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Occupare la città: i ragazzi del DG

Con questo articolo, che segue quelli in cui si è esposto un quadro generale concettuale e teorico, entriamo finalmente nel vivo della ricerca etnografica. L’inchiesta è stata condotta in una periferia di Roma, in un quartiere che chiameremo per motivi di privacy “El Barriucho”.

Il gruppo di militanti intervistati verrà chiamato semplicemente “DG”. L’obbiettivo dell’inchiesta è stato quello di capire in che modo i militanti del gruppo percepivano la pratica dell’occupazione, pratica al centro della loro attività politica e al centro delle loro rivendicazioni.

Si inizierà con una descrizione generale del gruppo in oggetto per poi passare ad esplicitare i risultati delle interviste. Le parti in corsivo nel testo sono citazioni delle parole degli intervistati.

Il DG è un gruppo abbastanza eterogeneo, di studenti, laureati, lavoratori, precari e disoccupati, formatosi all’interno dell’Università La Sapienza intorno al 2012, che nella loro pagina internet si presenta così:

«Siamo quei ragazzi e quelle ragazze che più volte hanno riempito le piazze in questi anni, che hanno cominciato a sognare con il movimento dell’Onda Studentesca del 2008, che hanno urlato “que se vayan todos” nelle piazze eccitate del 2010. Il nostro DG! vuol dire che non siamo più disposti a farci scandire i tempi di vita dai prezzi soffocanti di questa crisi, vogliamo poter progettare il nostro futuro, come più ci piace, e non come ci impongono che debba essere. DG perché vogliamo liberarci da questa schiavitù, vogliamo poter inventare e sognare, costruirci un’ipotesi di vita che vada oltre il termine del contratto di collaborazione a progetto. Il futuro non è una concessione, per questo non abbiamo voglia di chiederlo a nessuno, ma di riprendercelo. Crediamo che dall’ attivazione di ognuno di noi possa nascere qualcosa di più: un laboratorio dove condividere saperi, un’aula occupata dove riscoprire una nuova socialità, uno studentato dove abbattere i costi dell’abitare. Una soluzione c’è ma dipende da te!»

DG nasce a seguito di un’inchiesta sulla questione abitativa a Roma, svolta da alcuni studenti della facoltà di sociologia riuniti in un collettivo, con l’obiettivo di capire quanto il problema degli affitti condizionasse la vita degli universitari.  

La prima occupazione temporanea di uno studentato è avvenuta nel 2012, è stato un esperimento durato poco, qualche mese. DG vero e proprio è nato dal secondo Tsunami Tour, il 6 aprile 2013, che ha rappresentato una giornata di occupazioni a tappeto gestite dal coordinamento dei movimenti di lotta per la casa.

I militanti di DG si sono inseriti, con le loro specificità, all’interno di questo movimento che in un brevissimo arco di tempo ha portato a una decina di occupazioni in tutto il territorio romano.

Cristiano Armati (2015) in “La Scintilla”, descrive brevemente queste giornate di Tsunami Tour, citando le numerose occupazioni abitative che si sono guadagnate un totale di tredici edifici:

«[…] come la meravigliosa palazzina in stile liberty occupata dagli studenti del “DG” nella centrale di via Mussi: dal punto di vista architettonico, la perla del secondo Tsunami Tour e, da un punto di vista politico, un’esperienza di assoluta importanza per la sua capacità di portare il mondo dell’università all’interno della lotta per la casa. Lo stabile di via Mussi non è soltanto in una posizione centralissima (…), ma è anche oggetto di una speculazione sporca e sofisticata al tempo stesso, come specificano gli occupanti in un comunicato capace di dare valore aggiunto al senso di questa giornata» (Armati, 2015: 68)

«Lo stabile di via F. Mussi 10, fa parte degli undici stabili inseriti nel fondo Upside della Bnp Parsap, che una volta venduti potranno essere usati per costruire il palazzone unico della Provincia che sorgerà nella zona di Torrino- Castellaccio. (…) Oggi studenti, famiglie, migranti, disoccupati o semplicemente uomini e donne che non credono più nelle favole dello stato che ridistribuisce, nello stato del welfare, hanno occupato decine di stabili per ottenere qui e ora una vita migliore. Il mattone che ci siamo ripresi puzza di soldi marci e dato che noi soldi non ne abbiamo e quelli che ci chiedono tramite le tasse se li rubano ce li riprendiamo. Eccoci qui noi choosy! Noi ci riserviamo una vita migliore. E voi?»

