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Occupare la Città: i ragazzi e le ragazze del DG [parte 2]

“Il primo settembre il Ministero dell’Interno ha pubblicato una circolare sull’occupazione arbitraria degli immobili con l’obiettivo di rendere più tempestivi gli sgomberi, le cui procedure, si legge nel testo, sono ora troppo farraginose e inefficaci rispetto al perpetuarsi di occupazioni abusive di lunga data e anche più recenti. […] La circolare modifica le modalità esecutive degli sgomberi (definite nell’art. 11 del decreto legge n.14 del 2017 sulle “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”, convertito nella legge n. 48 del 18 aprile 2017), indicate in un’altra circolare diffusa più o meno un anno fa dall’allora ministro dell’Interno Marco Minniti, subito dopo lo sgombero di via Curtatone a Roma. […] Questo intervento, conclude infatti la circolare, si rende necessario per far sì che si eseguano gli sgomberi con “la dovuta tempestività, rinviando alla fase successiva ogni valutazione in merito alla tutela delle altre istanze”. In sintesi, prima si sgombera, poi si vede.” [1]

In un momento come questo, in cui in Italia stiamo assistendo a una criminalizzazione delle numerose  occupazioni abitative presenti in tutto il territorio, porre l’attenzione su una ricerca condotta nel 2016 all’ interno di un edificio occupato in una periferia romana può risultare di grande attualità.

Dopo aver presentato nei precedenti articoli le prospettive teoriche e metodologiche che hanno guidato la ricerca e aver descritto brevemente il progetto DG – un gruppo giovane di militanti che ha posto la pratica dell’ occupazione al centro delle loro rivendicazioni politiche – è arrivato il momento di esporre i risultati delle analisi.

In questo articolo verrà  lasciato spazio alle parole degli intervistati, non per raccontare una storia, non per raccogliere informazioni e verificarne la veridicità ma per sviluppare un’analisi della realtà direttamente dal loro pensiero. La loro è una realtà in cui viene espressa una correlazione diretta tra la militanza politica e la pratica dell’occupazione. Analizzare le motivazioni che li hanno spinti in questa scelta può essere un primo passo per una comprensione più generale.

Si può iniziare dicendo che il percorso verso la militanza di molti intervistati è stato più o meno simile, iniziato in età adolescenziale, entrando a far parte dei collettivi studenteschi delle scuole superiori.

Può essere sia per una cosa aggregativa, perché alla fine stavi a scuola ma anche perché ci credevo insomma.

“Avevo quattordici, quindici anni iniziando nei collettivi studenteschi nel collettivo del liceo, perché quello è il periodo in cui ti si inizia a formare la coscienza tua critica interiore, inizi a capire che le cose sono sbagliate e senti la necessità di metterti in gioco e provare a dire la tua forse in maniera anche abbastanza adolescenziale. Hai bisogno di collocarti nel mondo, hai una tua visione e la maturi ci ragioni e capisci che devi fare anche qualcosa per farla sentire.”

“Diciamo che ho iniziato al liceo perché avevo un mio amico di un anno più grande che frequentava circoli politici locali e mi ha convinta-costretta a candidarmi a rappresentante d’istituto e diciamo che ho iniziato così… poi diciamo c’è stato un grande cambiamento quando sono venuta a Roma rispetto le modalità con cui facevo politica perché nel paese da dove vengo io comunque non esistono tutte queste cose che ci sono qua tipo le occupazioni nelle scuole, i collettivi, è tutto molto più improntato sulla politica istituzionale quindi diciamo che ho iniziato da prima il mio interesse è sempre stato personale però insomma a Roma ho trovato poi anche lo spazio che si addiceva di più alle mie idee, mettiamola così”

Alcuni ricordano come sono entrati a far parte di questo mondo con il movimento dell’ Onda.

“Ho iniziato a 16 anni con il movimento dell’Onda, ero al terzo anno di liceo, abbiamo fatto due anni di autogestione, una serie di manifestazioni, poi c’è stata l’Onda… il mio liceo era comunque storicamente attivo, siamo arrivati al 14 dicembre con gli studenti autorganizzati, poi all’università, ho riiniziato prima con i collettivi dell’università e poi col DG […] È stato tutto molto naturale, ho iniziato a interessarmi e agire, non fare chiacchiere… il problema, che in quel caso era la riforma Gelmini mi ha indotto a mettermi in gioco … avevo quel senso di giustizia… sociale ovviamente, vedendo che c’era una forbice enorme tra chi viveva in situazioni agiate… poi avevo sempre interesse a parlare con la gente, organizzare… poi sperimentando la bellezza di alcuni momenti, come le occupazioni al liceo, fai esperienza in prima persona…”

