi messi in moto dal nuovo replicatore, si limitò a coniare il termine credendo di poter in qualche modo attribuire un processo evolutivo, analogo a quello organico, alla cultura umana e inserì alcuni interessanti spunti per i suoi successori. Infatti, negli anni che seguirono, filosofi, antropologi e biologi elaborarono il concetto di meme arrivando a gettare le basi di una nuova scienza: la memetica, ancora oggi in lotta per l’effettiva affermazione accademica. Tra i molti, seguiamo in particolare il pensiero della scrittrice britannica Susan Blackmore e del filosofo statunitense Daniel Dennett, entrambi grandi amici e collaboratori di Dawkins, nel tentare di definire la logica, i meccanismi e alcune delle innumerevoli implicazioni filosofiche della memetica.

Nel suo libro La macchina dei Memi  Susan Blackmore parte dalla brillante idea proposta ne Il gene egoista e arriva a definire nello specifico i vari meccanismi di questo nuovo replicatore, finendo per formulare una vera e propria ipotesi sulla mente umana tramite un tour de force di congetture memetiche. Parallelamente, Daniel Dennett esplora le implicazioni filosofiche ed etiche del concetto di meme trattando i temi di libero arbitrio e coscienza per mezzo dei nuovi strumenti offerti dalla memetica.

Come sarà ormai chiaro, replicazione, modificazione e selezione sono i requisiti necessari dell’ evoluzione. Per comprendere le caratteristiche dell’ evoluzione culturale non possiamo che analizzare nel dettaglio il modo in cui la sua unità elementare, il replicatore culturale, viene replicato, modificato e selezionato. Senza entrare in scomodi dettagli cognitivi, per quel che riguarda la replicazione dei memi sarà sufficiente tenere a mente che essa è garantita da un meccanismo di apprendimento particolarmente complicato e, come alcuni sostengono, peculiare di Homo sapiens: l’imitazione (è tutt’ora presente un fervente dibattito accademico circa la definizione di imitazione e lo studio dei suoi meccanismi. Si veda ad esempio: So quel che fai, Giacomo Rizzolatti, 2002, R. Cortina Editore).

Ora, tentiamo di delimitare i confini di ciò che viene imitato, di ciò che può essere definito un meme, e di comprendere i suoi criteri di modificazione e di selezione. Quindi, di cosa stiamo effettivamente parlando? Si tratta di una semplice metafora oppure il meme ha una forma, una struttura concreta?

 

Di cosa stiamo parlando?

Nonostante la varietà di opinioni riguardanti una definizione precisa di meme, è possibile affermare che la maggior parte dei memetisti concorda con l’idea generale proposta da Dawkins e Dennett. Entrambi associano i memi a idee e informazioni, indipendentemente dalla loro locazione e strutturazione; che essi si trovino nei nostri cervelli sotto forma di rete di connessioni neuronali, in una chiavetta USB, nello stile di un abito o in un libro di ricette. Più in particolare, Dennett sostiene che i memi siano istruzioni per il comportamento radicate nei cervelli umani espresse in “veicoli memici“:

«I memi sono trasportati da veicoli memici – foto, libri, modi di dire. Oggetti e artefatti e altre invenzioni sono a loro volta veicoli memici. Un carro con ruote a raggi non trasporta solamente grano e foraggio da un posto all’ altro; trasporta anche la brillante idea di un carro con ruote a raggi da una mente all’ altra1R. Dawkins, 1976, op. cit., p. 210».

A quanto pare, non stiamo parlando di una semplice metafora ma, ciononostante, imporre al meme confini precisi è, come per il gene, complicato e di scarsa utilità. Dawkins in Il gene egoista arriva a definire il gene come

«un tratto di cromosoma con quel tanto di fedeltà di copiatura da servire da unità vitale di selezione naturale2Ibid., p. 213»

e, allo stesso modo, si propone di individuare i possibili confini di un meme. All’interno di una sinfonia, quanti memi sono presenti? La teoria di Darwin può essere costituita da un unico meme? Dawkins risponde:

«Un meme-idea potrebbe essere definito come un’ entità che è capace di essere trasmessa da un cervello a un altro. Il meme della teoria di Darwin è perciò quella base essenziale dell’ idea che è comune a tutti i cervelli che capiscono la teoria. Le differenze nel modo in cui la gente rappresenta la teoria non sono allora, per definizione, parte del meme3D. Dennett, 1991, op. cit., p. 204».

