Nuova musica per un testo antico: il Vǫluspá di Einar Selvik

La voce di un testo sacro

Lo storico delle religioni e islamologo William A. Graham afferma, inserendosi all’interno di una linea di pensiero antica di almeno un secolo, che ogni testo sacro ha vissuto, per almeno un periodo della sua “vita”, come pura espressione orale.1Graham, W. A., 1987, Beyond the Written Word. Oral Aspects of Scripture in the History of Religions, Cambridge, Cambridge University Press. Ciò implica una serie di considerazioni non secondarie: in primo luogo quello che è tramandato oralmente è suscettibile a modifiche, interpolazioni ed elisioni; in secondo luogo la dimensione orale del testo sacro è tanto importante quanto quella scritta. Se non di più. Questo perché la necessità di fissare su supporto cartaceo, pergamenaceo o litico un testo è comunque sintomo della volontà di “materializzare” qualcosa che è già diventato parte del substrato culturale di una data comunità. Che bisogno ci sarebbe stato di immortalare alcuni versetti del Corano su scapole di dromedario e foglie di palma se questi frammenti testuali non fossero ritenuti oramai elementi portanti del gruppo sociale?

Ma se del Corano, così come dei testi sacri, liturgici e paraliturgici dei grandi monoteismi, è sopravvissuta fino a oggi la pratica vocale della recitazione (o nel caso biblico della cantillazione), non sappiamo come venissero (e se venissero!) intonate buona parte parte delle cosmogonie umane, soprattutto in ambito europeo. Sì, perché possiamo ascoltare, grazie al lavoro profondissimo degli etnomusicologi della prima metà del XX secolo, le registrazioni sul campo dei racconti di creazione di varie società tradizionali africane, asiatiche e americane. Per non parlare poi dell’epica e delle gesta degli eroi. Ma la musica sacra degli antichi europei? È mai esistita? Possiamo immaginarcela o addirittura produrne nuove “forme”? Certo che sì, e non per forza deve essere lavoro di filologia.

 

Il Vǫluspá e la fascinazione per il mondo norreno

Col termine Vǫluspá identifichiamo il primo poema dell’Edda poetica, la principale fonte storica in materia di mitologia nordica. Il manoscritto che contiene l’Edda poetica, conosciuta anche come Edda maggiore, è il celebre Codex Regius (Konungsbók, GKS 2365 4º), codice in quaranticinque pagine di pergamena compilato nell’Islanda degli anni Settanta del XIII secolo, oggi conservato a Reykjavík.2Il testo è conservato parzialmente anche nei manoscritti che compongono l’Hauskabók. L’Edda in prosa di Snorri Sturluson (ca. 1220) contiene diversi riferimenti ai temi e agli episodi poi presenti nel Codex Regius. Il Vǫluspá narra in forma profetica delle vicende del mondo, dalla creazione al Ragnarǫk, l’infausto destino al quale perfino gli dei andranno incontro. In circa sessanta stanze, quindi, vi è condensata l’intera cosmogonia norrena, fino alla fine dei tempi, nella sua accezione più cupa e fatalista: si menzionano il tradimento di Loki, l’assassinio di Baldr, la morte di Thor stesso.

 

 

Odino che ascolta le profezie.
“Odin and the Völva” (1895), Lorenz Frølich.

 

 

È dunque facile comprendere la fascinazione per la materia da parte di schiere di artisti impegnati nel recupero, più o meno politicamente disinteressato, della tradizione norrena e, in generale, di area germanica. Superfluo è ricordare come, da almeno tre decenni (Blood Fire Death dei Bathory esce nel 1988), alcune correnti metal affondino le braccia fino ai gomiti in quello che sembra un fiume infinitamente generoso. Generoso di nomi, luoghi, divinità, episodi di tradimento e di valore, draghi e lupi, cavalli a otto zampe e sinistre filatrici. Rune e arcobaleni. Semidei e nani.

 

 

Blood Fire Death, Bathory
La copertina di Blood Fire Death dei Bathory (1988).

 

 

Un intero dispositivo mitico è stato piegato e sfrondato nel nome di un revival culturale che di storicamente informato ha poco, se non nelle classiche eccezioni che confermano la regola. Ma non è questo l’argomento delle mie veloci riflessioni sul Vǫluspá. Tantomeno è di nostro interesse fornire giudizi di valore. È giusto che la pop culture, per quanto nelle sue frange di nicchia, abbia operato di bisturi, anzi di martello, su di una tradizione finemente intessuta, ricca, ricchissima di materiali e suggestioni, alle quali lo stesso Wagner non era riuscito a sfuggire? Non lo sappiamo. E poi perché di Wagner accettiamo come capolavoro di riflessione epico-religiosa l’architettura mastodontica della tetralogia dell’Anello dei Nibelunghi e non possiamo fare lo stesso con i primi album degli Enslaved?