“Ho iniziato a fare politica con il movimento studentesco all’università, già andavo sempre alle manifestazioni già avevo partecipato un po’ all’occupazione al liceo però io diciamo… il mio primo anno di università è stato il 2008 l’anno dell’Onda, quindi lì ho iniziato un po’ ad attivarmi però forse ero un po’ troppo piccolo, da troppo poco ero all’università per riuscire a prendere le dimensioni quindi due anni dopo in realtà col movimento del 2010, del 14 dicembre che a Roma è stato chiaramente forte, con l’occupazione della mia facoltà, anche magari con un po’ di gente più grande che era uscita e quindi c’era pure spazio anche un po’ più per noi che a quel punto eravamo al terzo anno di università, e ho iniziato lì sia nell’università sia nel mio quartiere, che c’è uno spazio sociale e visto che andavo al liceo in quella zona c’erano diversi ragazzi che erano nei collettivi al liceo con me che io vedevo, conoscevo, erano amici ma magari non facevo proprio parte del collettivo e che mi hanno coinvolto anche in queste cose e poi insomma […]  era una cosa di cui sentivo estremamente il bisogno ma non avevo mai capito che potesse essere quello il canale per sentirmi più protagonista della mia vita… ti rispondo molto qualitativamente come dicevi, cioè per me è stato un modo che non mi sarei mai aspettato di poter avere per sentirmi protagonista della mia vita e… essere in prima linea nelle cose che mi convincevano, avevo fatto tante cose da pischello, avevo fatto i rave, però erano sempre cose su cui trovavo tante contraddizioni, tante cose che comunque non mi convincevano e non mi facevano dedicare a pieno in qualcosa invece con la politica ho, nonostante i rischi, nonostante le difficoltà, nonostante che non è che in questo momento ci troviamo appunto in un momento pre-rivoluzionario però anche dalle piccole alle cose grandi ho trovato la tranquillità, la voglia di trovare… insomma… un qualcosa che andasse oltre le tappe della vita quelle comuni, quelle imposte no? Vai all’università, trovi lavoro… un progetto di vita parallelo, altro che mi desse gratificazione oltre il resto…”

L’Onda è stato un movimento studentesco sviluppatosi durante l’autunno del 2008. Esso è nato sostanzialmente come protesta ai tagli dei fondi all’Università e alla Ricerca proposti dall’allora governo Berlusconi e diretti prevalentemente contro il Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini.

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Le proteste hanno assunto immediatamente un carattere trasversale coinvolgendo studenti medi, superiori e universitari di numerosissime città italiane. In un breve arco di tempo, oltre che assistere a una serie di manifestazioni come quella del 17 Ottobre denominata “NO GELMINI DAY”, alla quale ne seguiranno altri tre, gli studenti hanno iniziato ad occupare alcune facoltà delle Università di tutta Italia, da Nord a Sud, come ad esempio a Firenze, Pisa, Milano, Roma, Palermo, Cagliari e molte altre.

Chi invece non cita quel movimento, pone comunque l’attenzione sul fatto di aver frequentato spazi occupati.

Ho cominciato nell’ultimo anno di superiore a frequentare sto posto occupato a P. … retaggi comunque della vecchia autonomia, la gente che si rispecchiava sempre là, qualche compagno grande, qualche pischello, qualche gente così che stava con me pure un po’ più grande, che da lì erano usciti, e da lì poi ho continuato con questo spazio tra varie iniziative, feste, attacchinaggi solite cose no? Appunto lì vita di quartiere a P., fasci, stacchinaggi dei fasci, ho iniziato così…

Un intervistato di qualche anno più grande degli altri ricorda invece come il G8 di Genova ha rappresentato uno shock per una o due generazioni e che da quel momento in poi, anche in concomitanza con l’attentato alle Torri Gemelle, ha iniziato ad intensificarsi la sua attività di militanza.

“Penso, approssimativamente 2001, ho fatto… be’ guarda io ti dico la verità, fin da quando ero piccolo, sono sempre stato affascinato, mi ricordo che già in prima media m’ero comprato il diario di Che Guevara, in seconda media avevo la maglietta di Che Guevara insomma, la fissazione che tutti gli uomini fossero uguali, c’è l’ho sempre avuta, poi se dobbiamo parlare proprio di un approccio dal punto di vista che potremmo definire militante diciamo che le prime manifestazioni sono state quando c’è stata l’apertura di Forza Nuova nella mia città, facevo o il primo o il secondo superiore, adesso non ricordo bene e poi c’è stato gradualmente un intensificarsi dell’attività, in prossimità del G8, perché comunque alla fine avevo quindici anni io, e quando volevo partire, mi ricordo che alla fine venne mio padre, calcola che c’erano tutti quelli di C., venne a recuperarmi mio padre eccetera e però ricordo che bene o male quelle immagini hanno creato insomma, è stato uno shock per uno o probabilmente due generazioni e da lì insomma anche in concomitanza col fatto che da lì a poco le Torri Gemelle, l’aggressione militare all’Afghanistan eccetera, diciamo che da lì si andò a intensificarsi il mio approccio alla militanza politica… e poi diciamo che 2002, sarà stato fine del 2002, abbiamo creato ex novo, dal nulla, un collettivo studentesco che, diciamo che era completamente una novità per quello che era, insomma la mia realtà cittadina.”