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La conquista di quello stabile a seguito di una giornata di lotta e riappropriazione così importante è ritenuta dalla maggior parte del gruppo una vittoria:

«[…] perché ha dimostrato la forza dell’autorganizzazione: noi non eravamo nessuno, non siamo nessuno, però siamo riusciti a portare a casa un risultato importante. E’ stata un’operazione congiunta con i movimenti di lotta per la casa, ragionata e discussa collettivamente, che ha portato un gruppo di persone, fino ad allora senza particolari appoggi da strutture preesistente, a fare un passo di riappropriazione importante».

Da quel momento dopo aver messo «in sicurezza» il posto, aver sbarrato porte e finestre e innalzato barricate, gli occupanti hanno proceduto a stilare una serie di comunicati «per far conoscere a tutti cosa stava succedendo e come un posto abbandonato stava riprendendo vita».

 Gli occupanti di DG hanno resistito due anni prima di essere sgomberati definitivamente. Questi due anni hanno rappresentato per molti di loro un’esperienza forte e significativa sia a livello politico che umano e personale, riuscendo a «far entrare la politica nella vita e la vita nella politica».

Per qualcuno, specialmente i romani, è stato inizialmente un modo per «uscire da casa dei genitori», o «essere più vicini alla zona universitaria»: un modo per ottenere un vantaggio materiale: «se annamo a pijà casa». Vivere insieme 24 ore su 24, «è stata una cosa bella e formativa, ha aiutato a conoscerci meglio a livello personale e ha dato uno slancio al gruppo». 

Vivendo e organizzandosi a difendere quel posto insieme si sono instaurati legami saldi e duraturi, perché non solo si stava avviando un progetto politico collettivo, ma anche un progetto di vita insieme”.

In questi anni il DG si è districato in una serie di attività e iniziative politiche differenti, riuscendo ad «allargare l’impatto dei movimenti per la casa e legare il mondo dell’università a quello dei precari». La vicinanza fisica al centro universitario ha permesso loro di essere maggiormente presenti per «fare un intervento politico dentro l’università». Per molti la concretezza di quel luogo fisico ha creato un «trampolino di lancio, un catalizzatore di energie» e ha dato la forza per riuscire a «dimostrare materialmente come un’altra cosa fosse possibile».

Lo sgombero per molti è stato un momento traumatico, ma non ha segnato la fine di un progetto politico bensì un nuovo inizio. Lo sgombero ha solo accelerato un processo che era già stato ampiamente discusso dal gruppo, che sentiva ora l’esigenza di avvicinarsi e «vivere le realtà dei quartieri popolari».

«Oggi DG sopravvive in varie forme», alcuni dei membri sono stati dislocati in occupazioni già esistenti, come quella in cui sono stato ospite, in un quartiere delle periferie di Roma che chiameremo “El Barriucho”. Altri sono in altre occupazioni; altri ancora sono tornati a casa dei genitori, ma il progetto politico resiste nonostante questi problemi esacerbati dalle grandi distanze.

Per qualcuno, era più facile comunicare; «manca la vicinanza e la quotidianità e quel senso di sicurezza e famiglia» che dava la condivisione di spazi e tempi.

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Le iniziative portate avanti dai militanti del DG per gli abitanti del quartiere (che è dove risiedono oggi la maggior parte dei militanti di DG e dove, come si avrà modo di leggere più avanti, si sono reindirizzate gran parte delle loro energie) ad alcune delle quali ho potuto assistere e prendervi parte, spaziano dai progetti per i bambini delle elementari (come ad esempio un breve documentario fatto dai bambini in cui spiegavano la storia del quartiere, o dopo-scuola ecc…) agli spettacoli organizzati nella piazza centrale completamente aperti a tutti (quando c’ero io venne Ascanio Celestini, ad esempio).

