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Oggi morirò?

«Apro gli occhi. La luce tenera del mattino mi accarezza il volto, un po’ uggiosa oggi. Oggi morirò? Nha, proprio io?»

La nostra giornata è quotidianamente scandita dalla corsa frenetica all’autorealizzazione il che include, ovviamente, anche la corsa alla realizzazione dell’altro.

L’ippocampo è perennemente in tilt, impegnato com’è ad assecondare la nostra smania di realizzazione. Lontano, invece, è il pensiero della morte o anche solo della mortalità, seppur molti dei nostri gesti vi siano incredibilmente correlati.

«Attento alla raccolta differenziata!» «Attento lì a quel bicchiere di plastica!» «Ma dai, hai ancora la macchina a benzina?» «Ma sicuro che quel latte non provenga da allevamenti intensivi?».

Tantissimi quesiti a cui ci sottoponiamo tutti i giorni, rappresentano la realtà della nostra mortalità.

 

1992, Bauman
1992, Bauman

Il confine della mortalità

Le nostre azioni sono automatiche, scandite dal ticchettio della modernità e puntate alla lancetta della moda. Ma c’è un motivo a tutto questo: lasciare qualcosa alle generazioni future, spronare il futuro come direbbe Jonas.

Egoisticamente potremmo d’altronde affermare che la nostra generazione sia già “al di qua” del futuro, siamo noi stessi la futura generazione di ieri. Chissà se con i tempi che corrono, la natalità in calo e l’invecchiamento in pole position, non siamo anche quella del futuro.

Si stima che nell’ultimo decennio la natalità è estremamente in calo. Motivo fondante è la nostra avversione verso la morte.

Tendiamo a prolungare la vita biologica dell’uomo, soffocando invece l’idea di dignità.

L’autonomia della persona umana, intesa come la sua stessa agency, la capacità del singolo di intraprendere un’azione che sia scevra da coercizione politica, religiosa, giuridica è ormai un barlume per la modernità.

Il caso Welby

Piergiorgio Welby
Piergiorgio Welby

Emblematico è il caso di Piergiorgio Welby, un uomo la cui autonomia non è stata linciata nemmeno dalla promessa di morte.

Piergiorgio Welby scopre nel 1963 di essere affetto da distrofia facio-scapolo-omerale in forma progressiva, patologia che porta inevitabilmente all’inabilità. Aveva solo 18 anni. La malattia non gli avrebbe permesso di raggiungere i vent’anni.

Decide così, tra il 1969 ed il 1971, di lasciare l’università e girare tutta l’Europa prima di morire. In questi anni Piergiorgio conosce anche la donna che sarebbe diventata sua moglie, Mina.

La donna, ben consapevole dal principio della gravosa malattia di Piergiorgio, decide di accudirlo ed assisterlo rispettando la sua volontà di rifiutare i soccorsi in caso di necessità.

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Nel 2002 Piergiorgio inizia a non camminare più, un respiratore automatico e l’alimentazione artificiale tramite Pulmocare sono le uniche cose che lo mantengono in vita. I soccorsi accorrono in più episodi durante gli anni. Mina, seppur avesse voluto rispettare le volontà del marito, era straziata dal dolore di quest’ultimo per poterlo abbandonare troppo celermente alla morte.

La vita è ormai un percorso settoriale, ogni porta è garanzia di vita di ogni singolo organo dell’uomo, ma non sempre ciò è nel miglior interesse del paziente.

 

La scelta finale

In questi anni Piergiorgio è intento alla redazione di “LASCIATEMI MORIRE”, libro in cui raccoglie le sue riflessioni sulla mortalità. Non vuole più macchine a tenerlo in vita, vuole che la sua autocoscienza prevalga ma ogni volta che raggiunge la morte, qualcuno lo salva. Secondo l’ordinamento vigente l’individuo cosciente ha diritto a rifiutare trattamenti medici. La regolamentazione relativa al comportamento dei medici qualora di trovassero in tali situazioni è sintetizzata nell’art. 37 del Codice di Deontologia Medica, ove si cita:

«In caso di malattia o prognosi sicuramente infausta o pervenuta alla fase terminale, il medico deve limitare la sua opera all’assistenza morale e alla terapia atta a risparmiare inutili sofferenze, fornendo al malato i trattamenti appropriati a tutela, per quanto è possibile, della qualità della vita.»