Ora, per chiarire i dettagli della memetica e i criteri di modificazione, selezione e aggregazione della sua unità di base, sarà necessario proiettare il nostro ormai allenato occhio dell’ immaginazione ai tempi in cui i replicatori culturali iniziavano a muovere i loro primi passi. I tempi in cui anche Homo sapiens, come lo conosciamo oggi, iniziava la sua conquista del pianeta terra, una conquista dai caratteri squisitamente culturali.

 

meme e geni
Il “meme”: elemento di una cultura trasmesso per imitazione

 

Il punto di vista del meme

Il genere Homo aveva oltrepassato il “Rubicone celebrale”4Giorgio Manzi, L’evoluzione umana, Bologna: Il Mulino, 2007; utilizza questo termine per operare una netta classificazione dei reperti fossili di ominidi. A partire dai 600 centimetri cubi di capienza cranica sembra opportuno, secondo Manzi, iniziare a parlare di genere Homo (p. 79), ormai da due milioni di anni, quando alle predisposizioni socio-cognitive di un particolare gruppo si aggiunse una specifica mutazione che aprì le porte ai primi, veri e propri memi. Modi particolari di scheggiare una pietra, versi, gesti, atteggiamenti, strategia di caccia e di allevamento della prole, sono tutti possibili candidati per rappresentare i primi memi capaci di saltare, grazie all’ imitazione, di cervello in cervello.

Dobbiamo riuscire a calarci nel punto di vista del meme per coglierne i meccanismi intimi della replicazione, modificazione e selezione; nel farlo, dobbiamo ricordarci di considerarlo un replicatore egoista al pari del gene. Tuttavia, ribadisco, i replicatori non sono egoisti nel senso che hanno desideri o progetti come noi umani (non potrebbero). Sono egoisti nel senso che saranno copiati se potranno esserlo. I memi “ci useranno” per farsi copiare senza curarsi degli effetti su di noi, sui nostri geni o sul nostro pianeta. Per comprendere meglio il punto di vista di questo replicatore culturale egoista è utile chiedersi ancora una volta: cui bono? A vantaggio di chi va un determinato tratto culturale, un comportamento?

Prendiamo, seguendo Dennett, l’esempio della musica, un tratto culturale definibile come universale. Chi effettivamente trae beneficio dalla musica? La spiegazione convenzionale sarebbe che tratti culturali come la musica esistono per il nostro beneficio, incrementando il nostro benessere fisico e psicologico. La risposta sociobiologica potrebbe essere che la musica è presente nelle culture umane in quanto apporta un beneficio ai geni: forse, grazie al successo della musica, i geni che hanno permesso ai nostri antenati di produrre ed apprezzare la musica incrementano la loro frequenza nel pool genetico. La prospettiva memetica ci fornisce una terza, per molti sconcertante, alternativa: la musica potrebbe esistere e diffondersi per il solo beneficio dei ‘memi musicali’ che la costituiscono5D. Dennett, 1991,op. cit., p. 250. A tal proposito, esplorando le similitudini tra memi e virus, Dawkins scrive:

«Quando si pianta un meme fertile in una mente, il cervello ne viene letteralmente parassitato e si trasforma in un veicolo per la propagazione del meme, proprio come un virus può parassitare il meccanismo genetico di una cellula ospite»6Ibid., p. 207.

 

I primi passi dell’ evoluzione culturale

È quindi ipotizzabile che un tratto culturale e comportamentale esista puramente a beneficio di sé stesso, ma cosa gli permette di diffondersi nel pool memetico e di vincere quindi la competizione con una miriade di altri tratti culturali e comportamentali? Cosa rende un meme fertile? Ma soprattutto, ritornando ai nostri antenati, cosa rendeva un meme fertile e attrattivo in un ambiente che con alta probabilità non permetteva lo spreco di energie e risorse preziose?

