Nel nome della tolleranza, l’invenzione della razza

Come si sente spesso i fatti di cronaca ci riportano al tema del razzismo, in questo momento l’immigrazione muove l’opinione pubblica. Il sentimento presente è la paura verso lo straniero, verso colui che non si conosce.

 

 

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Per far si che la nostra razza si conservi così com’è bisogna che non si subiscano immigrazioni e unioni tra persone di culture e civiltà diverse. Nella storia dell’umanità i confini sono diventati così veri da causare morte e distruzione. Dobbiamo affermare che la razza, anche se scientificamente inesistente, continua ad esistere come un costrutto sociale, alcuni concetti sono talmente forti che diventano veri e reali.

L’uomo è di per sé un animale mancante, ha bisogno di qualcosa per riempire questa mancanza, che è la cultura in senso antropologico, le relazioni sociali. Grazie a questo il bambino comincerà a incrementare il suo bagaglio di informazioni che gli permetterà di diventare un uomo. Amalia Signorelli fu una grande antropologa, allieva di Ernesto de Martino, la quale sostiene che nella nostra società circola una grande quantità di odio, c’è un bisogno sociale di questo sentimento. Ovviamente la cosa più facile è prendersela con qualcuno di diverso. È bene ricordare che in nome della razza si sono commessi i peggiori crimini della storia dell’umanità. Nel 2018 si è celebrato l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali italiane. Anche terminata la seconda guerra mondiale, il razzismo non è stato sconfitto, nel 1954 negli Stati Uniti la persecuzione dei neri persisteva. Esistevano ancora delle leggi discriminatorie, Rosa Parks il 1 dicembre 1955 fu arrestata per aver rifiutato di cedere il posto su un autobus a un bianco, dando così origine al boicottaggio dei mezzi a Montgomery. Il caso di questa signora ci insegna diverse cose. Innanzitutto si può avere il coraggio di dire no, anche le leggi possono essere sbagliate e a queste ci si può opporre, anche nello stato nazista erano presenti. Ricordiamoci che la legge è una convenzione, il frutto di un compromesso, la morale dovrebbe essere la nostra unica bussola con alla base la compassione verso ogni essere vivente.

 

 

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Rosa Parks

 

 

All’interno della nostra costituzione è presente la parola razza nell’articolo 3,

«tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali»

In quel preciso momento (subito dopo la seconda guerra mondiale) questa parola ha un valore storico e sociale molto importante e ci ricorda che non bisogna discriminare per nessun motivo, così da non ricorrere negli stessi errori.  Oggi sappiamo che organismi dall’aspetto simile sono strettamente imparentati, gli organismi meno simili hanno degli antenati comuni più remoti. Si può stimare che sei milioni di anni fa erano presenti delle creature antenate sia nostre che degli scimpanzé. In molte specie animali si può parlare di razza perché ci sono delle diverse caratteristiche genetiche, negli uomini no, sarebbe necessario l’isolamento per formare queste diversificazioni. L’idea che l’umanità sia divisa in razze ha origini antiche, per Aristotele, ne esistevano due, quelli come noi e quelli diversi da noi. Il primo a classificarle fu Linneo, che le suddivise in europea, asiatica, africana e americana. Gli esploratori però trovarono altri tipi di popolazioni non suddivisibili in queste quattro categorie, vanificando così il suo lavoro. Nel 1962 l’antropologo biologico Frank Livingstone pubblica sull’inesistenza delle razze umane, esponendo che le nostre differenze non possono essere ingabbiate in razze. Da questo momento si inizia a studiare quali siano i fenomeni che abbiano creato le nostre diversità biologiche. Grazie ai nuovi studi scientifici sappiamo che ognuno di noi è uguale al 99,9% a qualsiasi altra persona sulla terra, le nostre differenze sono quindi dello 0,1%. Lewontin ci dice che noi siamo diversi l’uno dall’altro, ma è difficile organizzare queste differenze in gruppi. Basandosi sull’aspetto fisico non si riesce ad arrivare da nessuna parte, il colore della pelle ha diverse sfumature e dipende da molte cose. Non basta trovare le diversità, bisogna classificarle. Credere nelle razze vuol dire pensare che esista una scala di valori, si può dire che una popolazione è più arretrata per motivi genetici e non per motivi storico-sociali. Oggi il modo migliore per riassumere quanto sappiamo sulla biodiversità umana è ancora lo slogan “Tutti parenti, tutti differenti”. Possiamo ricordare che la nostra identità sta solo in piccola parte nell’eredità biologica che ci portiamo dentro, e molto nelle persone che frequentiamo, nel rapporto che sappiamo stabilire con gli altri, nel modo in cui ci piace spendere il nostro tempo, nei viaggi che abbiamo fatto, nei libri che abbiamo letto nei film che abbiamo visto, nella musica che ascoltiamo: tutte cose che hanno lasciato e lasciano in noi un’impronta profonda, ma che derivano da una nostra scelta (Barbujani, 2016: 169).

 

 

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Finché esisterà il razzismo si continuerà a sentire parlare di razze anche se la scienza ha dimostrato l’inesistenza di quest’ultime. In queste ideologie spesso si fa riferimento a un popolo, quasi sempre legato a una terra che va difesa dalle incursioni esterne. La cultura è dipinta come qualcosa di immutabile nel tempo. La tradizione antropologica però ci insegna l’opposto, che essa è l’interazione tra le persone, e proprio per questo cambia in continuazione. Non esiste una cultura data una volta per tutte, si è sviluppata nei secoli attraverso l’iterazione tra le persone. Hobsbawm e Ranger, autori dell’invenzione della tradizione, ci dicono che spesso si proiettano nel passato dei bisogni del presente, per fare questo si inventano e reinventano delle tradizioni. Dietro una data festa/celebrazione c’è quasi sempre un secondo significato, bisogna abbandonare l’idea delle tradizioni immutabili nel tempo, non sempre quello che viene tramandato come storico-tradizionale in realtà lo è. Si può parlare di fondamentalismo culturale dicendo che ci siano culture diverse, le quali non si devono mischiare e rimanere legate obbligatoriamente al proprio territorio, perché il contatto le farebbe perdere l’autenticità. Le culture sono un cantiere continuo, l’autenticità è quasi sempre un invenzione creativa di simboli e spazi.  “Quelli come noi e quelli diversi da noi” è un concetto secondo il quale potremmo dividere l’intera umanità, ma come abbiamo visto non avrebbe senso, siamo tutti fisicamente diversi, ma geneticamente troppo simili per fare alcun tipo di distinzioni.

 

 

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Bibliografia:

  • Aime Marco (a cura di), 2016, Contro il razzismo, quattro ragionamenti. Milano, Einaudi.
  • Barbujani Guido, 2016, L’invenzione delle razze. Milano, Bompiani.
  • Remotti Francesco, 2007, Contro l’identità. Bari, Laterza.
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Stefano Avanzi

Stefano, classe 1998, studente di Beni Culturali all'Università di Torino. Appassionato di civiltà orientali, religioni e antropologia medica. Sogno la giustizia nel mondo e di diventare antropologo.

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