Questa intervistata invece dichiara come le condizioni di lavoro a cui è stata sottoposta in paesi prettamente anglosassoni le hanno fatto sentire l’esigenza di tornare nel mondo universitario per acquisire le basi che le dessero la possibilità di cambiare questa condizione.

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“Perché ho sentito l’esigenza… allora il mondo del lavoro, sai sono andata in luoghi molto anglosassoni per periodi più lunghi di tempo quindi Australia, Nuova Zelanda, Inghilterra ecc ecc mi ha fatto veramente schifo, nel senso proprio lo sfruttamento del lavoro, le condizioni in cui ero costretta a lavorare sia quando lavoravo a contratto, sia quando lavoravo in nero, e ho capito che se volevo cambiare questa cosa qua, dovevo fare un ulteriore passaggio, cioè che la mia libertà, indipendenza che mi ero conquistata facendo questo tipo di scelta di vita non era completa se non avevo dietro una base che mi permettesse di cambiare questa condizione e quindi ho deciso paradossalmente di tornare indietro al luogo di origine, tornare indietro a livello proprio di carriera accademica, cioè io ho fatto il contrario praticamente, prima ho lavorato e viaggiato e poi mi sono iscritta all’università e in realtà per me la facoltà, l’università era anche più o meno secondario ok era proprio che io volevo stare all’università, volevo stare con le persone della mia età, volevo stare in un luogo dove ci fosse un minimo di fermento e che mi desse motivazione per affrontare questa situazione che avevo vissuto, analizzarla eccetera eccetera e avevo voglia appunto quindi non solo di studiare ma di inserirmi in un mondo che mi desse delle possibilità che non sono le possibilità di lavoro, le possibilità di guadagno, le possibilità di viaggiare, ma quelle di farmi una mia base solida, per poi magari in futuro ritornare a fare quello che facevo prima ma con tutta un’altra prospettiva… ok?… quindi viaggiare con un’ altra prospettiva, lavorare con un’altra prospettiva… io questo penso che ti sia utile.”

L’ultimo intervistato, non per ordine di importanza, espone come dopo aver vissuto per un periodo in Brasile si è reso conto che lì esisteva una modalità di vivere differente a quella a cui lui era abituato, una modalità di vivere basata sulla solidarietà e sul sentirsi parte della stessa comunità. Al suo rientro in Italia ha deciso così di voler provare a replicare ciò che aveva vissuto nelle favelas brasiliane e a conquistare condizioni di vita migliori anche per quegli abitanti dei quartieri popolari delle periferie romane.

“Ho iniziato a frequentare il collettivo di scienze politiche all’università, tornavo dal Brasile, un’esperienza che ho fatto appunto lì… che è stata fondamentale sullo scegliere di organizzarsi in maniera attiva, quindi una volta tornato da quell’esperienza ho ricercato uno spazio in cui cercare di organizzarmi… la prima realtà con cui mi sono confrontato è stata quella del collettivo di facoltà, per cui mi sono iscritto a cooperazione e sviluppo, che fa capo a scienze politiche, e ho cominciato a frequentare quel collettivo […] avevo questo contatto per il Brasile con una Ong e so’ partito per queste esperienze, c’ho passato 4 mesi, però l’argomento fondamentale di questa storia è che io in Brasile mi so’ reso conto stando in favelas lavorando in degli asili, ho fatto il muratore, ho fatto un po’ di cose sono riuscito a stare in mezzo alle persone… io mi ricordo la cosa più forte era il rendersi conto che esiste questa modalità di vivere differente rispetto a quella alla quale ero abituato per cui ero cosciente del fatto che non è una roba che non è appartenuta alla nostra società, cioè secondo me fino a sessanta, settanta anni fa le persone vivevano nello stesso modo in cui vivono in Brasile adesso le fasce di popolazione più povere, però è una roba che piano piano con il progresso… appunto l’aumento delle possibilità economiche in generale o insomma le persone hanno cambiato modo di relazionarsi, mentre la è ancora vivo no? Per cui, ed è fatto appunto di solidarietà, di attenzione, di essere parte della stessa comunità, è molto molto forte sta sensazione, per cui l’elemento centrale proprio che tornato da là mi dicevo: io voglio impegnarmi e cercare di costruire una realtà che sia più solidale, più unita, che riesca comunque attraverso ad alcune forme a conquistare delle condizioni di vita migliori: per cui questo è l’elemento centrale come ho detto… adesso sto qua voglio trovare il modo per farlo no? Per farlo in prima persona.”

Dopo aver raccontato il percorso verso la militanza intrapreso dagli intervistati, nel prossimo articolo si esaminerà come è stato vissuto da loro il momento dell’occupazione, il periodo di convivenza e l’episodio dello sgombero avvenuto all’incirca due anni dopo.

Fonti:

[1] https://www.valigiablu.it/sgomberi-occupazioni-salvini/#circolare

 

 

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Claudio Riga

laurea triennale in Scienze Antropologiche presso AlmaMaterStudiorum Bologna laurea magistrale in Antropologia Culturale ed Etnologia presso AlmaMaterStudiorum Bologna attualmente Master di 2 livello in Cooperation and Development presso IUSS Pavia