Purtroppo però tale articolo sembra cozzare con il suo immediato precedente, l’art. 36 del Codice di Deontologia Medica:

«Il medico, anche su richiesta del malato, non deve effettuare né favorire trattamenti diretti a provocarne la morte». Ove la morte non sembrerebbe in nessun caso nel miglior interesse del paziente o atta a risparmiare inutili sofferenze.

È pur vero che le pratiche di eutanasia attiva e passiva, suicidio assistito ed altre potrebbero prendere una brutta piega se legalizzate in toto, come evidenziato dalla teoria dello Slippery Slope o pendio scivoloso, ma non per questo deve essere eluso il problema.

Fortunamente Piergiorgio, seppur in stato critico, è ancora in condizione di poter far valere in prima persona i propri diritti. Si rivolge dapprima al presidente Napolitano che pur accogliendo l’appello, non definisce giuridicamente le conseguenze della sua richiesta. Solo tramite l’ausilio dell’associazione Luca Coscioni, di cui era allora vice-presidente, si rivolge sotto consiglio del medico Sciarra a diversi anestesisti che lo accompagnino nella breve agonia della morte. Mario Riccio, il primo candidato disponibile.

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Mina Welby
Mina Welby

La morte

Alle ore 21:30 del 20 dicembre 2006 Mario Riccio si reca presso l’abitazione di Piergiorgio, trovandolo assorto in un concorso televisivo a premi. Dopo aver salutato i parenti, Piergiorgio chiede alla moglie Mina di mettere su un po’ di musica e con la dolce melodia di Bob Dylan, il dott. Riccio interrompe la terapia ventilatoria sotto sedazione. Il tribunale aveva invece disposto come prioritario il diritto alla vita del paziente.

Riccio non è stato condannato, il perché nell’etica della sua condotta. L’anestesista ha sedato infatti il paziente in maniera non letale per accompagnare il distacco delle apparecchiature mediche che tenevano in vita Piergiorgio. Ha dunque rispettato la volontà del paziente di rifiutare il trattamento sanitario. Non si parla quindi né di suicidio assistito, né di eutanasia.

Il rapporto tra Piergiorgio e Mina è il punto d’arrivo della nostra riflessione. Il desiderio di immortalità è nel paziente o in chi lo assiste?

E’ inammissibile affermare che una vita vissuta in stato di incoscienza o con il totale supporto di una macchina non sia degna di essere vissuta, ma per un paziente cosciente e capace di riconoscere il suo miglior interesse un trattamento non voluto può essere definito coercizione.

Recente è infatti la sentenza 242/2019 del 27 novembre 2019 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale per cui una persona affetta da patologie irreversibili, in determinate situazioni, può essere aiutata a metter fine alle proprie sofferenze grazie al Sistema Nazionale Sanitario.

Siamo noi che abbiamo paura della morte, non il morente. Nella maggior parte dei casi, il morente, l’ha già vissuta.

 

Bibliografia:

  • Sentenza G.I.P. N° 2049/07 Tribunale di Roma. Caso Welby
  • Hans Jonas, 1993 (1979), Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica (1979), Torino, Einaudi
  • Ronald Dworkin, 1994, Il dominio della vita, Milano, Edizioni di Comunità
  • Norbert Elias, 1985, La solitudine del morente, Bologna, Il Mulino
  • Zygmunt Bauman, 2012, Mortalità, immortalità e altre  strategie di vita, Bologna, Il Mulino
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