Oltre il Tabù darwiniano (parte 6)

Scienza come sistema adattivo dinamico e complesso

Nelle aule di antropologia culturale, fin dai primissimi giorni, ci viene detto e ripetuto che la scienza occidentale di stampo cartesiano non rappresenta una verità assoluta e tanto meno assolute sono le conclusioni cui essa giunge. Tutt’altro. Essa, ci viene insegnato, rappresenta un modo particolare di leggere gli avvenimenti, una visione del mondo pari alle altre, né superiore né migliore di quella delle altre culture che non hanno mai visto il sorgere di tecnologie complesse, computer e vaccini in quanto fondate su visioni del mondo di stampo magico o religioso. Spesso, ci viene detto, ciò che distingue la visione scientifica della natura da quella religiosa è che attraverso la prima ci si spiega il come mentre attraverso la seconda ci si spiega il perché degli accadimenti del reale. Questa prospettiva, che ci viene comunicata giorno dopo giorno, rappresenta uno dei doni più preziosi offertici dall’antropologia e struttura il relativismo che sta a fondamento delle scienze umane in generale.

L’ambiente culturale in cui nasciamo, che costituisce ciò che riteniamo vero e reale, è in realtà una finzione socialmente e culturalmente costruita e tramandata e, come abbiamo visto, non sempre gli elementi costituenti di tale cultura esistono e si tramandano in quanto veri, buoni o utili per gli individui che li ospitano. Tuttavia, nonostante il colossale sforzo, portato avanti principalmente dall’antropologia, di ridimensionare il progresso dell’occidente entro le maglie del relativismo, la scienza sembra continuare a opporre resistenza. Una resistenza in grado di mettere in crisi gli stessi umanisti in primo luogo perché senza il sapere e il progresso scientifico si ritroverebbero senza il pulpito dal quale diffondono il loro relativismo. Tentiamo di capire perché la scienza appare dominante nel momento in cui si confronta con altre visioni del mondo esplorando i suoi meccanismi di accumulo di informazione, sempre all’interno della sovraesposta prospettiva darwiniana.

 

“Il problema della demarcazione”

John Campbell, nel trattare la complessità come il frutto di sistemi in grado di accumulare informazioni salienti attraverso l’inferenza bayesiana, sostiene che non tutti i processi culturali utilizzino l’informazione e l’evidenza proveniente dall’ambiente in maniera ottimale. Egli definisce, in gergo matematico, questi processi bayesiani come approssimativi mentre, al contrario, la scienza sembrerebbe rappresentare il perfetto esempio di pratica culturale fondata su un processo bayesiano esatto di apprendimento e accumulo di conoscenza in base all’evidenza. Il meccanismo bayesiano di aggiornamento della conoscenza è stato scoperto molto prima dell’esistenza della scienza e, sostiene Campbell, forse ancor prima dell’esistenza di Homo sapiens in quanto il cervello si è evoluto per migliaia di milioni di anni attraverso la selezione naturale allo scopo di accumulare conoscenza e dirigere le azioni in maniera efficace.

Quindi, il darwinista universale John Campbell, dopo aver paragonato il meccanismo darwiniano al meccanismo bayesiano di evoluzione della conoscenza crea un collegamento diretto tra procedimento scientifico e processo bayesiano definendolo «una strategia veramente antica e testata dal tempo che, contrariamente alla visione dei post-modernisti, è di una diversa statura rispetto alle altre strategie culturali come i miti o la religione». Questa importante affermazione di John Campbell trova apparente giustificazione scientifica negli studi sulla probabilità e sul metodo scientifico condotti da Edwin Jaynes. 

Cosa rende unico il metodo di accumulo di informazione tipico della scienza? Il metodo scientifico è, secondo la definizione di Godfrey-Smith, un processo iterato e ciclico attraverso cui l’informazione viene continuamente revisionata. Thomas Khun sostiene che l’accumulo di conoscenza scientifica avvenga attraverso le seguenti tappe fondamentali: osservazioni; ipotesi; previsioni; esperimenti.