Blackmore risponde a questa domanda suggerendo che i primissimi memi liberati nell’ambiente culturale e copiati con successo di cervello in cervello, quindi fertili, fossero comportamenti e strategie atte alla sopravvivenza dei loro veicoli: i nostri antenati. In altre parole, il grado di fertilità dei primi memi corrispondeva alla loro capacità di incrementare la fitness genetica dei primi uomini, i loro veicoli. Si instaurò così, sempre secondo la Blackmore, un rapporto simbiotico tra i due replicatori. I memi che si diffondevano e venivano selezionati andavano a vantaggio dei geni dell’ospitante e questi, al tempo stesso, incentivavano una pressione selettiva atta a favorire lo sviluppo di cervelli sempre più predisposti all’imitazione, cuccioli sempre più flessibili e immaturi per un lungo periodo, garantendo a loro volta più spazio e maggiori possibilità di stabilità e diffusione ai memi7S. Blackmore, op. cit., pp. 78-79. Una volta instauratosi questo meccanismo di feedback, diviene possibile immaginarsi i primi passi dell’evoluzione culturale. Idee, credenze, strategie e tecniche si diffusero con mezzi memetici per asservire all’ arcaica causa dei geni. 

Lentamente variazioni e mutazioni intenzionali o meno diedero vita a peculiarità culturali regionali e gradi sempre maggiori di competizione memetica, ma come si presenta la modificazione nell’ambito dell’evoluzione culturale? Susan Blackmore propone il verificarsi di mutazioni puramente casuali utilizzando la similitudine con il gioco del telefono senza fili: inevitabilmente, piccoli errori di copiatura generano, con il tempo, varianti della matrice originaria.

D’altro canto, David Christian, Daniel Dennett e Boyd e Richerson8D. Dennett, 2004, op. cit.; Christian, 2015, op. cit.; Boyd e Richerson, 2005, op. cit, pur ammettendo la presenza di modificazioni casuali, puntano l’attenzione sulla distinzione con l’evoluzione genetica, dove ogni modificazione è ‘cieca’. Nell’ambito dell’evoluzione culturale infatti, secondo questi autori, la modificazione e il sorgere della variabilità è spesso il frutto di innovazioni intenzionali. Boyd e Richerson definiscono questa innovazione intenzionale una ‘variazione guidata9‘Guided variation’ in Boyd e Richerson, 2005, op. cit., p. 69’ aprendo un fruttuoso dibattito sulla libertà umana di scegliere coscientemente, a cui sembra contrapporsi la visione parassitaria delle idee e dei memi. Come per l’ evoluzione della complessità organica a partire dal gene, anche la complessità culturale inizia a prendere senso se letta alla luce dell’ egoismo di questo nuovo replicatore.

 

 

il gene
replicazione genetica – replicazione memetica

 

Fitness genetica o fitness memetica?

Se i primi memi a vincere la competizione per accaparrarsi il poco spazio presente nei rari cervelli in grado di accoglierli dovettero piegarsi alle necessità biologiche e genetiche di tali veicoli, con il tempo questa dipendenza dalla fitness genetica andò attenuandosi. Infatti, l’ambiente memetico moderno è radicalmente differente da quello in cui competevano i primi replicatori culturali e non sempre la relazione simbiotica con i geni è la strada scelta dai memi per farsi copiare. Nel tentativo di stipare in raggruppamenti flessibili le varie tipologie di memi in base al loro rapporto con gli ospiti da cui dipendono, Daniel Dennett utilizza tre categorie prese in prestito dalla biologia.

