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Occupare la Città: Salvini e la questione della abitazioni

Il 24 Settembre veniva approvato dal Consiglio dei Ministri il Decreto su Immigrazione e Sicurezza, firmato dal ministro degli Interni Matteo Salvini. Il Decreto – Legge 4 Ottobre 2018 n. 113 (decreto salvini immigrazione e sicurezza) entrato in vigore il 5 Ottobre 2018 introduce “Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità di Ministero dell’Interno e l’organizzazione e il funzionamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata” (Gazzetta Ufficiale Serie Generale n.231 del 04-10-2018).

Tra gli obbiettivi, oltre quello di riformare il diritto d’asilo e di cittadinanza, si può notare anche quello di applicare «sanzioni più dure per chi promuove o organizza occupazioni abusive di terreni o edifici.»  Salvini aveva affermato lo scorso 26 luglio: «Ciò che muoverà la mia attività di ministro è il fatto che la proprietà privata è un diritto intangibile«, e che bisogna «garantire i diritti dei proprietari, la sicurezza pubblica e l’ordine pubblico.»

«In un paese con il record assoluto di poveri nel 2017 – 5 milioni di persone – con 9 milioni di poveri relativi e dove il 30% della popolazione residente è a rischio povertà o esclusione sociale, è agghiacciante che l’indicazione del Ministro dell’Interno per coloro che non hanno una casa sia di arrangiarsi «autonomamente o attraverso il sostegno dei loro parenti.» [1]

Le numerose occupazioni abitative, presenti in tutto il territorio, e i movimenti di lotta per la casa tentano di dare risposte concrete a una piaga come quello dell’emergenza abitativa che affligge il nostro paese da parecchi anni.

La questione delle abitazioni in Italia, non è un fenomeno recente, anzi ha origini secolari, ma a partire dalle lotte operaie del ’69, con il così detto “autunno caldo” è entrata nel vivo delle rivendicazioni salariali, che non hanno posto più al centro la semplice monetizzazione, ma l’insieme dei bisogni sociali dell’individuo.

Le lotte per la casa, sono entrate allora a far parte delle rivendicazioni operaie, e anche e soprattutto nelle rivendicazioni di molti altri strati sociali emarginati e sfruttati. Il conflitto è stato spesso violento sia al Nord che al Sud, come testimoniano alcune fra le più celebri cronache di quegli anni.

«Lo sciopero generale del 19 novembre del ’69 per la casa ad esempio, ha sprigionato una ‘carica di ribellione’ mai vista prima, neanche nei precedenti scioperi generali per le pensioni e per il superamento delle ‘gabbie’ salariali, pur essendo negli ultimi tempi di vasto interesse popolare.» (Forbice, 1973: 26)

Se tale problema si è posto con tanta forza, è perché la sua gravità non è trascurabile e va fatta dipendere direttamente dallo sviluppo economico.  «In sostanza, il territorio – e con esso le strutture urbane e tutto l’equilibrio socio-economico preesistenti a quello sviluppo – venivano considerati come elementi ‘naturalmente’ disponibili ad una riconversione in termini di utilità dettata dalla nuova dimensione industriale.» (Merloni, Urbani, 1974: 2)

È così che si sviluppò la formazione di zone metropolitane che andavano ad alterare l’uso del territorio e la nozione stessa di città, come chiarisce una tesi del Consiglio Direttivo dell’INU: l’Istituto Nazionale di Urbanistica.

«La creazione di metropoli e di aree metropolitane è fenomeno da considerare […] per il ruolo specifico che viene a svolgere nel quadro socio-economico del territorio, come area privilegiata negli investimenti e nei consumi, altamente dotata di infrastrutture di comunicazione per rispondere alla grande domanda di mobilità delle persone e delle merci, attrezzata per svolgere al più alto livello le funzioni di organizzazione, direzione, scambio, consumo, è dunque capace di sostenere il ruolo di guida non solo nel campo economico ma anche in quello di comportamento e dell’emulazione sociale e culturale.» (INU, 1972)

Verso la fine degli anni ’60 il problema delle abitazioni diventò parte integrante del problema dell’organizzazione dei sistemi produttivi e dell’accesso ai servizi sociali e alle infrastrutture.