Parallelamente, i paradigmi generali entro cui tali scoperte scientifiche avvengono evolvono a loro volta attraverso sei tappe fondamentali: periodo pre-paradigmatico (fase 0); accettazione del paradigma (fase 1); scienza normale (fase 2); scienza delle anomalie (fase 3); crisi del paradigma (fase 4); rivoluzione scientifica (fase 5). Questo procedimento sistematico e ciclico che segna l’avanzamento della scienza risponde alla regola del consenso collettivo e della testabilità delle ipotesi nel periodo pre-paradigmatico. Tuttavia, sottolinea Khun, la scelta del paradigma dominante non corrisponde al progresso oggettivo verso il vero ma, piuttosto, risponde a dinamiche socioculturali particolari. In un linguaggio che sfiora quello memetico, Khun afferma che il successo di un paradigma non sia dovuto tanto alla sua oggettività o correttezza quanto piuttosto all’attrattiva psicologica che suscita nella comunità scientifica.

Con queste affermazioni Khun introduce il tema del relativismo nel macro-tema del progresso scientifico. In opposizione all’epistemologia di Khun, Karl Popper, nel tentativo di identificare le differenze tra scienza e pseudo-scienza, sostiene che, oltre al metodo empirico, ciò che caratterizza il sapere scientifico è la “falsificabilità”. Nel distinguere la teoria della relatività di Einstein dalle teorie di Marx e di Freud, Popper notò che la linea di confine che separa lo scientifico dallo pseudo-scientifico risiede nella sua testabilità, ovvero nella sua falsificabilità. Una teoria che non è rifiutabile da nessun evento concepibile e che trova affermazione continua nei comportamenti umani quotidiani, secondo Karl Popper, non è una teoria scientifica. In questo modo egli distingue le teorie di Marx da quelle propriamente scientifiche, in quanto falsificabili, di Einstein, e, a pari modo, l’astronomia dall’astrologia che con le sue vaghe affermazioni elude la falsificabilità e nega la testabilità trovando continue e fittizie conferme nel reale.

Queste teorie pseudo-scientifiche, al pari dei miti, contengono interessanti suggerimenti psicologici, ma non in una forma verificabile in quanto non permettono la testabilità. Il problema che tenta di risolvere Karl Popper attraverso il criterio della falsificabilità non è né un problema di senso e significato né un problema di verità e accettabilità, ma piuttosto ciò che il filosofo definì “il problema della demarcazione”, ovvero l’identificazione di una linea di confine tra affermazioni scientifiche e affermazioni non scientifiche.

 

Alla larga dalle trappole cognitive intuitive

Lo stesso Popper, quindi, aiuta a smantellare l’assolutezza del sapere scientifico affermando che l’osservazione non può, in nessun modo, essere neutrale. Il pensiero scientifico, lungi dal rappresentare un sapere assoluto, al pari dei concetti magico-religiosi, nasce per risolvere delle contraddizioni psicologiche. Tali contraddizioni si verificano quando la simulazione che scaturisce dal modello della realtà di un sistema (un organismo in questo caso) non corrisponde con le effettive manifestazioni del reale. La scienza rappresenta un metodo sistematico (‘esatto’ nelle parole di John Campbell) e analitico di risolvere tali contraddizioni e lo fa, come abbiamo visto, per mezzo dell’inferenza bayesiana.

Nonostante tutti gli esseri umani possiedano questa intrinseca qualità bayesiana di aggiornamento dell’informazione, John Wilkins sostiene che, nella pratica, siamo molto spesso incapaci di procedere razionalmente attraverso tale sistema inferenziale e tendiamo a incappare in errori banali. Secondo Wilkins, infatti, gli esseri umani non utilizzano solamente l’informazione proveniente dall’ambiente per aggiornare il proprio modello della realtà ma, piuttosto, tale modello è continuamente inficiato dai numerosi meccanismi cognitivi intuitivi che non necessitano di processi inferenziali. Come abbiamo visto nel precedente articolo sul fenomeno religioso, tali meccanismi cognitivi risultano essere più rapidi, inconsci e automatici dei meccanismi consci e analitici che caratterizzano, nella maggior parte dei casi, il procedimento bayesiano. Questo rende il modello della realtà interno continuamente suscettibile all’attecchimento dei proliferi e intuitivi concetti sovrannaturali.