I memi vengono quindi divisi in: mutualisti, la cui presenza accresce la fitness sia dell’ospitante sia del simbionte; commensali, la cui presenza è neutra; parassiti, la cui presenza indebolisce la fitness dei loro ospitanti10D. Dennett, 2004, op. cit., p. 234. In effetti, guardandoci intorno è possibile scorgere memi che aumentano notevolmente la nostra probabilità di avere una discendenza numerosa (tecniche di igiene, cottura dei cibi, allevamento della prole); altri possono essere considerati neutrali dal punto di vista biologico (arte, alfabetizzazione) e alcuni memi sono, senza ombra di dubbio, deleteri ai fini della nostra riproduzione biologica dell’individuo (tecniche di controllo delle nascite, contraccettivi, celibato)11È possibile controbattere questa tesi sostenendo che tali tratti culturali, comportamentali, diminuiscano la fitness individuale, ma accrescano la fitness di gruppo nel lungo periodo. Tuttavia, la prospettiva geno-centrica fin qui utilizzata ci scoraggia dall’utilizzare il ragionamento per il bene della specie in quanto incapace di fondarsi su di una logica altrettanto ferrea. Vedremo, più avanti, come una forma più verosimile di selezione di gruppo possa prendere atto attraverso i nuovi strumenti offerti dal meme che, comunque, non perde il suo carattere di replicatore egoista (p. 34).

Quel che veramente importa è che i memi che hanno successo e persistono sono quelli in possesso di una loro fitness di replicatori maggiore, qualunque siano gli effetti della loro azione sulla fitness dell’ospitante. Per questo motivo, non tutti i comportamenti e i tratti culturali umani sono riconducibili ad un vantaggio biologico e genetico; questo vantaggio è, agli occhi del meme, irrilevante e se potrà farsi copiare, semplicemente (ed egoisticamente) lo farà.

Tuttavia, come precedentemente accennato, nonostante le sopraesposte spinte egoistiche del meme, la selezione dei vari memi da parte di Homo sapiens può essere considerata per molti aspetti conscia e orientata. Boyd e Richerson chiamano questa selezione orientata trasmissione distorta (‘biased trasmission’) e affermano, sulla base di prove empiriche, che nella maggior parte dei casi selezioniamo le idee, i tratti, i comportamenti (i memi) in base al loro contenuto: meriti, bellezza, precisione, eleganza. Ciononostante, frequentemente ci affidiamo ad altri fattori per selezionare comportamenti, tratti e stili da copiare.

Nella loro interessantissima tassonomia, Boyd e Richerson definiscono due delle strategie più comuni di selezione: “frequency-based bias” e “model-based bias”Secondo i due autori infatti selezioniamo i tratti culturali (memi) sulla base della loro alta reperibilità e in base al grado di ammirazione che proviamo per l’individuo da cui ‘decidiamo’ di copiare il comportamento12Boyd e Richerson, Not by Genes Alone: How Culture Transformed Human Evolution, Chicago: University of Chicago Press, 2005. Più in particolare, sull’identificazione dei comportamenti ‘più benefici’ (biologicamente parlando) da copiare all’interno dell’ambiente culturale che ci circonda si vedano le classi: “Prestige bias” e “Conformist bias” pp. 124; 120-122. Esploriamo ora un’ulteriore analogia tra geni e memi che ci aiuta a comprendere la logica replicativa dei memi e, perché no, alcune caratteristiche della cultura umana.

 

Conclusione

Tutto ciò è sufficiente, per adesso, per renderci conto della complessità dell’evoluzione culturale soprattutto se considerata in continua (inter) dipendenza con il sostrato biologico al quale deve la sua nascita. Senza dubbio, l’analisi di questa prospettiva memetica avrà fatto suonare dentro di voi qualche campanello d’ allarme (sopratutto se vi considerate degli umanisti). Ma per quale motivo? Risulta davvero impossibile identificare un’ unità culturale attraverso cui produrre “scientificamente” analisi, simulazioni e previsioni? In quali errori si rischia di (ri) cadere adottando questa chiave di lettura derivante dalle scienze biologiche? Tenterò di rispondere a queste domande nel prossimo articolo, sempre in vista di una possibile risposta alla questione chiave di questa indagine:

le teorie evoluzionistiche moderne applicate alla cultura umana creano nuovamente una scala gerarchica delle società e delle culture in stile vittoriano? Oppure sono compatibili con la neutralità valoriale tipica dell’ etnologia moderna?

 

Bibliografia:

  • S. Blackmore (2002), La macchina dei memi, Torino, Instar libri, op. cit., p. 9.
  • R. Dawkins (1979), Il gene egoista, Mondadori, Milano, op cit., passim.
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