Inoltre, si va dalla trasmissione con un proiettore delle partite della nazionale di calcio (in quel periodo si giocavano gli Europei), alla proiezione di film, documentari ecc… alle iniziative culturali (presentazioni di libri ecc..) agli eventi sportivi (come l’apertura di una palestra popolare completamente autogestita).

Un chiaro e preciso campionamento dei membri del gruppo risulta essere problematico. Si potrebbe però dire, che vi fanno parte dai trenta ai cinquanta individui. Ho deciso di concludere il lavoro dei colloqui a dieci interviste.

Si sono presentati prevalentemente membri attivi del gruppo che hanno vissuto in prima persona l’esperienza della prima occupazione di DG, il seguente sgombero e che ora si trovano dispersi in diverse zone della città, quasi tutti in altre occupazioni.

Sette sono uomini, tre donne. L’età media è 25 anni. La maggior parte sono studenti, un paio lavoratori. La maggior parte è nata a Roma, gli altri sono studenti fuori sede, giunti nella capitale sia da nord che da sud. Il livello di istruzione è mediamente alto: hanno quasi tutti frequentato o frequentano l’università: chi studia sociologia, chi medicina, qualcuno è laureato in storia, qualcun altro dottore di ricerca.

Le interviste, condotte faccia a faccia, si sono svolte in diversi luoghi, sempre comunque significativi per la loro attività politica. Alcune nel palazzo dove ero ospite, in diverse stanze,  altre in uno studentato autogestito. Sono durate mediamente un’ora, per diciassette domande.

“Autonomia”: è sicuramente il termine più utilizzato per indicare la prospettiva teorica comune al gruppo. L’autonomia a cui si rifanno va intesa in modo generale come una realtà politica che rifiuta i partiti e i sindacati, contro le istituzioni e al cui interno vigono forme di auto-organizzazione e autogestione.

“Comunità”: è un altro dei termini maggiormente in uso dai militanti intervistati. I loro obbiettivi possono essere intesi dunque come la risolutezza a creare o ricostruire forme di comunità autonome, contro le istituzioni, e al cui interno siano decostruite le gerarchie e abolito lo sfruttamento.

Tra le esperienze più citate ci sono i NoTav, le comunità zapatiste e i curdi, esperienze fortemente territoriali, le ultime due esaltate per la loro capacità di aver creato degli stati paralleli con istituzioni popolari riconosciute e con forme di autoregolamentazione autonoma.

Da questi enunciati si può risalire al loro impegno di rimanere legati al territorio e alla gente che lo vive quotidianamente per provare a migliorare le loro condizioni di vita.

Le domande hanno seguito quest’ordine tematico:

1) quando e perché hanno iniziato a fare politica;

2) che cosa ha significato per loro occupare, vivere in occupazione e infine essere sgomberati;

3) l’importanza che assumeva per loro la lotta per il diritto all’abitare;

4) le connessioni, continuità e discontinuità spaziali e temporali con altri movimenti;

5) il senso che loro davano alle loro azioni, espresso in tre tematiche: il senso dell’organizzazione dal basso; il ruolo del militante; come si immaginavano una possibile rivoluzione

6) infine, i loro obbiettivi o aspettative per il futuro.

Negli articoli successivi si esamineranno più da vicino i risultati delle interviste, con l’obbiettivo di arrivare a una conclusione partendo direttamente e unicamente dalle parole degli intervistati.

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Claudio Riga

laurea triennale in Scienze Antropologiche presso AlmaMaterStudiorum Bologna laurea magistrale in Antropologia Culturale ed Etnologia presso AlmaMaterStudiorum Bologna attualmente Master di 2 livello in Cooperation and Development presso IUSS Pavia