Nuto Revelli – La liberazione tramite il raccontarsi

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L’oralità, una brevissima introduzione

Monogatari è un termine giapponese che potrebbe essere tradotto con fiaba/racconto (tradotto letterariamente sarebbe: raccontare gli avvenimenti). Ma la particolarità del verbo kataru, che compone la parola, è il fatto che indica l’azione di raccontare oralmente qualcosa a qualcuno.

Ecco quindi che con una tale accezione il termine acquisisce una profondità intrinseca immediata legata al dialogo. Questo è un elemento imprescindibile da ogni cultura e che rende l’essere umano quello che è grazie alla capacità di poter trasmettere la propria esperienza e così anche il sapere derivato da essa.

Non si vogliono certo dimenticare l’invenzione e l’importanza della scrittura da cui nasce un costante rapporto dicotomico di incontro/scontro con l’oralità. Tuttavia, nel raccontare brevemente una figura come quella di Benvenuto “Nuto” Revelli, non si può prescindere dal primo aspetto.

 

 

Nuto Revelli
Visuale aerea del centro di Cuneo

La vita e Mai Tardi

Nuto Revelli nasce a Cuneo il 21 luglio del 1919 si diploma come geometra. Entrerà ancora giovane nell’accademia militare come alpino e verrà mandato in guerra in Russia. Dopo essere tornato nel 1943 si unirà ai movimenti partigiani nelle valli del cuneese, venendo anche ferito durante le azioni di guerriglia. Dopo la Liberazione inizierà un lento percorso di recupero dalle vicende della Seconda guerra mondiale aprendo una ditta per il commercio di ferro. Morirà poi nella sua amata Cuneo il 5 febbraio del 2004.

Questa, a una prima occhiata, potrebbe sembrare una vicenda lineare e normale di quelle che hanno attraversato il Novecento. Ma la particolarità e la ricchezza di Revelli si trova in tutto ciò che ruota intorno al fil rouge della sua vita. Anzi, mi spingerei ad affermare che sono le altre vicende omesse in questa prima parte, il fulcro di una vita passata all’insegna della ricerca.

Come molti dopo un evento traumatico come una guerra sentono la necessità di raccontare, cosa che Nuto fa subito con Mai tardi nel 1946. Questo primo libro non è altro che il diario che tenne durante la guerra di Russia e che pone un accento molto importante: egli non andò in guerra con occhi velati dall’odio rafforzati da una propaganda totalitaria, ma disse: “Io vado in guerra perché voglio capire”. Non si tratta certo di un’affermazione naïve ma dietro ad essa si cela una profonda voglia di introspezione: “Perché vado a combattere? Chi vado a combattere? Chi è il mio nemico?”. Queste sono le domande che leggo racchiuse in un’affermazione del genere. E come sempre succede, nel momento stesso in cui riconosco l’umanità nel mio nemico come fa Piero nella famosa canzone di Fabrizio De André, nel momento in cui riconosco me stesso nell’altro, ecco che crolla l’odio inflazionato da bugie e pregiudizi.

In questo modo Revelli riconosce nei russi la figura degli “invasi”, e nell’esercito italiano e in quello tedesco1Saranno soprattutto le immagini dell’esercito tedesco che rimarranno a lungo impresse nella mente di Revelli, instillando una profonda avversione nel popolo tedesco. quella degli invasori. Egli capisce di come tutta la manovra sul Don non fosse altro che una mossa politica del regime fascista per assicurarsi un bottino di guerra nel caso la Germania nazista avesse sbaragliato le ultime resistenze sovietiche.

Da questa ingiustizia, dalla rabbia del veder morire giovani commilitoni, dal mandare reparti “autotrasportabili” e dotati di muli nella rigidità della taiga russa d’inverno, nasce la frase che dà il nome al libro riferendosi ai fascisti e ai nazisti: “Mai tardi per prendervi e fucilarvi tutti”.

 

 

Nuto Revelli
La ritirata dell’esercito italiano in Russia.

I libri successivi e le interviste

Parafrasando Paolini nel suo bellissimo spettacolo “Itis Galileo” dedicato completamente alla figura dello scienziato toscano, non è tanto quello che fa Revelli prima di Mai Tardi che è interessante ma piuttosto quello che fa dopo: scende in profondità. Si accorge di esser riuscito a dar voce ai suoi stati d’animo ma comprende che tra le valli di Cuneo, tanti come lui sono tornati stanchi, distrutti e con profonde cicatrici nell’animo, e che molti non hanno avuto la sua fortuna.

Grazie anche al contesto di quegli anni dove veniva formandosi quella che successivamente avrebbe preso il nome di Storia Orale (o forse è più corretto dire: veniva riconosciuta fuori dalle accademie) e a figure come quella di Gianni Bosio, Revelli inizia a registrare quelli che come lui erano stati in Russia durante la guerra grazie all’ausilio del magnetofono e dei primi microfoni.