«La carenza di abitazioni nelle grandi città industriali del nord o a Roma, o nelle grandi città meridionali come Napoli, Palermo, Salerno, Bari, ingigantitesi dall’immigrazione e dallo spopolamento delle campagne, significa anche carenze di servizi pubblici (scuole, ospedali, trasporti, verde pubblico, ecc.) La casa si è rivelato il punto di maggiore aggregazione della richiesta popolare proprio perché segno più palese della diseguaglianza sociale e di classe. […] Di qui l’occupazione prolungata da parte di baraccati e senza tetto- occupazione poi duramente repressa- di migliaia di appartamenti nuovi e di lusso, sfitti o rimasti invenduti.»  (Merloni, Urbani, 1974: 3- 4)

È opinione comune che lo sviluppo dell’edilizia abbia costituito uno dei settori trainanti dell’economia generale nel periodo che va dalla ricostruzione fino al ’63, caratterizzato dall’alto potenziale di rendita favorito dalla speculazione sulle aree faricabili.

Il territorio diventava così, uno dei principali strumenti di ristrutturazione della produzione e del consumo nelle mani del capitalismo avanzato. L’attenzione che il capitale riserva al territorio ha motivazioni economiche precise che hanno finito per tramutarsi in motivazioni più specificatamente politiche.

L’interesse del capitalismo nei confronti del territorio, che si traduce in un suo controllo, più che un semplice uso, porta con sé inevitabili modifiche sul piano istituzionale e inasprisce il rapporto tra interesse “pubblico” e interesse “privato”.

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«La carenza di servizi sociali, il trasferimento sulle classi popolari delle più gravi conseguenze di uno sviluppo squilibrato e del saccheggio incontrollato del territorio, comportavano infatti non solo l’acuirsi di tensioni sociali non facilmente controllabili, ma la stessa crisi produttiva dei settori economici strettamente collegati alla fornitura di servizi.»  (Merloni, Urbani, 1974: 203)

Le aziende capitalistiche hanno la capacità di decidere sulla localizzazione dei grandi impianti industriali, dimostrando anche come l’interesse nei confronti del territorio si traduce in un suo controllo.

Attestano cioè che le azioni intraprese nel settore dell’edilizia coinvolgendo anche le istituzioni, oltre che a fini produttivi, sono interessate anche al processo di assetto territoriale. Il problema delle abitazioni deve essere così strettamente connesso al problema politico dei poteri locali.

Proprio per questo la questione della casa in decenni di storia italiana ha esortato grandi energie sociali, alimentando la protesta e facendo esprimere in molte occasioni la rabbia di quelle classi sociali escluse o emarginate.

Mercoledì 10 Ottobre è stata la giornata nazionale contro sfratti e sgomberi che ha visto mobilitare migliaia di persone in decine di città italiane. «I movimenti sociali per il diritto all’abitare si mobilitano contro il decreto “sicurezza/migranti” con numerose iniziative sfratti zero in tutta Italia nella giornata di mercoledì 10 ottobre.» [2] L’epicentro è stato nella capitale che ha visto lanciare un’ altra giornata di mobilitazione per sabato 13 Ottobre.

Il Coordinamento Cittadino di Lotta per la Casa, attraverso Abitare nella Crisi, ha di recente pubblicato un comunicato nel quale lancia una nuova giornata di mobilitazione prevista per il 10 Novembre.

«Abitare nella Crisi è una rete che da 4 anni mantiene aperto uno spazio pubblico di confronto e approfondimento, di condivisione e messa in comune delle resistenze, delle pratiche e dei percorsi di conflitto indipendenti che si intrecciano nelle città e sui territori. Abitare nella crisi agisce il diritto all’abitare come esercizio di nuova sovranità sociale sui suoli anche attraverso le forme della riappropriazione, contro la precarietà e la rendita, praticando il diritto alla casa e al reddito.» [3]

Nel comunicato si può leggere che  «è evidente che il decreto Salvini non lo può fermare solo l’ostinata tenuta del movimento per l’abitare e di chi insieme si è mosso sabato scorso. Appare chiaro che nei tempi di conversione in legge va prodotta una serie interminabile di iniziative e va costruita una mobilitazione nazionale a Roma che vada a palazzo Chigi per rispedire al mittente l’odioso dispositivo pentaleghista, nato nel solco tracciato da Renzi e Lupi con l’articolo 5 del Piano casa nel 2014 e successivamente dall’ex ministro Minniti.» [4]

Esiste una vastissima letteratura sul disagio abitativo a Roma, che testimonia come esso non rappresenti un problema recente, ma uno degli aspetti strutturali di un diritto alla città di scadente qualità. A Roma è stato possibile delineare la fisionomia di un potere che è stato storicamente il motore principale dell’economia cittadina, legato alla proprietà del suolo e all’edilizia, tuttora alimentato dalla rendita fondiaria intrecciata con la finanza.