Cosa aveva compreso Wagner del viso guercio di Wotan e del ghigno di Loge da renderlo così autorevole in materia scaldica? Quello che teniamo a sottolineare è come la distanza culturale tra il grande compositore di Lipsia dagli antichi scandinavi non è minore di quella tra essi e un clone dark ambient di Burzum qualsiasi. Certo, Wagner leggeva i cicli nibelungici e studiava tanto: è tutto documentato. Ma fu pur sempre un recupero culturale in vista di un piano ideologico ben definito e teleologicamente orientato. Resuscitare una vecchia epica per un nuovissimo mondo.

Ora come allora, quindi, il nebbioso pantheon norreno si presta a venire declinato in forme cangianti per questioni identitarie.

Il Vǫluspá di Einar Selvik

Einar Selvik, classe 1979, musicista norvegese, soprattutto conosciuto per la brevissima militanza nei Gorgoroth, come batterista. Curiosamente, e il cerchio inizia a chiudersi, con la formazione incide l’album Twilight of the Idols (2003). Il crepuscolo degli dei wagneriano è giusto a un passo. Einar Selvik, tuttavia, è soprattutto leader del progetto Wardruna: la filosofia della compagine è attualizzare, portare alla luce e mondare tutto ciò che di esoterico (in senso letterale) vi è nell’antichità nordica. Niente più elmi cornuti, navi con polene a forma di drago e influenze fantasy. Ma, d’altra parte, neanche ricerca ossessiva del suono perduto, dell’autentica musica di un popolo che, di fatto, non esiste. Non è nemmeno una ricerca della purezza originaria. La domanda di Selvik è: possiamo rimodellare questo materiale e renderlo specchio del mondo odierno?

Non è filologia e, come dicevamo, neanche archeologia musicale. E la meravigliosa interpretazione del Vǫluspá presente nell’album Skald (2018) ne è la prova. Selvik, nel video promozionale, è immerso in un buio estremo, nel buio prima del mondo raccontato nel poema. Canta le strofe con struttura di ballata (dove la linea melodica è la stessa per ogni stanza) sopra di un ostinato di Kraviklyra, lira scandinava, cordofono a sette corde.

 

 

Kraviklyra moderna.
Kraviklyra costruita dallo specialista Michael J. King.

 

 

Selvik, che sappiamo essere neopagano “dichiarato”, crede in quello che canta? Crede nella creazione del mondo così come raccontata nel Codex Regius? Crede alle fauci di Fenrir e al serpente Jǫrmungand? Forse la domanda è posta in modo sbagliato. E il modo giusto di porre la domanda può essere: Selvik è riuscito a donare nuova vita a un testo sacro (ci si conceda il termine, perché di fatto abbiamo a che fare col trascendente e con un grandissimo mito di fondazione) che non sembra parlare di noi e a noi? La risposta è sì. Selvik ha compiuto un’operazione di attualizzazione. Il vecchio che si rende efficace per spiegare il nuovo, ancora più efficace di quello che ora sembra attuale e, quindi, più adatto. Un mito di creazione antico almeno un millennio e storicamente-geograficamente circoscritto può essere riproposto come elemento culturale vivo e pulsante.

 

 

 

 

Bibliografia:

  • Graham, W. A., 1987, Beyond the Written Word. Oral Aspects of Scripture in the History of Religions, Cambridge, Cambridge University Press
  • Isnardi, G. Chiesa, 2015, I miti nordici, Milano, Longanesi (ed. or., 1991, I miti nordici, Milano, Longanesi)
  • Meli, M. (a cura di), 2008, Vǫluspá. Un’apocalisse norrena, Roma, Carocci
  • Patterson, D., 2013, Black Metal: Evolution of the Cult, Port Townsend, Feral House
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Amedeo Santolini

Classe 1990. Musicista. Ho ottenuta la laurea magistrale in Musicologia all’Università di Bologna e sono laureando in Antropologia, Religioni e Civilità Orientali. Mi interesso di: etnomusicologia, folklore, antropologia delle religioni, Islam, metal estremo e storia naturale. Ho una passione smodata per i lati oscuri dell'esistenza umana. Colleziono dischi e libri.

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