Sembrerebbe, quindi, che il metodo scientifico sia caratterizzato dal tentativo continuo di allontanare le conclusioni razionali dalle trappole cognitive intuitive e rendere analitico il sapere utilizzando solamente l’informazione pura che si può trarre dall’ambiente. Tuttavia, abbiamo ormai compreso che l’informazione pura si avvicina più a un miraggio positivistico che alla realtà effettiva delle cose e ciò rende la ricerca scientifica del vero una lotta continua al falso, un costante progresso evolutivo di eliminazione della menzogna che si manifesta, secondo Popper, solo attraverso i processi di testabilità e falsificabilità delle ipotesi. Questo allontanamento progressivo dalle trappole intuitive cognitive posteci dall’evoluzione stessa è, secondo Daniel Dennett, un traguardo recente dell’umanità che il filosofo spiega, ancora una volta, in termini memetici.

 

I primi progettatori intelligenti

Dennett sostiene che Homo sapiens sia l’unica specie in grado di progettare intelligentemente. La progettazione intelligente rappresenta, secondo il filosofo statunitense, la versione top-down di “ricerca e sviluppo” della classica evoluzione per selezione naturale che, al contrario, si struttura dal basso e senza la necessità di un progetto e tanto meno di un progettatore. Infatti, mentre l’evoluzione per selezione naturale risulta non direzionata, non lungimirante, lenta ed estremamente costosa (si pensi ai miliardi di organismi che si estinguono e ai pochissimi in grado di sopravvivere) la progettazione intelligente si caratterizza per la sua intenzionalità, lungimiranza, rapidità e dalla considerazione continua dei costi e dei benefici.

Dennett sostiene che pensatori come Darwin e Alan Touring abbiano il grande merito di aver reso esplicite queste caratteristiche dell’evoluzione per selezione naturale che genera un altissimo grado di competenza senza il bisogno di una comprensione di tale competenza (ricerca e sviluppo bottom-up). Touring scoprì che per essere un perfetto computer non c’è bisogno di sapere cos’è l’aritmetica, ma ciò rappresenta una semplice estensione del ragionamento darwiniano. Infatti, le formiche non hanno la necessità di comprendere il loro ruolo nel nido, non hanno bisogno di comprendere la rete di reciprocità e di affinità strette che permette la creazione di un ‘super-organismo’ di tale complessità, allo stesso modo i castori non devono comprendere il motivo per cui costruire una diga o il perché scegliere un determinato albero per la costruzione di una struttura così complessa. La selezione naturale permette agli organismi di sviluppare comportamenti estremamente competenti senza comprenderne i motivi, senza coglierne le ragioni. Dennett definisce questa competenza incompresa dalla natura stessa come caratterizzata dalla presenza di ‘ragioni in fluttuazione libera’. Queste sono le ragioni per le quali le cose sono come sono, per le quali determinati comportamenti hanno successo, ma non sono le ragioni di nessuno. Tutti gli organismi agiscono per precise ragioni, ma queste ragioni non sono le loro ragioni e, per questo, non devono comprenderle. 