Giovanni Berlinguer e Pietro della Seta (1976), autori di Borgate di Roma, calcolano che verso la fine degli anni ’70, i romani che abitavano in case abusive, costruite senza alcuna licenza, rientrate poi nella legalità, erano fra gli 800 e 830 mila.

La letteratura esistente su questi fenomeni abbonda. Italo Insolera, uno dei massimi esperti di storia urbana, in uno dei suoi più celebri saggi del 1981, Una città ai cittadini, mette in risalto l’importanza di un’adeguata politica urbanistica sottolineando che:

«La città è il luogo in cui si concentrano tutti i problemi sociali e in cui i più evidenti scoppiano i conflitti relativi alla loro soluzione: le lotte per la casa, le lotte per il lavoro, le lotte per la scuola.» (Insolera, 2010: 79)

Le considerazioni di Insolera partono da un interesse prevalentemente antropologico sull’uomo e sulla sua capacità di adattarsi all’ambiente circostante per dimostrare l’importanza dell’urbanistica nella vita sociale.

«Il rapporto uomo-ambiente è stato sempre più caratterizzato dal predominio dell’uomo; anzi possiamo dire che l’uomo ha finalizzato la maggior parte delle tecnologie in funzione della trasformazione dell’ambiente per adeguarlo alle sue esigenze, ai suoi desideri. […] Soprattutto negli ultimi secoli le tecnologie hanno avuto come loro obiettivo principale quello di mettere l’uomo in grado di essere differente all’ambiente, di trasformare qualsiasi ambiente in maniera da crearvi quelle condizioni da lui ritenute ottimali. […] Le trasformazioni sono state operate sempre da gruppi sociali agenti in precisi momenti storici e che di questi momenti storici sono quindi l’espressione. Le trasformazioni imposte all’ambiente, le trasformazioni subite dall’ambiente, sono perciò condizionate e caratterizzate dalla forza che in quel particolare momento storico aveva il gruppo sociale dominante, il gruppo sociale dirigente, il gruppo sociale che aveva il potere di usare le tecnologie di cui l’umanità era, in quel particolare momento, dotata. La trasformazione dell’ambiente, allora, non è stato un rapporto tra ambiente astratto e uomo astratto, ma è un rapporto tra una determinata e precisa classe storica e le trasformazioni che derivano dal modo con cui l’esercizio del potere di questa classe incide sul territorio. È chiaro allora che le trasformazioni dell’ambiente nei vari momenti storici sono la proiezione sul territorio dell’immagine del gruppo sociale che aveva l’uso delle tecnologie di trasformazione. […] Diversa è la creazione di un ambiente voluto e deciso dalla classe dirigente e la creazione di un ambiente che invece avviene non in un rapporto classe dirigente-ambiente, ma in un rapporto classi subalterne-ambiente, che si sviluppa utilizzando solo parzialmente i mezzi della tecnologia, o che si produce attraverso un’opera di lotta di classe che ha come suo obiettivo, nei vari momenti storici, esattamente quello di far passare l’uso delle tecnologie esistenti da privilegio della classe dirigente a possibilità delle classi subalterne. […] Vi è una grande differenza tra gli ambienti generati dalle classi dirigenti e gli ambienti generati invece nei momenti in cui le classi subalterne muovono alla conquista del potere.» (Insolera, 2010: 6)

La pratica dell’occupazione può essere concepita come uno dei mezzi che le classi subalterne hanno a disposizione per conquistare il potere. Potere di gestire e ordinare il proprio ambiente, a seconda delle loro necessità.

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Inoltre, se si adattano le intuizioni di David Graeber (2012) al caso delle occupazioni italiane, si può affermare che l’importanza di queste esperienze va rintracciata specialmente nella loro capacità di proporre modalità alternative di abitare che potrebbero contribuire ad un progetto più ampio di “re-immaginazione”.