Nasce così La strada del Davai del 1966, un racconto corale, o meglio ancora, un etnografia inconsapevole2Inconsapevole solo nella teoria antropologica, della ritirata in Russia. Revelli raccoglie i dialoghi, i racconti dei superstiti, li trascrive e li sistema di modo che la forma orale possa armonizzarsi sulla forma scritta ed ecco che diverse testimonianze prendono forma, diversi volti senza tratti raccontano un’eterogeneità di storie: da quelle che paiono quasi inventate a delle storie completamente che ci si aspetta ma che fa comunque male leggere.

“Dar voce agli ultimi”, questo sembrerebbe il motto che guida Nuto nella sua vita quotidiana. Infatti non finisce qui: dopo i reduci capisce che un altro mondo è a rischio perché senza una voce e rischia di scomparire. Inizia così una serie di incontri con coloro che secondo lui rappresentano il mondo contadino, la dimensione rurale. Con Il mondo dei vinti del 1977, Nuto prova a mettere in guardia dalla scomparsa di quell’universo complementare alla vita urbana. La vita fuori dalle grandi città è difficile e sta lentamente soffocando.

Durante queste interviste, l’occhio attento si accorge di un particolare: le donne sono spesso messe da parte mentre l’uomo racconta delle difficoltà in famiglia. Questa volta Revelli indirizza i suoi sforzi verso di loro dando alla luce le pagine de L’anello forte, che vede la pubblicazione nel 1985. In queste pagine vengono racchiuse quelle vicende che dovrebbero far pensare fino in fondo qualsiasi uomo riguardo i rapporti di genere. Ovviamente non si tratta di un discorso femminista diretto, ma è una ricerca che permette di aprire gli occhi per quel che riguarda la realtà delle campagne di 30/40 anni fa, riflettendo sulla quotidianità attuale.

Ma ancora, Revelli non si esaurisce qui. Anzi, una volta affinata la tecnica su centinaia di interviste, ribalta completamente le dinamiche del suo lavoro con due libri eccezionali: Il disperso di Marburg (1994) e Il prete giusto (1998).

Nel primo egli ricostruisce le vicende di una figura che non smetterà mai di tormentarlo, ovvero quella del “Disperso”. Come nel caso dei desaparecidos cileni, è l’assenza di una corporeità che causa la maggiore lacerazione nella memoria di una persona: così come tutti quei giovani avvolti dal gelo in Russia e mai tornati, la figura di un ufficiale tedesco gentile infastidisce e incuriosisce nel contempo Nuto.

Tramite una mappatura e un incrocio dei diversi ricordi dei presenti e gli archivi, riacquista il proprio nome un volto precedentemente inghiottito dalla guerra: Rudolf Knaut. Per lo stesso Revelli si tratta di un sollievo e può finalmente accostare una nuova immagine a quella dei tedeschi durante la guerra.

Per quel che riguarda il secondo libro, tratta le vicende di una sola persona: Don Raimondo Viale, un prete che collaborò con i partigiani e si trovò spesso in conflitto con cariche ecclesiastiche a lui superiori. Centrale al libro è il termine di “ribellione” dal quale deriva anche il nome del prete stesso.

 

Perché leggere Nuto Revelli oggigiorno?

Questo interrogativo rimane. Perché è giusto ricordare, ma non vi è nulla di più sbagliato che un inflazione della memoria quando è senza motivo. Personalmente vi sono due motivi per i quali i giovani dovrebbero leggere i suoi libri: in primis per prendere un diretto contatto con l’esperienza della guerra e capire cosa essa davvero comporta, e perché tutta la produzione di Revelli è dedicata sia indirettamente che direttamente a loro.

«Volevo che i giovani sapessero, capissero, aprissero gli occhi. Guai se i giovani d’oggi dovessero crescere nell’ignoranza, come eravamo cresciuti noi della “generazione del littorio”. Oggi la libertà li aiuta, li protegge. La libertà è un bene immenso, senza libertà non si vive, si vegeta…»

 

 

Nuto Revelli
Primo Levi e Nuto Revelli insieme.

 

 

Forse una delle citazioni più importanti dello studioso ma anche una delle più significative a mio parere. Revelli insegna a tutte le generazioni che la curiosità non è una capacità che appartiene solo all’ambito di ricerca accademico, ma che è una pratica quotidiana. Ci insegna che l’incontro con l’altro è meno difficile di quanto siamo portati a credere.

Nuto Revelli viene spesso accostato a una figura come quella di Primo Levi per la loro importanza per quel che significa raccontare ai giovani “che questo è stato”. Vi è una profonda e faticosa libertà catartica nel raccontarsi all’altro che forse oggigiorno ci è più comodo ignorare. Ma solo fidandosi e donando una nostra esperienza possiamo comprendere la diversità intorno a noi, che poi diversità non è ma solo umanità.

Sarà infine vero che, come recita ormai questa abusatissima frase: verba volant, scripta manent (Lo scritto rimane, le parole volano). Ma a volte è solo tramite il volo che si riesce ad avere una prospettiva d’insieme più chiara, soprattutto quando si parla di antropologia e storiografia.

 

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