Dennett sostiene che la memetica, e più in generale l’evoluzione culturale, ci permetta di comprendere in che modo si possa passare da un cervello costituito da miliardi di connessioni senza mente e senza ragioni proprie a una mente progettuale intelligente in grado di catturare le ragioni in fluttuazione libera e farle proprie. Egli continua definendo le varie tappe di questo processo (ora forse legittimamente definibile come progresso) come una progressiva “de-darwinizzazione” dell’evoluzione culturale. Infatti, prendendo l’esempio delle parole e come precedentemente accennato riguardo la nascita dei memi sovrannaturali, i primi memi che trovarono spazio nei cervelli dei nostri antenati vengono definiti da Dennett memi selvatici, sinantropici, ovvero che infestavano le popolazioni umane parassitandone i cervelli. Ciò che seguì questa fase sinantropica fu una progressiva domesticazione dei memi, e in questo caso delle parole, che iniziavano così ad essere deliberatamente e, sempre più, coscientemente coniate. La fase successiva alla coniazione è rappresentata, seguendo lo schema di Dennett, dalle parole tecniche e, solo recentemente, dai meme di internet. Nella visione del filosofo statunitense, sono proprio i memi e l’evoluzione culturale di cui essi sono garanti che permettono questa progressiva presa di coscienza, di autonomia e di apparente libero arbitrio nella specie umana. Infatti, solamente nella nostra specie l’evoluzione culturale progetta e struttura strumenti per pensare che a loro volta impongono nuove strutture alle nostre menti. 

Il filosofo statunitense definisce i memi come strumenti simbiotici per pensare, strumenti che non hanno bisogno di essere progettati ma che, al pari degli organismi, nascono come frutto di un processo evolutivo e autonomo di ricerca e sviluppo. Per moltissimo tempo tali strumenti di pensiero hanno incrementato la competenza degli esseri umani senza la necessità della comprensione ma, recentemente, il traguardo della comprensione ci ha permesso di trasformarci in progettatori intelligenti in grado di catturare le ragioni in fluttuazione libera e farle diventare le nostre ragioni. In questo modo, gli esseri umani hanno imparato a selezionare le proprie credenze più coscientemente, rigettando il principio di autorità e il dogma e abbracciando la testabilità e l’adattabilità comportamentale.

 

Strategie di sopravvivenza contro l’erosione scettica delle credenze

Per molti degli autori summenzionati sembra che il progressivo aumento di autonomia (o flessibilità), un’autonomia che come abbiamo visto può essere analizzata anche dal punto di vista cognitivo, vada di pari passo con la formazione del sapere scientifico. La competizione e la selezione delle ipotesi, la testabilità e la falsificabilità delle teorie scientifiche e il metodo bayesiano di aggiornamento della conoscenza sembrano garantire alla visione del mondo scientifica una flessibilità preclusa alle visioni di stampo religioso. Tuttavia, abbiamo già evidenziato come i sistemi religiosi di tutto il mondo continuino a evolvere ma, sostiene Dennett, non si tratta di un progresso epistemologico ma, piuttosto, una disperata ricerca di protezione dall’erosione causata dallo scetticismo della modernità per mezzo di strumenti quali l’auto-censura, l’elevazione del mistero, la privatizzazione dei concetti e l’elevazione del costo dell’abbandono. 

Ciò che incentiva Dennett a formulare queste coraggiose ipotesi sono, oltre agli studi di biologia evoluzionistica ed evoluzione culturale, i dati relativi a una ricerca condotta nel 2010 con l’aiuto dell’intervistatrice Linda LaScola: Preachers Who Are Not Belivers. I risultati della ricerca, composta principalmente da lunghe interviste a clerici cristiani, fecero emergere l’esistenza di una classe semi-invisibile di persone non credenti che, per vergogna, timore e frustrazione, non hanno il coraggio di rivelare la loro identità atea. Dennett utilizza questi dati per sottolineare il carattere parassitario di molti memi religiosi e per tentare di comprendere la sopravvivenza del fenomeno religioso nel corso della modernità. Infatti, i clerici intervistati rivelano la paura di perdere famiglia, affetti, lavoro, rispettabilità e integrità personale nel momento in cui dovessero confessare di aver speso la propria vita per una causa sbagliata. I risultati della ricerca spinsero Richard Dawkins e Daniel Barker a fondare, nel 2011, The Clergy Project al fine di aiutare coloro che scoprono di non credere più in Dio a crearsi una nuova vita.

Nel prossimo ed ultimo articolo tenterò di trarre le conclusioni scaturite da questa breve serie di scritti circa il tema del darwinismo applicato all’ambito culturale.

 

Bibliografia:

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