Considerato il fatto che, secondo l’antropologo statunitense,  la principale forza del neo-liberalismo consisterebbe nella sua capacità di aver distrutto ogni possibilità di immaginare modi alternativi di stare al mondo, la forza di queste pratiche deve allora essere messa in diretta relazione con la capacità che hanno di far sperimentare a chi vive al loro interno, forme di vita radicalmente differenti da quelle promosse dalle ideologie neo-liberiste.

Infatti vivere all’interno di spazi occupati permetterebbe non solo una riacquisizione del potere dal quale si è stati esclusi, ma anche e sopratutto la sperimentazione di forme di solidarietà, aiuto reciproco e partecipazione, valori in contrasto con la competizione, l’individualismo e l’egoismo, promossi e veicolati dal sistema e neo-liberista.

E dunque, oltre una funzione e una finalità pratica, materiale e immediata, e la forza di una rivendicazione essenziale come quella del diritto alla casa, ne va riconosciuta la funzione immateriale, di stimolare prospettive di vita, e modalità di abitare alternative.

Sempre secondo Graeber, grazie alla “pratica della contaminazione”, queste esperienze di autonomia e autogestione dei territori potrebbero estendersi e riprodursi, andando così a intaccare un elemento chiave nei processi di accumulazione capitalistica, controllo e gestione dei territori.

La proliferazione di queste “comunità” autonome potrebbe, grazie alla loro carica conflittuale, avviare un processo lento e graduale, di radicale ripensamento delle forme di organizzazione sociale e politica, partendo dal basso.

La pratica dell’occupazione deve essere considerata allora come uno degli strumenti fondamentali di cui dispongono le classi subalterne per  indirizzare una trasformazione che partendo dalla manipolazione degli oggetti materiali arrivi a condurre a un cambiamento non solo politico e sociale ma anche culturale.

Proprio per questo, gli sgomberi e la criminalizzazione degli occupanti potrebbero rispondere al timore che le numerose esperienze di occupazione possano riprodursi. Col tempo tutto ciò si andrà a tradurre non solo nella scomparsa materiale di alternative ma anche nella scomparsa della sola possibilità di immaginarle.  Il caso di Domenico Lucano, sindaco di Riace, promotore di un modello alternativo di accoglienza, è un altro esempio che potrebbe dar credito a questa tesi.

Nel prossimo articolo si proverà a vedere attraverso le parole di dieci occupanti cosa ha significato per loro occupare, come è stato vissuto il periodo di convivenza e il momento finale di sgombero e provare a vedere dalle testimoniane dirette degli intervistati in cosa si distingue la vita in occupazione dalla vita in un appartamento acquistato o affittato.

 

Note:

[1] (www.dinamopress.it/news/emergenza-casa-la-stretta-salvini-sulle-occupazioni-abitative/)
[2] (www.radiondadurto.org/2018/10/11/mercoledi-10-ottobre-giornata-nazionale-sfratti-e-sgomberi-zero/)
[3] (www.abitarenellacrisi.org/wordpress/pagina-di-esempio/)
[4] (www.abitarenellacrisi.org/wordpress/2018/10/16/13o-siamo-solo-allinizio-in-movimento-verso-il-10-novembre/)

 

Bibliografia:

Berlinguer G., Della Seta P., 1976, Borgate di Roma, Roma, Editori Riuniti.

Forbice A., 1973, La federazione CGIL-CISL-UIL fra storia e cronaca- inchiesta del movimento sindacale, Verona, Bertani.

Gazzetta Ufficiale Serie Generale n.231 del 04-10-2018https://www.cittadinanza.biz/wp-content/uploads/2018/10/gazzetta-ufficiale-decreto-salvini-cittadinanze.pdf

Graeber D., 2012, La rivoluzione che viene. Come ripartire dopo la fine del capitalismo, Lecce, Manni.

Insolera I., 2010, Roma, per esempio. La città e l’urbanistica, Roma, Donzelli Editore.

INU, 1972, Lo sfruttamento capitalistico del territorio, tesi del Consiglio Direttivo per il XIII congresso, Ariccia.

Merloni F., Urbani P., 1974, La casa di carta. Il problema delle abitazioni in Italia tra rendita urbana e squilibri territoriali, tra Regioni e capitalismo avanzato, Roma, Officina Edizioni.